Meno Pinot grigio ma di ottima qualità: vendemmia conclusa nella Doc Venezie

A gonfie vele il Pinot grigio delle Venezie, vale a dire la Doc interregionale che si estende  fra Friuli Venezia Giulia, Veneto e Trentino. La scorsa settimana si è, infatti, ufficialmente chiusa la quinta stagione produttiva della importante varietà che ha conquistato il mondo anche nelle ultime zone del Trentino, con un ritardo generalizzato (per tutte le varietà precoci del Nordest) che va dai 7 ai 15 giorni rispetto al 2020. Il trend di metà estate anticipava cali più o meno lievi della produzione – da un -5% in Friuli a un -10/-15% in Veneto e nella Provincia autonoma di Trento – che, in compenso, sono stati accompagnati a fine vendemmia da un ottimo stato fitosanitario dell’uva e da qualità eccellente diffusa su tutto l‘areale.

Albino Armani


L’andamento climatico è stato decisamente altalenante in tutto il Nordest – caratterizzato da eventi estremi, a partire dalla gelata dell’8/9 aprile, dalle temperature basse nel mese di maggio (che hanno ritardato la fioritura ai primi di giugno) e alte nel mese successivo, dallo stress idrico ed eccessivo caldo di metà agosto. Ma ciò non ha compromesso la salute né la qualità del Pinot grigio, anzi, «rispetto al 2020, ci aspettiamo un Pinot grigio più fresco, elegante e di buona struttura, che già dagli ultimi prelievi effettuati a fine agosto in aree del Veneto occidentale presentava un equilibrio zuccheri/acidi perfetto, dovuto principalmente alle basse temperature notturne registrate da metà agosto in avanti. A livello di qualità dell’uva, un’annata uguale – se non migliore – alla 2015», aveva spiegato il dottor Diego Tomasi, del Centro Ricerca Viticoltura ed Enologia di Conegliano, nel corso del focus vendemmiale organizzato da Assoenologi Sezione Veneto Occidentale. Il merito va soprattutto ai viticoltori che, non solo dimostrano anno dopo anno grande consapevolezza nella gestione di quest’uva particolarmente delicata, sensibile alle muffe e alle condizioni di umidità e che necessita quindi di cure speciali, ma che, in particolare quest’anno, hanno saputo affrontare egregiamente una situazione climatica difficile, trovando le giuste soluzioni per portare in cantina un’uva eccellente.

Rodolfo Rizzi, direttore della Cantina di Ramuscello e San Vito e presidente Assoenologi Friuli Venezia Giulia, descrive una stagione produttiva di non facile gestione, causata soprattutto dal clima siccitoso e molto caldo, che ha spesso indotto il vignaiolo ad intervenire con l’irrigazione di soccorso o a posticipare la defogliazione (per le alte temperature di agosto), ma che «ha portato a maturazione un’uva eccellente, con un equilibrio perfetto dei parametri chimici, superiore alla media. La vendemmia è iniziata con un ritardo di 10/15 giorni, terminando intorno al 22 settembre e la quantità, come previsto a metà estate, risulta leggermente inferiore al 2020 di circa il -5%».

Rodolfo Rizzi

«Nel Veneto occidentale la vendemmia del Pinot grigio si è conclusa intorno alla metà di settembre», spiega Alberto Marchisio, direttore generale di Cantine Vitevis e presidente Assoenologi Veneto Occidentale. «Rispetto alle previsioni di luglio – aggiunge -, considerato l’avvio un po’ complicato dovuto a piogge ripetute, non vi sono state problematiche importanti a livello sanitario e la qualità dell’uva ha di gran lunga superato le nostre aspettative. Il vendemmiato è di qualità ottima, superiore a quella dello scorso anno. Confermato invece il calo produttivo per una media del 15% circa, che arriva a toccare il 20% in aree circoscritte e maggiormente colpite dalla grandine e della gelata di aprile».

A chiudere ufficialmente la stagione produttiva 2021 del Pinot grigio nell’areale Doc delle Venezie è il Trentino. «Anche per i viticoltori della Provincia Autonoma di Trento non è stata un’annata semplice, soprattutto a causa della gelata primaverile, di un maggio freddo rispetto alla media storica e della scarsità di piogge. Ciò nonostante, si è sempre registrata un’ottima situazione fitosanitaria, senza infezioni né di peronospora né di oidio, e nessun danno significativo da grandinate. Siamo molto soddisfatti del profilo qualitativo del nostro Pinot grigio, mentre la quantità risulta inferiore rispetto al 2020 di circa il 10%», commenta Goffredo Pasolli, enologo dell’azienda vitivinicola Gaierhof di Roverè della Luna e presidente di Assoenologi Trentino.

Con la chiusura dell’ultima stagione produttiva, la Doc delle Venezie sta assistendo a un notevole aumento dei prezzi dell’uva, in parte dovuto a una diminuzione dell’offerta, ma soprattutto legato alle misure straordinarie di gestione oggi in vigore: mitigazione delle rese, blocco degli impianti e stoccaggio amministrativo. «Questa è a tutti gli effetti la seconda stagione produttiva che avvalora la tenuta del nostro ambizioso progetto», dice il presidente del Consorzio di tutela Albino Armani. «Attualmente assistiamo ad un incremento del prezzo dell’uva pari al 30-35%. Questo trend era iniziato già a settembre 2020, a dimostrazione di come la nostra Doc stia raggiungendo, anno dopo anno, il valore e l’accreditamento meritati: un ‘percorso di crescita’ legato soprattutto alla gestione del potenziale di produzione voluta dal Consorzio delle Venezie, misure che – unite all’eccezionale qualità del prodotto – concorrono a mantenere un rapporto qualità/prezzo rispondente e di conseguenza aiutano a garantire la fidelizzazione del consumatore finale. Aumenti di prezzo come questi non sono sempre di facile comprensione per il mercato, le Doc grandi come la nostra e ancora in parte legate al varietale avrebbero bisogno di variazioni e crescite dei prezzi lente e costanti. Confidiamo nel sostegno dei grandi gruppi, partner cruciali per la crescita della nostra Doc, che a loro volta credono nel nostro lavoro a tutela di un clima di serenità commerciale e propedeutico all’ulteriore consolidamento del brand Delle Venezie».

In crescita nel 2021 anche gli imbottigliamenti. «A fine agosto abbiamo registrato un avanzamento dell’imbottigliato nell’anno solare 2021 che ci porta oggi a un +6,9 sul 2020, con una media mensile di quasi 160.000 hl che si traducono in 21,3 milioni di bottiglie/mese. Un andamento, quindi, che ci farà ampiamente superare i volumi di imbottigliato dello scorso anno», afferma infine Nazareno Vicenzi, Area tecnica del Consorzio di Tutela.

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In copertina, grappoli di Pinot grigio pronti per la vendemmia in Fvg.

 

Dalla Regione Fvg un aiuto alle 8 latterie turnarie friulane che sfidano i tempi

di Giuseppe Longo

C’erano una volta in Friuli le latterie turnarie. E ce n’erano moltissime, oltre seicento! Ma negli anni c’è stata una continua e inesorabile rarefazione, causata da vari motivi, tanto che oggi se ne contano appena otto, tutte comunque attrezzate per offrire al consumatore prodotti di indubbia qualità. E anche la recente Legge regionale di stabilità, come negli anni precedenti, ha riproposto i finanziamenti loro dedicati per interventi di adeguamento e ammodernamento delle strutture di lavorazione, nonché trasformazione e commercializzazione dei prodotti agricoli. Allo scopo, complessivamente, dalla Regione Fvg sono stati stanziati 200 mila euro, suddivisi in 100 mila euro per ciascuna annualità 2021 e 2022, come stabilito dall’assessorato alle Risorse agroalimentari coordinato da Stefano Zannier.

Casari al lavoro a Brazzacco.

Fedagripesca Fvg, l’organizzazione agricola guidata da Venanzio Francescutti, ha accolto con grande favore l’iniziativa regionale volta a contribuire a mantenere viva e vitale una storia di cooperazione che tanta parte ha avuto nello sviluppo economico e sociale del mondo rurale friulano. Infatti, la prima cooperativa nata in regione, nell’autunno del 1880, a Collina di Forni Avoltri, è stata proprio una latteria sociale. Un fenomeno aggregativo di successo che, nel 1960, contava ben 652 strutture operative in Friuli Venezia Giulia (che significava: democrazia e zootecnia diffusa, latte di qualità, professionalità casearie, formaggi eccellenti). Mantenendo inalterata nel tempo questa formula societaria, oggi le 8 imprese operative si trovano a Pertegada di Latisana, Trivignano Udinese, Castions di Strada, Ravosa e Magredis, Brazzacco di Moruzzo, Molinis di Tarcento, Muris di Ragogna e Campolessi di Gemona (anche Presidio Slow Food). E tra quelle che mancano c’è, purtroppo, quella dell’Alta Carnia che ha dato il via a questa importante tradizione cooperativa. Come pure – tanto per fare un esempio – quella di Nimis, chiusa da tanti anni e con la sede di via Matteotti in vendita all’asta. Auguri di lunga vita, dunque, a queste eroiche e benemerite latterie turnarie che sono ancora rimaste in Friuli sfidando i tempi difficili per mettersi controcorrente e nonostante tutto andare avanti, continuando così a raccogliere il latte dei soci-allevatori per trasformarlo in formaggi che sono vanto della nostra produzione agroalimentare.

La ex latteria turnaria di Nimis.

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In copertina, formaggi appena prodotti nella fase di pressatura.

 

LA RICETTA DI COSETTI – Brovàde crude e pestùm

(g.l.) Soprattutto nei mesi invernali, in Friuli diventano protagonisti i piatti della tradizione, come quelli a base di brovada, cioè le rape inacidite nella vinaccia. Quello più conosciuto fa ottima compagnia con il cotechino – “brovade e muset” in friulano -, ma ci sono anche delle varianti. Come quella curiosa e senza dubbio appetitosa che abbiamo scelto per la quindicinale rubrica “La ricetta del sabato”: “Brovàde crude e pestùm”, vale a dire le rape crude macerate con salame fresco. L’abbiamo trovata in quella “miniera” di bontà che è il libro “Vecchia e nuova cucina di Carnia” che Gianni Cosetti pubblicò nel 2000, con i tipi della Società Editoriale Ergon di Ronchi per conto della Casa Editrice Leonardo di Pasian di Prato, con la collaborazione dell’allora Camera di Commercio di Udine nell’ambito dell’iniziativa promozionale Made in Friuli. Si tratta di una ricetta tipica rinnovata proprio dal famoso e indimenticato chef del ristorante “Roma” di Tolmezzo. Eccola:

“Brovàde crude e pestùm”
Rape crude macerate con salame fresco

Cosa serve
(20 minuti)
600 g di brovada macerata sotto le pere oppure sotto vinaccia
400 g di salsiccia affumicata
4 cucchiai di aceto di vino
1 dl di olio extravergine d’oliva

Come fare
Scaldate a bagno-maria la brovada. Sbucciate e sbriciolate la salsiccia; ponetela quindi in un tegamino e rosolatela bene sul fuoco eliminando il grasso che ne esce.
Spruzzate con l’aceto e lasciate evaporare.
Preparate sul piatto caldo la brovada a fontana ed al centro disponete la salsiccia cotta.
Condite con l’olio extravergine d’oliva.

Cosa bere
Merlot giovane Cof, cioè Colli orientali del Friuli.

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In copertina, il piatto tipico rielaborato dallo chef Gianni Cosetti (nella foto interna).

 

LA RICETTA DI COSETTI – Il salame all’aceto

(g.l.) Pieno inverno, tempo di macellazione dei suini con la produzione di ottimi insaccati. Come il salame nostrano, con o senza aglio: dipende dai gusti. Così oggi, in occasione del quindicinale appuntamento con la “Ricetta del sabato”, vi proponiamo un piatto tipico del Friuli, che più tipico non si può: il salame all’aceto. Alla maniera di un grande, indimenticato cuoco carnico. Anche questa proposta l’abbiamo tratta, infatti, dal libro “Vecchia e nuova cucina di Carnia” che Gianni Cosetti pubblicò nel 2000, con i tipi della Società Editoriale Ergon di Ronchi per conto della Casa Editrice Leonardo di Pasian di Prato, con la collaborazione dell’allora Camera di Commercio di Udine nell’ambito dell’iniziativa promozionale Made in Friuli. Si tratta, appunto, di una ricetta tipica originale, realizzata con l’insaccato di pochissime settimane, quindi ancora ben fresco. Eccola:

“Salàm tal asêt” – Salame all’aceto

Cosa serve
(15 minuti)
300 g salame fresco tagliato a fette
1/2 cipolla
30 g burro
1 dl aceto di vino
1 mestolo di brodo

Come fare
Affettate finemente la cipolla, rosolatela nel burro ed aggiungete quindi il salame tagliato a fette non troppo sottili.
Lasciate cuocere rigirando il salame di frequente da ambo le parti per alcuni minuti, quindi versatevi sopra l’aceto; dopo un paio di minuti allungate con un mestolino di brodo e servite ben caldo accompagnato da polenta arrostita.

Cosa bere
Refosco Cof, cioè della Doc Friuli Colli orientali.

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In copertina, piatto di salame all’aceto secondo Gianni Cosetti.

 

Nasce in Friuli la prima piattaforma online di potatura della vite

Nasce in Friuli la piattaforma mondiale di potatura della vite. Proprio oggi, infatti, si sono aperte le porte virtuali della Vine Master Pruners Academy (vinemasterpruners.com) che è interamente dedicata alla formazione sulla cura del vigneto. A crearla sono stati Marco Simonit e Pierpaolo Sirch, i cormonesi pionieri dell’innovativo Metodo Simonit&Sirch, fondatori della Scuola italiana della potatura della vite e di altre Pruning School all’estero, nonché del Dute – Diplôme Universitaire de Taille et Épamprage a Bordeaux, l’unico diploma universitario di potatura del pianeta.
«Ho sempre creduto che la potatura fosse l’elisir di vita per la vite – afferma Marco Simonit, co-fondatore appunto della Simonit&Sirch -. La mia passione è la potatura della vite. La mia missione è cercare di aiutare la vite a vivere meglio. Voglio tentare di riavvicinare l’uomo alla vera natura della vite e condividere con tutti coloro che accederanno alla piattaforma gli effetti che la potatura ha sulla pianta della vite, far comprendere come la buona potatura può aiutare la vite a vivere meglio e più a lungo». La Vine Master Pruners Academy è un ulteriore, importantissimo, step dell’impegno formativo dell’’unico gruppo internazionale specializzato e accreditato per la formazione del personale addetto alla potatura manuale dei vigneti, e punto di riferimento del settore a livello mondiale.

«Inoltre, ho sempre creduto nella condivisione del sapere ed è per questo che abbiamo voluto creare una grande casa in grado di accogliere tutti. Una casa dove imparare, osservare, crescere, conoscere, confrontarsi, con l’obiettivo di migliorare la nostra vita e la nostra professione. Questa grande casa non poteva che essere online – spiega ancora Simonit -. Insieme con la gente delle vigne di tutto il mondo possiamo aiutare le viti di qualsiasi latitudine a diventare più forti, più sostenibili e più longeve, in grado di adattarsi meglio ai cambiamenti climatici». La piattaforma – in italiano ed inglese – offrirà un vero e proprio percorso di formazione strutturato a vari livelli, che potranno essere scelti in funzione dei propri interessi ed esigenze, con test online e prove pratiche in vigna. Seguendo l’intero iter si acquisiranno abilità crescenti. Il successo nelle diverse prove teoriche e pratiche consentirà di ottenere certificati di vari livelli che daranno via via accesso a quelli successivi, fino ad arrivare alla qualifica di Vine Master Pruner.

Si inizierà, pertanto, con il corso di Vine Pruner, in cui verranno insegnate le basi del Metodo Simonit&Sirch sulle forme di allevamento più diffuse, ovvero Guyot e Cordone speronato. Con i livelli Vine Pruner Advanced, strutturati in due moduli, si approfondiranno Guyot e Cordone speronato nelle fasi di allevamento e gestione nel tempo, e uno spazio verrà dedicato alla ristrutturazione e conversione dei vigneti esistenti. I livelli Vine Pruner Expert, pure in due moduli, prenderanno in esame le forme tipiche dei più importanti distretti viticoli del mondo. Selezionabili secondo i propri interessi, saranno gli unici corsi di potatura al mondo sulle forme di allevamento dei vari territori, spiegate come mai prima. Chi punterà al titolo di Vine Master Pruner dovrà dare prova della sua capacità nel potare tutte le forme di allevamento della vite in uso nei principali distretti internazionali.
«Ogni potatore, viticoltore, vineyard manager, wine-lover o studente interessato alla potatura può unirsi a questa comunità digitale, migliorare la sua tecnica, confrontarsi con persone di tutto il mondo, scambiare esperienze – conclude Marco Simonit-. La piattaforma sarà via via implementata con nuovi corsi e arricchita dal confronto e dagli scambi fra tutti coloro che vi accederanno».

Informazioni – www.vinemasterpruners.com – info@vinemasterpruners.com

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In copertina, ecco uno dei partecipante ai corsi di potatura delle vite con il Metodo Simonit&Sirch.

 

Il riconoscente addio del Rojale a una delle sue ultime maestre cartocciaie

di Giuseppe Longo

L’artrosi che l’affliggeva da tempo l’aveva costretta a lavorare meno e, alla fine, anche quelle mani abilissime hanno dovuto arrendersi. Ma quanto hanno prodotto e insegnato proprio quelle piccole mani! Così tanto che fino a qualche anno fa hanno collaborato anche con la Pro Loco di Reana per animare i corsi di “scus”, le foglie – scientificamente brattee – che ricoprono le pannocchie di granoturco e che Diana Facile sapevano trasformare in sporte e tanti oggetti utili e simpatici, belli per decorare la casa. Era una delle ultime e più brave maestre cartocciaie del Rojale. Se n’è andata improvvisamente, a 84 anni, essendo nata nel 1936 quasi alla vigilia dell’ultima guerra che ha insanguinato anche il nostro Friuli. Viveva a Remugnano e i funerali saranno celebrati domani, alle tre del pomeriggio, nella Chiesa parrocchiale di Rizzolo cui anche questa frazione fa riferimento. Diana si è spenta a pochi giorni dal Natale, la festa dei presepi, quelli realizzati proprio con quegli “scus” che anche lei, artigiana di prim’ordine, sapeva intrecciare e modellare creando Natività piene di poesia e suggestione. Partendo da una materia prima umile, praticamente uno scarto produttivo della coltivazione del mais che oggi, con la raccolta meccanica della granella, viene triturata già sul campo.
«Per garantirsi un’entrata in più, anche la famiglia di Diana – racconta Renata Barborini, segretaria della Pro Rojale – si dedicava alla produzione di sporte e manufatti in “scus” e lei, fin da piccola, aveva imparato a preparare la “corda” che veniva utilizzata la sera dalle donne che si riunivano nelle stalle per la lavorazione. La passione per il cartoccio l’ha poi condotta a Rizzolo dove, una volta acquisito ed affinato le tecniche, seguendo gli insegnamenti di un maestro molto creativo, ha proseguito il lavoro dedicandosi all’intreccio ed alla produzione di opere decorative, come le famose bamboline».
Ma questo era soltanto il primo passo per Diana Facile, la quale è poi entrata a far parte della Cooperativa dei cartocciai friulani, unica esperienza nel suo genere, creata da quel don Mario Fabrizio che il Rojale ricorda con affetto e gratitudine per essersi battuto per la tutela delle donne lavoratrici. «Vi è rimasta – riprende Renata Barborini – fino alla sua chiusura, producendo tanti manufatti di pregio. Il carattere forte, la determinazione e l’intraprendenza l’hanno sempre contraddistinta e guidata nelle sue scelte di vita. Dopo il terremoto, si è dedicata anche all’insegnamento delle tecniche dell’intreccio alle donne sfollate a Lignano ed in seguito, con il sostegno di diversi Comuni della Pedemontana, ha partecipato a all’istituzione di diversi corsi di formazione professionali».
Ma anche per la Cooperativa cartocciai, purtroppo, era giunta l’ora del tramonto. E alla sua chiusura, avvenuta nell’ormai lontano 1987, Diana Facile, divenuta artigiana, ha intrapreso un’attività sempre inerente alla lavorazione del cartoccio, continuando ad affinarne le tecniche. «Di quel periodo – ricorda ancora la segretaria della Pro Loco – sono copie di quadri famosi ed immagini sacre realizzate proprio con le foglie del mais, che abbiamo avuto il piacere di ammirare anche alla mostra “Maraveis di scus”, che assieme alle colleghe cartocciaie ha presentato nel 2015 alla Vetrina del Rojale. Negli anni successivi ha insegnato l’arte del cartoccio agli alunni dell’Istituto per disabili di Fraelacco, collezionando soddisfazioni per i tanti apprezzamenti ricevuti».
Ma ecco la sua collaborazione con la Pro Loco, soprattutto per trasmettere il suo sapere alle nuove generazioni al fine di assicurare una pur minima continuità a questo importante artigianato, che oggi è anche artistico, partendo proprio da un sottoprodotto del mais. «Diana le ha assicurato un prezioso apporto – conclude Renata Barborini – sin dalla sua creazione divenendone socia attiva, esponendo i suoi manufatti nella Vetrina del Rojale e seguendo, con le altre maestre cartocciaie, i corsi di intreccio istituiti ogni anno dall’associazione stessa, fino a quando le condizioni di salute gliel’hanno permesso. Curava, inoltre, personalmente il suo splendido giardino che è stato ammirato, assieme alle sue opere, durante la tappa di un’edizione recente del RojalTour, che avevamo organizzato proprio alla sua dimora per renderle omaggio. E oggi che lei non c’è più un pensiero di cordoglio e partecipazione va anche alla sua famiglia da parte della nostra Pro loco, ma pure di tutto il Rojale. Mandi Diana!».

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In copertina, Diana Facile accanto al telaio di una sporta in lavorazione.

San Martino, un Ringraziamento senza Premi oggi a Dolegna del Collio

di Giuseppe Longo

Undici novembre, ricorrenza di San Martino e, nelle campagne del Friuli, Giornata del Ringraziamento. Una tradizione che oggi si ripete puntuale, ma in tono minore, a Dolegna del Collio dove da parecchi anni ormai questa è la “festa delle feste”, perché abbinata a due famosi Premi: il Falcetto e la Foglia d’Oro, giunti rispettivamente alla 24ª e alla 19ª edizione. Riconoscimenti che, quest’anno, complice Coronavirus, non saranno assegnati, perché il Comune e la Coldiretti, rappresentati dal sindaco Carlo Comis e dal presidente sezionale Michele Buiatti, hanno deciso di soprassedere alla manifestazione nel rispetto delle prescrizioni anti-contagio. Per cui, alle 11, nella parrocchiale di San Giuseppe, che sorge accanto al Municipio, sarà reso omaggio al Vescovo di Tours (ma in Chiesa potranno accedere soltanto quaranta persone) e al termine sulla piazzetta seguirà la consueta benedizione delle macchine agricole.
Stamane, quindi, soltanto il rito religioso nella festa che si rinnova da 70 anni, mentre tutto il resto è necessariamente rinviato al 2021, quando dell’emergenza sanitaria – questo è l’auspicio di tutti – non resterà che un triste ricordo, pur tra gli innegabili contraccolpi economici che purtroppo si ripercuoteranno a lungo. La pandemia ha infatti causato, e continua a causare con la recrudescenza in atto, gravissimi anche all’agricoltura e in particolare al mondo della vite e del vino, essendo stato pesantemente colpito il settore della ristorazione.
Ed è un vero peccato che, per la prima volta, la festa per la consegna degli ambiti riconoscimenti sia stata cancellata. Perché l’attenzione del mondo agricolo non solo del Collio, ma anche del Friuli, è ogni anno calamitata dalla bellissima manifestazione della “piccola” Dolegna – un Comune di poco più di 300 residenti, tra il fiume Judrio e il confine con la Slovenia – che però diventa “grande” proprio con questa qualificata iniziativa. Come è noto, in tale circostanza, la Coldiretti di Dolegna, conferisce il Falcetto d’Oro e il Comune collinare la Foglia d’Oro, Premi assegnati a illustri personalità che hanno promosso l’agricoltura e la viticoltura e, in generale, la cultura rurale in regione, in Italia e nel mondo sui cui nomi, tradizionalmente, il riserbo rimane assoluto fino al momento della cerimonia. Negli ultimi anni, l’evento – sempre sostenuto da Civibank – ha acquisito un notevole spessore per aver insignito viticoltori, tecnici, giornalisti, ristoratori, istituti e associazioni, come quella vicinissima dello Schioppettino di Prepotto. Ricordiamo, infatti, che il Falcetto viene assegnato a chi, attentamente selezionato, ha valorizzato settore primario e territorio, come pure la Foglia viene attribuita a personaggi di chiara fama. Tanto per soffermarci sull’ultima edizione, quella appunto di un anno fa, il Premio della Coldiretti era andato al dottor Gabriele Di Gaspero, che opera al Centro di genomica applicata di Udine, i cui studi hanno dato un importante apporto per la creazione dei vitigni speciali, le cosiddette “viti resistenti”. Mentre il Premio istituito dal Comune di Dolegna era stato attribuito al consigliere regionale ed ex sindaco Diego Bernardis, per il suo instancabile impegno a favore della vite e del vino, nonché, appunto, per il rilancio e la valorizzazione della stessa Giornata del Ringraziamento.
Quest’anno, dunque, la parte “civile” dedicata ai riconoscimenti non ci sarà. Ma, come detto, il tutto sarà limitato soltanto alla Messa – per molti anni celebrata dal compianto arcivescovo Dino De Antoni – con la quale i credenti, esprimeranno gratitudine, per un’annata che, pandemia a parte, è andata bene e che regalerà grandi vini. «Anno bestiale, ma almeno abbiamo avuto una vendemmia speciale! Su col morale: non potrà piovere sempre», ha detto infatti Claudio Fabbro, presidente della Giuria che ogni anno assegna i Premi e impareggiabile animatore della festosa cerimonia. Ha ragione, prima o poi le cose si rimetteranno a posto. Ogni pestilenza ha avuto un inizio, ma anche una fine. E anche questa passerà. Arrivederci, allora, al San Martino 2021!

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In copertina, l’arcivescovo Redaelli alla benedizione dei trattori di due anni fa e qui sopra una foto ricordo della bellissima festa del 2019.

Dal Collio di Cormons chiamati a salvare i vigneti del Cognac

C’è anche un po’ di Friuli, o meglio di Collio, nel francesissimo Cognac. Infatti, il gruppo Simonit&Sirch, di Cormons, è stato chiamato a salvare i vigneti di Hennessy, leader mondiale del mercato del Cognac che ha sede nell’omonima cittadina, nell’Ovest della Francia, dove l’azienda fu fondata nel 1765. Oggi la Maison, che appartiene al gruppo del lusso LVMH, è la prima produttrice al mondo di Cognac.
La Maison Hennessy è impegnata da molti anni nella ricerca per combattere le malattie del legno. E questo impegno si sviluppa su due orizzonti. A lungo termine: la Maison è associata all’Inra-Bordeaux Sciences Agro e all’Agence Nationale de la Recherche tramite l’Unité Mixte de Recherche Save Santé & Agréologie du Vignoble. Questo progetto, avviato nel 2015, è stato ampliato e consolidato nel 2016 con la creazione di una task force GTDfree per trovare le migliori pratiche colturali (tra cui anche la migliore potatura) per ridurre le malattie dei ceppi. A breve e medio termine: Hennessy sta sperimentando sui suoi 180 ettari di vigneto nuove pratiche di potatura che limitino l’insorgenza delle malattie del legno. Duplice lo scopo: testarle e validarle e, contemporaneamente, trasmetterle sul campo agli addetti a tale operazione. L’obiettivo, nel tempo, è quello di rendere disponibili le tecniche qui collaudate anche ai 1.600 viticoltori partner della Maison.
Il gruppo friulano da tre anni supporta Maison Hennessy nella potatura delle viti di Ugni Blanc, dalle cui uve distillate si ottiene appunto il Cognac. Questo vitigno, equivalente all’italiano Trebbiano Toscano e coltivato nello Charente, è particolarmente sensibile alle malattie del legno e soprattutto all’Esca. Il gruppo opera su due livelli. Sviluppo e ricerca di un metodo di potatura che consenta di rafforzare le viti per ridurre l’insorgere delle malattie del legno: il team interviene, principalmente da dicembre a febbraio, sia per definire il metodo di potatura da attuare che per formare i potatori. Partecipazione a progetti volti a ideare la gestione di nuovi impianti viticoli nel contesto del cambiamento climatico attuale.
“Sono molto onorato che la Maison Hennessy si sia rivolta a noi – dice Marco Simonit – e ringrazio il gruppo LVMH che investe sempre di più nella salvaguardia del suo straordinario patrimonio viticolo. Dopo Château d’Yquem, Moët & Chandon e Terrazas de los Andes, abbiamo la fortuna di collaborare da tre anni con la Maison Hennessy”.

SIMONIT&SIRCH

Fondato una trentina d’anni fa dagli italiani Marco Simonit e Pierpaolo Sirch, con sede in Friuli Venezia Giulia e filiali a Bordeaux, Napa Valley, South Africa, SIMONIT&SIRCH è l’unico gruppo internazionale specializzato e accreditato nel settore della formazione del personale addetto alla potatura manuale dei vigneti. Il team lavora nei principali distretti viticoli mondiali, dove è consulente di 150 fra le aziende più prestigiose e collabora con molti fra i più rinomati istituti di ricerca vitivinicoli ed università. Insegna il Metodo di potatura ramificata SIMONIT&SIRCH (che riduce l’impatto devastante che hanno i tagli sul sistema linfatico della pianta a causa del disseccamento interno che provocano), che può essere adattato a tutte le forme di allevamento della vite. Nel 2009 ha creato la Scuola Italiana di Potatura della Vite, che oggi ha una ventina di sedi. Nel 2016 ha istituito a Bordeaux, in collaborazione con l’ISVV, il DUTE Diplôme Universitaire de Taille et Épamprage, unico diploma universitario al mondo di Potatura e scelta germogli. Marco Simonit ha pubblicato due Manuali di Potatura della Vite, dedicati al Cordone speronato e al Guyot. La versione francese di quest’ultimo, “Guide pratique de la taille Guyot – Prévenir les maladies du bois”, nel 2018 ha vinto il Premio internazionale OIV 2018 nella sezione Viticoltura.

MAISON HENNESSY

Leader nel settore del Cognac, Maison Hennessy brilla in tutto il mondo da oltre 250 anni con un eccezionale know-how. Nato dallo spirito conquistatore del suo fondatore Richard Hennessy, il marchio è presente in oltre 160 Paesi. Ancorata nel cuore della Charente, la Maison è anche un importante e impegnato protagonista dell’economia regionale ed è pienamente coinvolta nella promozione del settore del Cognac. Il successo e la longevità della casa si basano sulla qualità dei suoi Cognac, derivato da un procedimento che si tramanda da generazione a generazione, unico nel suo genere. Prima casa di produzione di liquori certificata ISO 14001 nel 1998, Maison Hennessy mobilita la sua capacità di innovazione e l’insieme dei suoi partner, protagonisti della filiera, per preservare questo eccezionale terroir. Fiore all’occhiello del gruppo LVMH, è fra le principali aziende esportatrici francesi. Esporta il 99% della sua produzione e contribuisce all’importanza della Francia a livello internazionale.

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In copertina uno scorcio dei vigneti della Maison Hennessy nella zona del Cognac e qui sopra Marco Simonit.

Il vento e la grandine devastano i vigneti del “Ramandolo”

di Giuseppe Longo

NIMIS – Il meteo di ieri mattina non ipotizzava un maltempo di particolare violenza, sebbene  l’Osmer Fvg citasse la possibilità di “qualche isolato temporale più forte”, tanto che il simbolo con la saetta era posto proprio nel Tarcentino, nell’area a nord di Udine.  Previsioni dunque azzeccate e che, ancora una volta, confermano la veridicità dell’antico detto secondo cui un’avversità atmosferica, anche molto potente, è probabile nel giorno dei Santi Pietro e Paolo (altra data tenuta ogni anno sotto controllo è quella dei Santi Ermacora e Fortunato, il 12 luglio). I detti non nascono a caso: se i nostri vecchi avevano imparato a temere “el burlaz di San Pieri”, evidentemente avevano le loro ragioni. E ieri le condizioni c’erano tutte affinché si scatenasse la furia degli elementi, con grandine di grosse dimensioni e forte vento, soprattutto per la cappa di afa che ci opprimeva fin dal mattino. Per fortuna non si è trattato di un evento simile al fortunale abbattutosi il 10 agosto di tre anni fa, ma i danni sono stati comunque notevoli.


Tra le zone prese di mira, quella di Nimis, in particolare tra Ramandolo e Torlano ai piedi della Bernadia, è stata una fra le più pesantemente colpite. Per esempio, un vigneto “sorpreso” con le reti arrotolate  per agevolare la potatura verde è stato letteralmente distrutto. E la vitivinicoltura di pregio, a cominciare da quella dello stesso “Ramandolo Docg” – il celebre Verduzzo dolce che solo qui può fregiarsi del nome della località che lo produce con fatica (in un libro di una ventina di anni fa avevo fatto cenno a una “viticoltura eroica” in quella che può essere definita “la vigna giardino”) -, ha subìto un danno molto grave, soprattutto in quei vigneti che non sono stati protetti da quelle originali reti “a grembiule” ideate oltre quarant’anni fa, proprio qui a Nimis – e poi imitate anche altrove -, quando ormai ci si rendeva conto dell’inefficacia della difesa con i razzi antigrandine, che spesso non centravano le nubi cariche di tempesta, annullando così l’effetto di questa prevenzione che, peraltro (ne sono buon testimone), richiedeva anche molti sacrifici agli addetti nelle postazioni dislocate sul territorio. Ieri, una volta passato il maltempo, non si coglievano ancora in tutta la loro gravità gli effetti della grandine sui grappoli ormai in rapido accrescimento, ma è bastato il sole di stamane a denunciare la devastazione subita dai vigneti, soprattutto nelle zone di Torlano e di Ramandolo, appunto sulle pendici della montagna vegliata dalla storica Chiesetta ricoperte di ronchi bellissimi in cui si produce non solo il celebre bianco ma anche un generoso Refosco, di Faedis e del Peduncolo rosso (come mostra la foto di copertina) .


Produzione quindi notevolmente decurtata – perché la grandine è passata addirittura oltre le reti -, con un grave arresto della vegetazione che dovrà essere prontamente soccorsa con trattamenti anticrittogamici al fine di favorire una veloce cicatrizzazione delle ferite provocate sui tralci appunto dalla temutissima meteora, caduta con veemenza, e per preservarli da attacchi fungini. Quindi spese ulteriori che si sommano alle perdite per il mancato raccolto e ai danni causati alle aziende agricole, anche in questo angolo dei Colli orientali del Friuli, dall’emergenza sanitaria da Coronavirus che ha pesantemente influito sulla commercializzazione del prodotto della vendemmia precedente.

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In copertina e all’interno i danni del maltempo di ieri sui vigneti di Ramandolo con la grandine passata anche oltre le reti.

I kiwi friulani conquistata la Nuova Zelanda ora puntano dritti all’Asia

di Giuseppe Longo

E ora il kiwi friulano va alla conquista dell’Asia, proprio da dove partì nell’Ottocento per le strade del mondo diffondendosi, nel secolo scorso, soprattutto in Nuova Zelanda e arrivando anche qui una quarantina di anni fa. Curiosa, vero, l’evoluzione di questo frutto che è un autentico concentrato di vitamina C (più ancora degli agrumi), preziosa per contrastare i malesseri dell’inverno. Ma oltre a questa salutare proprietà è molto gradevole sulla tavola – ricorda alquanto la fragola -, ottimo nelle macedonie, ma anche così, al naturale, tagliato a fettine. E’ prodotto dalla pianta che botanicamente si chiama Actinidia chinensis, perché è proprio la Cina che nelle campagne più calde e umide della sua parte meridionale lo coltiva da parecchie centinaia di anni, attestandosi come primo produttore mondiale. Poi, da qui, la coltura ha appunto cominciato a diffondersi, trovando un ambiente ideale soprattutto in Nuova Zelanda – dove ha assunto il nome che, data la sua forma ovale e pelosa, ricorda l’uccello simbolo di quella nazione -, terra dalla quale ha poi preso altre vie, arrivando anche in Europa, dove l’Italia ne è diventato il maggior produttore (secondo a livello mondiale), e il Friuli l’ha subito “adottata” con convinzione, realizzando moderni impianti che danno un prodotto di alta qualità. Che non soddisfa ovviamente soltanto le nostre tavole, ma anche quelle di mezzo mondo, attraverso un export diretto con successo anche verso il lontano Paese australe dal quale ci arrivano i frutti quando le nostre scorte sono esaurite. E che ora guarda anche all’Asia, proprio alla terra di origine della specie.

Frutti vicini alla raccolta. (Wikipedia)

Produttrice di punta in regione è la Friulkiwi di Rauscedo, paese in riva al Tagliamento che è leader mondiale delle barbatelle. E ora, terminato l’ampliamento, sviluppatosi in più annualità, per la cooperativa agricola (costituita nell’ormai lontano 1984), è tempo di bilanci operativi e progetti per il futuro. Il recente ammodernamento della struttura, di cui la nuova cella per il prodotto confezionato è l’anello finale, ha portato la Friulkiwi ad avere a disposizione una capacità frigorifera pari a 6.400 tonnellate complessive di prodotto di cui 200 tonnellate, circa, per il prodotto confezionato, congiuntamente a una linea di calibratura completamente automatica e a diverse linee di confezionamento. Tutto ciò finalizzato alla conservazione, preparazione per il mercato e commercializzazione del prodotto dei propri soci che hanno le loro sedi aziendali, principalmente, nelle provincie di Udine e Pordenone.

Il presidente, Juri Ganzini, afferma con soddisfazione: «A oggi, la base produttiva è composta da 120 soci con una superficie totale di circa 300 ettari. La quasi totalità della produzione è venduta al di fuori dell’Europa, principalmente in Nord America, ma anche in Australia e Nuova Zelanda (terzo produttore mondiale!). Ad ampliamento completato, ora la cooperativa guarda all’Asia, mercato estremamente interessante per l’Actinidia, senza perdere di vista la sostenibilità e il miglioramento della qualità. Per tale ragione la Friulkiwi, da ormai un decennio, fornisce gratuitamente le piante di Actinidia ai nuovi produttori che desiderino mettere a dimora nuovi impianti purché si associno alla cooperativa senza, per questo, trascurare i produttori esistenti non associati ai quali è in grado di offrire diverse opportunità di relazione commerciale. Non bisogna dimenticare, inoltre – conclude Ganzini -, che una concentrazione del prodotto friulano in un’unica struttura avrebbe il doppio vantaggio di dare risposte concrete al territorio (in alternativa ai seminativi, a esempio) creando, nel contempo, nuovi posti di lavoro».
Parole significative, dunque, dal presidente di Friulkiwi e che dimostrano come questa produzione sia in ottima salute – proprio come quella che i suoi frutti ci regalano -, anche per le interessantissime prospettive commerciali che ora le si dischiudono pure nell’immenso continente asiatico. Insomma, una preziosa boccata d’ossigeno per l’economia assicurata dall’agroalimentare friulano.

La sede di Rauscedo e kiwi in cassetta pronti per il mercato.

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In copertina, i caratteristici frutti che sono un concentrato di vitamina C.