Mauri, vignaioli da sempre a Cormons: ora anche la Ribolla tra i bianchi storici

BorgosanDaniele è I’Mauri, il nuovo volto della cantina di Cormòns che, a partire dai vini monovarietali, dà importanza alle persone, all’identità e al nome della famiglia che ha creato una realtà unica e distintiva nel mondo del vino. I Mauri, infatti, sono vignaioli da sempre: oggi, dal 1990, sono Alessandra e Mauro Mauri che continuano a far crescere l’azienda giorno dopo giorno.

I’Mauri, “io sono Mauri”, è un gioco di riflessi a voler ancor più fortemente comunicare e rafforzare un’identità storica, distintiva e sempre coerente nel settore. “L’inserimento di I’Mauri – spiegano i fratelli Mauri – nasce dall’esigenza di fare una sintesi del nostro lavoro degli ultimi decenni, mettendoci la faccia, quello che siamo, il nostro lavoro, la nostra appartenenza. Un percorso lento che ha richiesto del tempo per essere maturo: è un progetto che, come le nostre vigne, ha aspettato stagioni e cicli per essere pronto ad essere presentato.”
I’M “in BorgosanDaniele” indica il legame innato, profondo e viscerale con Cormons e il Friuli Venezia Giulia. Da sempre, infatti, la cantina affonda le radici nel territorio da cui nasce: rispetto della biodiversità e sostenibilità dell’agricoltura sono valori radicati fin dalle origini e sono sempre stati i princìpi dei fratelli Mauri, rispettati in ogni gesto e in ogni scelta in vigna e in cantina, seguendo i tempi, le esigenze e le fragilità della natura.
Nei 18 ettari di terreno in diverse zone di Cormòns, infatti, i vitigni sono collocati in diverse zone di Cormons, con la massima attenzione per la posizione, l’orientamento, l’altitudine di ciascuno, utilizzando al meglio le diverse composizioni di terreno e lasciando sempre le vigne inerbite per preservare gli equilibri biologici del terreno.  La scelta di coltivare e lavorare i vitigni rappresentativi del Friuli Venezia Giulia contraddistingue da sempre BorgosanDaniele nel proprio territorio. Per questo, I’M prende il via proprio dalle etichette dei tre vini bianchi varietali storici di BorgosanDaniele: Friulano, Malvasia e Pinot grigio con una quarta, importante novità, la prima Ribolla gialla dei Mauri.
Come ogni vino nato in Borgo San Daniele, la Ribolla gialla è creata rispettando tempi e caratteristiche di quest’uva semplice, ma allo stesso tempo preziosa nel bicchiere. È quindi un vino fermo che grazie alla vendemmia manuale, alla cura rispettosa in cantina e un affinamento controllato esalta le sue caratteristiche originarie: freschezza, acidità, aroma fruttato.

 

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In copertina e all’interno il nuovo logo di BorgosanDaniele per i quattro bianchi autoctoni monovarietali.

 

 

“Il Prosecco è nostro e non si tocca!”: dal Fvg ecco la risposta alla richiesta croata

(g.l.) «Il Prosecco è nostro e non si tocca!». Era inevitabile che pure dal convegno vitivinicolo dell’altro pomeriggio, nelle Grave codroipesi, si levasse un appello corale alla difesa di questo spumante, ormai dalla fama mondiale, protetto dalla Doc interregionale ritagliata da parecchi anni ormai tra Friuli Venezia Giulia e Veneto, e che ha quale punto riferimento geografico una piccola località del Carso Triestino, Prosecco appunto, il cui nome ha consentito di dare un nome a un vero e proprio “fiume” di vino con le bollicine. Il problema, come è noto, è legato alle polemiche di stretta attualità, perché divampate sugli organi di informazione, innescate dalla pretesa della Croazia di salvaguardare un proprio, omonimo bianco. Al riguardo, il presidente del Consorzio per la tutela del Prosecco, Stefano Zanette, ha auspicato che la vicenda del Prosek venga gestita con equilibrio dall’Unione europea senza danneggiare il nostro prodotto, altrimenti «si creerebbe un precedente di giurisprudenza che metterebbe in discussione tutto il sistema di denominazioni europee. Paradossalmente – ha osservato Zanette -, questo potrebbe portare a riaprire la questione Tocai tra Friuli Venezia Giulia e Ungheria». Altra questione che ha tenuto banco in queste settimane, riaprendo dissapori peraltro mai del tutto sopiti, dopo l’adozione del nome alternativo, “Friulano”, che nonostante gli investimenti, pubblici e privati, non ha portato ai risultati sperati, tanto che la varietà – che, dopo tutto, rappresentava il nostro storico bianco portabandiera – ne ha risentito parecchio sotto il profilo produttivo e commerciale.

Il saluto del presidente Bellomo…

… e tutti i relatori.

Temi enologici, ma soprattutto politici, che hanno avuto dunque come sfondo, il meeting codroipese. Un’apertura all’insegna dei quattro elementi naturali da preservare che rendono unica la viticoltura regionale (Terra, Aria, Acqua e Cielo, con un magnifico tramonto dopo alcune gocce di pioggia) e una chiusura con il rinnovato impegno a proseguire sulla strada della sostenibilità, puntando alla prima bottiglia di Prosecco tutta riciclabile nei suoi componenti. Un successo per il convegno “Dalla terra al bicchiere” che La Delizia Viticoltori Friulani di Casarsa della Delizia, azienda leader nel mondo degli spumanti e con forte presenza anche nei vini fermi, ha organizzato nella propria azienda agricola a due passi da Codroipo per presentare assieme ai partner la sua filiera sostenibile. Moltissimi gli intervenuti, fra i quali anche il presidente di Assoenologi Fvg, Rodolfo Rizzi.
Moderato dal direttore dei giornali Messaggero Veneto di Udine e Il Piccolo di Trieste, Omar Monestier, l’incontro ha visto in apertura il presidente della Cantina La Delizia di Casarsa, Flavio Bellomo, rimarcare come da questa nuova visione non si possa più tornare indietro: «La viticoltura sostenibile non è una moda del momento, ma un impegno che ci prendiamo per il futuro non solo della nostra cooperativa e dei nostri clienti, ma anche delle comunità e del territorio in cui operiamo». Ha quindi portato un saluto Claudio Violino, sindaco di Mereto di Tomba, nel cui territorio comunale ricade parte dell’azienda agricola, il quale ha ricordato il valore della presenza de La Delizia, nonché la strategicità dell’agricoltura nel sistema economico territoriale.

Mirko Bellini, direttore La Delizia Viticoltori Friulani, ha quindi aperto la tavola rotonda con l’intervento sul tema “Visionari. Sostenibili. Responsabili. E con tanta sete di futuro”, ovvero il nuovo percorso intrapreso dalla Cantina di Casarsa verso la sostenibilità ambientale, sociale ed economica attraverso la certificazione Sqnpi, Sistema di Qualità Nazionale di Produzione Integrata, in tutta la filiera. «Una certificazione che ha come simbolo l’ape – ha spiegato – a cui noi aggiungiamo la farfalla, altro insetto legato alla salubrità dell’ambiente che noi abbiamo scelto di inserire nel nostro nuovo logo. L’impegno per la sostenibilità abbraccia tutta la nostra filiera, trovando l’adesione dei nostri partner fornitori, in uno dei primi esempi a livello nazionale di un sistema che parte dalla vigna e arriva all’automezzo che consegna i nostri vini. Un impegno per la sostenibilità ambientale, economica e sociale in cui crediamo in prima persona e che è sempre più richiesto dai consumatori finali. Siamo fortunati a operare in una regione come il Friuli Venezia Giulia in cui terra, aria, acqua e cielo non sono compromessi e sta a noi saperli preservare, anche attraverso la digitalizzazione delle particelle dei vigneti dei nostri soci che stiamo effettuando, in modo da avere tutte le informazioni per esempio sul consumo di acqua. Il tutto avendo sempre l’obiettivo di ridurre la “carbon footprint” dell’azienda. Questo nostro impegno è un ritorno alla gestione del territorio attraverso l’agronomia riducendo al minimo indispensabile la chimica. Sostenibilità ambientale, sociale ma soprattutto economica che mal si coniuga con la bolla speculativa che attualmente sta determinando un aumento ingiustificato e incontrollato del prezzo della materia prima».

Il tappo gigante…

… e il pubblico.

Carlos Veloso dos Santos, amministratore delegato di Amorim Cork, gruppo internazionale leader per la produzione e vendita di tappi in sughero, è intervenuto su “Le sfide del packaging tra innovazione, marketing e sostenibilità”. Partendo dalle eccezionali qualità sostenibili del sughero, elemento che naturalmente compensa le emissioni di Co2, ne ha illustrato il recupero per dargli nuova vita in oggetti di design, donando anche alla cantina uno speciale mega tappo con il logo de La Delizia in occasione dei 90 anni appena compiuti. Ha chiuso anche con un monito a diffidare di quelle aziende che non stanno effettuando una reale politica ambientale, ma semplici operazioni di facciata (il cosiddetto green washing).
Federico Goitre, sales manager di Italia Enoplastic gruppo internazionale leader per la produzione e vendita di capsule e chiusure di garanzia per il mondo del vino, spumante, liquori, olio e aceto, ha poi discusso a proposito de “La cultura del design e dell’innovazione verso materiali sostenibili”. Illustrato il rapporto con La Delizia, ha spiegato come si stia lavorando sempre più su materiali sostenibili e con minore uso di colle, annunciando lo studio di un nuovo materiale totalmente riciclabile. Interessante come, dal riciclo dei materiali delle capsule, vengano anche realizzati pali per vigneti, portando ulteriore sostenibilità al comparto viticolo.
Martina Villa, marketing manager di Ds Smith Packaging Italia, gruppo internazionale leader per la produzione e vendita di imballi e packaging personalizzati, è intervenuta invece sul tema “Ridefinire il packaging per un mondo in evoluzione – la sostenibilità al centro di tutto”. Essendo carta e cartone materiali sostenibili per natura, la sua azienda ha una vocazione green solida, con i propri clienti che chiedono sempre più queste soluzioni rispettose dell’ambiente e riciclabili. Una realtà che vuole contribuire attivamente all’economia circolare.
Luca Ceccarelli, presidente del Gruppo Ceccarelli, gruppo nazionale leader nel settore dei servizi di logistica e trasporti, ha quindi parlato di “Una supply chain sostenibile – Utopia o realtà?”. Rinnovo costante del parco automezzi aziendale, scegliendo mezzi a basse emissioni, e la sfida dell’ultimo miglio, con consegne affidate nella parte finale a mezzi elettrici soprattutto nei centri delle città, sono state le tematiche al centro del suo intervento. Evitare viaggi di mezzi vuoti e ricercare 20 mila autisti all’anno in Italia sono invece le sfide che ha posto per il comparto.

Glera vitigno base del Prosecco.

Infine, intervistato dal direttore Monestier, Stefano Zanette si è soffermato sulle politiche messe già in atto dal Consorzio per la tutela del Prosecco riguardo alla produzione sostenibile e al rispetto di ambiente e salute. Dal bando al glifosato per i trattamenti delle erbe infestanti al ripristino delle siepi attorno ai vigneti, fino agli obiettivi su cui si sta lavorando, di boschi piantati per compensare le emissioni del ciclo produttivo e l’uso del marchio consortile solo per aziende che operino in maniera sostenibile. E proprio sulla domanda di stretta attualità legata alla vicenda del Prosek, vino che la Croazia vuole tutelare per quanto riguarda la denominazione in sede europea, Zanette si è detto fiducioso che la vicenda venga seguita dall’Unione Europea senza danneggiare il Prosecco, altrimenti – come dicevamo all’inizio – il caso che ne scaturirebbe creerebbe un precedente di giurisprudenza, tale da mettere in discussione tutto il sistema di denominazioni europee. Paradossalmente, questo potrebbe portare a riaprire la questione Tocai tra Friuli Venezia Giulia e Ungheria, ma sarebbe un autogol per il comparto “sperare” che la Croazia riesca nel suo intento per ottenere sviluppi in quest’altra vicenda. Il presidente ha parlato anche del Prosekar, vino a rifermentazione naturale tradizionale di Prosek-Prosecco, il paese carsolino al quale è appunto legata la Denominazione di origine controllata. Infine, Zanette ha confermato il grande successo del Prosecco Doc Rosé, subito apprezzato non solo dai consumatori ma anche nei concorsi enologici.
In chiusura su proposta di Veloso, La Delizia con il presidente Bellomo si è impegnata a lanciare prossimamente un Prosecco con tutti i suoi elementi – dalla bottiglia all’etichetta, da capsule a tappi e confezione – prodotti in maniera sostenibile e riciclabile.

Vigneto nelle Grave del Friuli.

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In copertina, spumanti friulani a Casarsa della Delizia: il Fvg vuole difendere il suo Prosecco.

Zannier chiude il “caso” Tocai e lancia un appello all’unità dei vitivinicoltori Fvg

(g.l.) Il dossier Tocai è ormai chiuso da tanto tempo e non può essere riaperto. Parola di Stefano Zannier, titolare dell’agricoltura del Friuli Venezia Giulia. «Dopo oltre dodici anni dall’ultima pronuncia giuridica in merito, è perlomeno utopistico pensare di poter ritornare a usare la dicitura “Tocai” per quello che ormai in tutto il mondo viene chiamato “Friulano”. La Regione ha combattuto strenuamente per tutelare la denominazione “Tocai” ma quella sfida, purtroppo persa, appartiene al passato, quindi dobbiamo guardare al futuro e promuovere al meglio gli attuali prodotti del Friuli Venezia Giulia e non dare vita a battaglie di retroguardia che rischiano solo di alimentare false speranze».

Il Friulano (ex Tocai) fa discutere.

È questa, infatti, la posizione espressa dall’assessore regionale alle Risorse agroalimentari in merito alla possibilità, paventata da alcuni esponenti istituzionali – in particolare, come è noto, il presidente del Consiglio regionale Piero Mauro Zanin, intervenuto alla presentazione della Festa del vino di Bertiolo -, di avviare un’azione politico-legale per recuperare il nome “Tocai” per il vino ora noto come “Friulano”. Zannier ha spiegato che «sia gli organi di giustizia dell’Unione europea sia la Corte costituzionale si sono espresse in maniera molto chiara rispettivamente a favore dell’Ungheria e del suo Tokaji e sull’impossibilità per la Regione di legiferare in una materia che ha riflessi sul commercio internazionale e comunitario e, ormai da anni, tutte le aziende vitivinicole del Friuli Venezia Giulia hanno investito risorse e promosso attraverso le etichette delle loro bottiglie il “Friulano”. Inoltre, per ridurre il disagio economico causato dal cambio di denominazione sono stati investiti per la promozione del “Friulano” oltre 10 milioni di euro, 8 dei quali di provenienza statale e 2 regionali». L’assessore ha quindi rimarcato che «al momento la Regione non ha alcuna evidenza dell’individuazione di nuovi elementi che potrebbero far ipotizzare una riapertura della questione, ma se altri esponenti hanno evidenza di aperture in tale senso da parte dell’Unione Europea dovrebbero segnalarle formalmente di modo da consentire di verificare la loro fondatezza per distinguere sentieri legalmente e istituzionalmente percorribili da illazioni e chiacchiere da bar».  Come tutti gli addetti del settore sanno, l’Ungheria, a sostegno della sua richiesta, aveva fatto leva sul nome geografico assonante con il nome del nostro storico bianco. Ma altrettanto il Friuli Venezia non aveva potuto fare, per cui – come osservavamo anche pochi giorni fa – sarebbe estremamente complesso e rischioso, dal punto di vista dei risultati ottenibili, riaprire la vertenza con i magiari e la stessa Unione Europea.
Sigillo, quindi, sulla questione Tocai – anche se l’adozione del nome alternativo “Friulano” non ha mai entusiasmato nessuno, sebbene fosse il migliore fra quelli individuati -, mentre dallo stesso esponente della Giunta regionale è venuto un convinto appello all’unità del settore, proprio nell’ottica di guardare avanti con senso propositivo. «Trovare una strada comune per promuovere in maniera unitaria il vitivinicolo del Friuli Venezia Giulia al di fuori dei confini regionali, valorizzando le competenze che questa terra sa esprimere»: è questo infatti l’appello che ieri pomeriggio, Stefano Zannier, ha lanciato da Torreano di Cividale in occasione del brindisi organizzato dall’azienda agricola Valchiarò per festeggiare i 30 anni di attività. Per l’occasione è stato degustato il bianco Nexus, Friulano Doc Friuli Colli orientali a cui la guida Winesurf 2020 online e gratuita dei vini italiani 2020 ha assegnato il punteggio più alto in assoluto dopo aver degustato alla cieca 1403 bianchi provenienti da tutta Italia. Oltre a questo prestigioso premio – di cui a suo tempo avevamo riferito -, lo stesso vino ha ottenuto anche la “corona” (il massimo riconoscimento) della Guida Vinibuoni d’Italia 2020, considerata la “bibbia” per quanto concerne i vini da vitigni autoctoni, che sono stati protagonisti nel fine settimana alla Fiera regionale dei vini di Buttrio. Per questi risultati conseguiti, ma anche per la filosofia che anima l’azienda, l’assessore si è voluto pubblicamente complimentare con i soci.
Alla presenza di Lauro De Vincenti, socio e amministratore della Valchiarò, e del sindaco Roberto Sabbadini, l’esponente dell’esecutivo Fedriga ha poi voluto porre l’attenzione sulla necessità di fare massa critica per promuovere l’intero settore vitivinicolo al di fuori del Friuli Venezia Giulia «attraverso un percorso – ha detto Zannier – che aggreghi più produttori intorno a questo progetto. Non possiamo più andare in ordine sparso, ma c’è necessità di unire le forze e trovare coesione, mettendo da parte alcune peculiarità in nome di un’immagine collettiva capace di portare benefici all’intero comparto». Su questo aspetto – ha osservato – i Colli orientali (c’era anche il presidente Paolo Valle) sono «un’area illuminata, perché il Consorzio mette assieme la qualità del prodotto con la necessità di rafforzarne la commercializzazione collocando i vini sul mercato al giusto prezzo».
«Oltre alla promozione unitaria – ha evidenziato infine il titolare dell’agricoltura Fvg – il progetto deve prevedere un altro step; è necessario infatti attivare un percorso che permetta di valutare in modo oggettivo gli investimenti compiuti, misurare il risultato che si porta a casa in termini di riconoscibilità dei nostri prodotti sui mercati interni ed internazionali, ed infine quotare quale sia il ritorno delle aziende che intendono partecipare a questo percorso. Tutto ciò non si fa in poco tempo, ma in questa seconda parte della legislatura cercheremo di spingere il piede sull’acceleratore per raggiungere questi obiettivi».

Grappoli di Tocai friulano.

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In copertina, l’assessore regionale Stefano Zannier ieri pomeriggio a Torreano.

Nascono “Ponasen” e “Fabrin” i primi vini friulani affinati nelle Grotte di Villanova

Si chiamano “Ponasen” e “Fabrin” i primi vini delle Grotte di Villanova. A tre anni di distanza dall’avvio dell’esperimento, nascono un bianco e rosso – Friulano e Bordeaux – prodotti con le uve dei colli di Raschiacco (in Comune di Faedis) e conservati nelle famose cavità del monte Bernadia. Essendosi concluso il tempo dell’affinamento (a una profondità di 60 metri, con temperatura costante di 11°C e umidità del 98 per cento), è arrivato quello dell’imbottigliamento, epilogo vincente di una sfida cui in tanti, all’inizio, avevano guardato con scetticismo. E invece il sogno del presidente del Gruppo Esploratori e Lavoratori Grotte di Villanova, Mauro Pinosa, si è trasformato in realtà: due barriques da 220 litri e del peso di circa 260 chilogrammi l’una sono pronte ad offrire all’assaggio il proprio contenuto. Ma farle scendere nella cavità, lungo 189 gradini, era stata più che un’impresa.
«Un’idea pazza, mi aveva detto qualcuno. Un progetto impossibile. E invece eccoci qui, il risultato è arrivato: ora i due vini, “Ponasen” – il rosso, così chiamato in onore della nostra antica lingua slava – e “Fabrin”, in omaggio a mio suocero, l’indimenticabile Annibale Fabbrino, artigiano idraulico, carpentiere, lattoniere e tanto altro ancora, saranno travasati in bottiglie che verranno numerate, sigillate con ceralacca e poi vendute a scopi di beneficenza».

IL SUCCESSO CASUALE. L’idea di partenza, nel 2016, era quella di lasciare una piccola botticella di vino in grotta per alcuni mesi, per poi testare il risultato. Un brutto incidente sul lavoro occorso al presidente del Gelgv, però, ha cambiato i piani: «Mi ha fatto dimenticare tutto per un paio d’anni – racconta Pinosa -, finché mi sono ricordato del vino in attesa. L’ho recuperato ed era eccezionale: non lo riconosceva più neanche il produttore. Da qui l’idea, partita appunto tre anni fa, di replicare l’esperienza ma più in grande, con le barriques».

LA DISCESA DELLE BOTTI. Calare le barriques nelle profondità delle Grotte di Villanova, lungo una scalinata dalla notevole pendenza, era stata un’odissea. «Avevo disegnato e realizzato un apposito carro – ricostruisce Pinosa -, che tuttavia, alla prova dei fatti, non si era rivelato idoneo. L’ho così tagliato e modificato più volte, anche con l’aiuto degli amici Gianni Lovo e Xavier Pontelli, finché la struttura ha finalmente risposto alle necessità dell’impegnativo percorso. E se in tanti, come ho detto, non avrebbero mai scommesso sul risultato, c’è stato anche qualcuno – il noto enologo Emilio Del Medico, già paracadutista della Folgore – che ci ha creduto e ha seguito il progetto, sempre a titolo gratuito. A lui va la nostra gratitudine, per il fondamentale contributo: le ultime analisi hanno dato risultati eccellenti». Non a caso si sta già pensando al consolidamento del progetto.

I VITIVINICOLTORI. La voce dell’affinamento in profondità è circolata fra gli imprenditori vitivinicoli e alcuni noti produttori friulani hanno preso contatti con le Grotte. Qualcuno ha perfino già eseguito dei sopralluoghi. «Non appena avremo installato l’impianto di risalita meccanico nella nuova galleria di accesso – anticipa Pinosa – sarà possibile utilizzare la cavità anche per questa particolare attività».

LA BENEFICENZA. Nel frattempo, il Gelgv sta studiando la possibilità di organizzare in sicurezza – nel rispetto delle normative anti-contagio, non appena le restrizioni in essere si allenteranno un po’ – un evento in grotta, potrebbe essere un pranzo di beneficenza, per presentare e degustare questi specialissimi vini. Insomma: «Anche in questo periodo forzatamente vissuto senza visitatori – conclude il presidente Pinosa – nelle Grotte si continua a lavorare, guardando al futuro».

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In copertina, Gianni Lovo e Mauro Pinosa con le barriques dei due vini affinati nelle Grotte di Villanova (all’interno in due immagini).

Miglior bianco d’Italia? Secondo Winesurf è il “Nexus” della Valchiarò

A dirlo è Winesurf, l’unica guida online e gratuita dei vini del Belpaese: il miglior bianco d’Italia è “Nexus”, un Friulano (quello che un tempo si chiamava Tocai) prodotto con le uve della vendemmia 2019 dalla Valchiarò, azienda ubicata a Torreano nei Colli orientali del Friuli. Gli Oscar di Winesurf (il cui sito Internet è frequentato ogni giorno da una media di oltre 3 mila visitatori) sono stati assegnati dopo aver assaggiato alla cieca 1403 bianchi provenienti da tutta Italia, espressione di tutte le regioni. Una selezione severissima: solo 116 vini hanno raggiunto la soglia degli 86 punti (minimo per essere classificati vini “top”) e solo venti hanno ottenuto un punteggio da 90 in su.
I degustatori della guida, fondata e diretta da Carlo Macchi, hanno assegnato il voto più alto (93 punti) al Nexus e ad un Verdicchio dei Colli di Jesi. Ma la condivisione del podio più alto non scalfisce la soddisfazione di Lauro De Vincenti, socio e amministratore della Valchiarò: “Eravamo già strafelici – dice – quando abbiamo saputo che il Nexus era risultato primo tra 340 vini del Friuli Venezia Giulia. Ora ci sentiamo ripagati di tutti i sacrifici e gli sforzi che abbiamo fatto in quasi 30 anni di attività. Ne valeva la pena!”.
Un successo condiviso con tutti i soci, anche con chi non c’è più: “Ci piace dedicare questo momento di gioia – commenta emozionato De Vincenti – a Galliano Scandini, socio fondatore e cantiniere della Valchiarò, deceduto cinque anni fa”. Eravamo in piena vendemmia, e per la morte di Galliano abbiamo sospeso per qualche giorno la raccolta delle uve di una vigna antica di Friulano, che è andata in surmaturazione. Pensavamo – continua il vignaiolo – di aver rovinato l’annata, invece seguendo le indicazioni del nostro enologo Gianni Menotti abbiamo ottenuto un vino strepitoso. I risultati di quest’anno confermano che abbiamo imboccato la strada vincente”.
In terra friulana, l’affermazione del Nexus suona anche come un simbolico risarcimento per tutti coloro – produttori e consumatori – che non hanno mai accettato la perdita del nome Tocai . Scrive Winesurf: “Questo grande Friulano è l’emblema di una meravigliosa vendemmia … Un vino che andrebbe fatto assaggiare a tutti quelli che dicono che il Friulano non si riesce a vendere fuori dai confini regionali”.

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In copertina, Lauro De Vincenti e qui sopra l’etichetta del “Nexus”.

 

LA RICETTA – Risotto con la Pituccia (o Pitina) di Maniago

di Gi Elle

Tra oggi e domani, Maniago vive un intenso weekend dedicato a due prodotti trainanti dell’economia del suo territorio: i Coltelli e la Pitina. E proprio al tipico salume di queste valli pordenonesi oggi dedichiamo la consueta rubrica quindicinale “La ricetta del sabato” per proporvi un bel piatto, di facile preparazione, elaborato dalla macelleria Polesel che si trova proprio nel centro storico della città dei coltellinai, in via Umberto I, quasi in piazza Italia, quella della caratteristica fontana. In realtà, la ricetta è fatta con la Pituccia. Infatti, la Pitina viene declinata in nomi diversi, all’interno della stessa zona di produzione, a seconda della composizione del suo impasto. Ecco, dunque, il gustoso primo piatto:

“Risotto con Pituccia”

Ingredienti:
mezza cipolla
aglio
burro
Pituccia
mezzo bicchiere di vino bianco

Preparazione:
Rosolate mezza cipolla, precedentemente sminuzzata, in un tegame con aglio e burro.
Aggiungete la Pituccia tagliata a dadini e annaffiate questo soffritto con mezzo bicchiere di vino bianco delle Grave del Friuli. Quando il vino è evaporato versate il riso e del brodo di carne caldo. Quando il riso è quasi cotto spegnete il fuoco ed aggiungete a quest’ultimo delle noci di burro. Servitelo caldo.

Vino:
Un fresco Friulano (ex Tocai) delle Grave o se preferite un leggero Merlot della stessa Doc.

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Ma torniamo alla festa in corso a Maniago. E’ stata organizzata dall’Associazione Produttori della Pitina Igp, nell’ambito di un progetto di promozione finanziato dal Psr 2014-20 per il tramite del Gal Montagna Leader. L’iniziativa si avvale del supporto organizzativo dell’Ecomuseo Lis Aganis, a conferma di una ormai storica collaborazione avviata nel 2012 con l’istituzione congiunta del Premio Trivelli. Con il claim “La Pitina prodotto culturale”, il riconoscimento intitolato al tramontino Mattia Trivelli (cui va l’indiscusso merito di aver salvato dall’oblio un prodotto dalle caratteristiche uniche), nell’arco di otto edizioni (dal 2012 al 2019), è riuscito a coinvolgere ben 72 pubblici esercizi (ristoranti, trattorie, agriturismi, ma anche pasticcerie) con una partecipazione media che negli ultimi anni si è stabilizzata intorno ai 30 locali. Da questo “sodalizio virtuoso” è nata l’idea di un progetto di co-marketing finalizzato a consolidare e a rendere operativa lungo tutto l’arco dell’anno la collaborazione, allargandola al mondo della coltelleria e agli altri prodotti di eccellenza della gastronomia del territorio. L’obiettivo è quello di creare attorno alla Pitina Igp un “club” che promuova in modo integrato il prodotto, i ristoratori, il territorio con le sue risorse enogastronomiche, culturali e ambientali. Il progetto e il “logo” della nuova iniziativa verranno presentati, in piazza Nicolò di Maniago, nel corso di un convegno che sta per cominciare proprio in questi minuti e che avrà come punto centrale la lectio magistralis sul tema “Lame e Pitine” del professor Angelo Floramo.

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In copertina, la Pitina tipico prodotto della montagna pordenonese.

Un coro di sì alla Doc Friuli per lo stoccaggio del Pinot grigio

di Gi Elle

Anche il settore vitivinicolo ha subito un pesante contraccolpo a causa della crisi sanitaria da Coronavirus che ha imposto il lunghissimo lockdown, con il blocco di molte attività come quella della ristorazione. E a farne le spese è anche il Pinot grigio, vino di punta del Vigneto Fvg, ma non solo. Pochi giorni fa, riferendo della situazione a livello di Doc delle Venezie, rilevavamo infatti, sulla base dei dati consortili, come il grande bianco nonostante l’emergenza in atto avesse tenuto nei primi mesi dell’anno, soprattutto a livello di Grande distribuzione organizzata, mentre a preoccupare i vertici dell’organismo di tutela è il futuro, tanto da pensare ad adeguate misure protettive. E sulla stessa lunghezza d’onda si pone ora anche la Doc Friuli che chiede lo stoccaggio del prodotto ottenendo un coro di consensi anche da parte di Confagricoltura Fvg e Fedagripesca Fvg. Afferma, infatti, il presidente Giuseppe Crovato: «La pandemia ha reso ancora più evidente lo squilibrio tra la domanda e l’offerta di vino, soprattutto di quello maggiormente prodotto, rivendicato ed esportato in Friuli Venezia Giulia: il Pinot grigio. Il blocco totale del canale Horeca, la crescita della produzione in altri areali italiani e l’approssimarsi della nuova vendemmia hanno spinto, dunque, il consiglio di amministrazione del Consorzio di tutela della Doc Friuli, a sollecitare la richiesta di stoccaggio».
«Non potendo agire direttamente, poiché l’iter del riconoscimento consortile non si è ancora completato, solleciteremo le Associazioni di categoria e la Regione a consentire una produzione di 140 q per ettaro di uva (come da Disciplinare), destinandone però 10 allo stoccaggio. Un intervento che consentirà, qualora le condizioni di mercato migliorino, di sbloccare successivamente la produzione di vino mantenendo, nel contempo, un certo calmiere sul prezzo. È una decisione che abbiamo preso dopo avere ragionato su quanto hanno fatto altre Denominazioni importanti (Doc Delle Venezie, a esempio) e vorremmo che fosse da stimolo ad altre ancora ma, soprattutto, alle Igt della Penisola per avviarsi verso un contenimento anche della loro produzione. Siamo giunti a questa conclusione – aggiunge Crovato – dopo aver valutato che le misure sulla distillazione non saranno attuate. Confidiamo pure che si avvii, appena possibile, una nuova campagna promozionale per affermare sui mercati la grande qualità espressa dal Pinot grigio del Friuli Venezia Giulia».

Giuseppe Crovato

«La richiesta del Consorzio della Doc Friuli di porre a stoccaggio 10 quintali di uve di Pinot grigio per ettaro per la prossima vendemmia è condivisibile», commenta Michele Pace Perusini, presidente della Sezione economica regionale viticoltura di Confagricoltura Fvg. «L’importante è che non si tratti di una semplice posizione ideologica, ma venga attuata con la finalità di garantire una maggiore redditività alle aziende produttrici. La scelta dello stoccaggio, dunque, dovrà essere condizionata all’eventuale sblocco della riserva, qualora le condizioni di mercato lo consentissero e si trattasse di una scelta che favorisse una crescita di valore per i vignaioli», conclude Pace Perusini.

Michele Pace Perusini

«È una richiesta di buon senso e che condividiamo quella dello stoccaggio di 10 quintali di uve di Pinot grigio per ettaro, avanzata dal Consorzio della Doc Friuli, per la prossima vendemmia», gli fa eco Venanzio Francescutti, presidente regionale di Fedagripesca. «Il Pinot grigio, oltre a essere il vino più rivendicato della Doc (1.712 ettari di vigna per 127.159 ettolitri), è attualmente il più richiesto e venduto a livello mondiale. Il mercato (soprattutto estero), nonostante le chiusure di questi mesi, è ancora assai recettivo e, in previsione, continuerà a esserlo. Infatti, possiamo già anticipare che le cantine cooperative della regione procederanno regolarmente con i ritiri delle uve conferite dai propri soci. Il punto vero rimane la tutela del valore dell’uva e del vino – prosegue Francescutti – ed è per questo motivo che, a fianco dello stoccaggio, a nostro avviso, serve attivare altre misure per calmierare la produzione. A esempio, serve decidere il blocco dei nuovi impianti e, inoltre, fare in modo che tutto il Pinot grigio prodotto in Italia sia regolato da una tracciabilità seria, come abbiamo proposto a livello nazionale. Queste azioni, ancora una volta – conclude il presidente di Fedagripesca Fvg – testimoniano quanto sia importante per i vignaioli regionali, lavorare in maniera coordinata anche rafforzando la rappresentanza del Consorzio della Doc Friuli e contribuire alla crescita delle adesioni e della sua forza rappresentativa».

Venanzio Francescutti

I numeri della Doc Friuli

Continua la crescita a due cifre, anche per il 2019, del gradimento della Doc Friuli fra i vignaioli della regione. Una Denominazione nata nel 2016 e che, in pochi anni, è diventata la più importante del Friuli Venezia Giulia, se si escludono quelle del Prosecco e appunto del Pinot grigio condivise, peraltro, con il vicino Veneto. I numeri relativi all’annata 2019, dunque, forniti dal Ceviq (Certificazione vini e prodotti italiani di qualità) di Pradamano, indicano in 3.440 gli ettari rivendicati, rispetto ai 2.497 del 2018 (+38%). Di conseguenza, crescono in progressione gli ettolitri prodotti che passano dai 183.348 del 2018, ai 240.406 del 2019, con un aumento del 31%. Il vino più rivendicato resta sempre l’”internazionale” Pinot grigio (1.712 ettari per 127.159 ettolitri) seguito, a grande distanza, dal Merlot (269 ettari per 17.870 di vino prodotti). Il Friulano (255 ettari per 17.491 ettolitri di ex Tocai), l’autoctono più rivendicato, conquista il terzo posto spodestando dal podio lo Chardonnay.

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In copertina, una bella produzione di Pinot grigio in Friuli Venezia Giulia.

Il dopo-Covid in Riviera secondo Lorenzon, leader dell’agricoltura isontina

di Carlo Morandini

SAN CANZIAN D’ISONZO – L’esperienza di chi ha vissuto tutte le fasi dello sviluppo della viticoltura e dell’agricoltura del Friuli Venezia Giulia è essenziale nei momenti più difficili. L’avere saputo trarre dalla campagna, ma in particolare da terreni sui quali pochi avrebbero scommesso, risultati di eccellenza con vini che si sono imposti nei concorsi mondiali, spodestando il primato di realtà come quella francese, non è un risultato banale. Come non è banale il fatto che Enzo Lorenzon abbia deciso di dedicare il prodotto di punta della sua offerta più qualificata al fiume in riva al quale è riuscito a far crescere un’agricoltura di pregio, strappando al territorio le migliori carature. E proprio mentre “Sontium” così ha chiamato il suo profumato e vincente blend di uve bianche riprendendo la denominazione data al fiume dagli antichi Romani – stava riscuotendo successi ancor più ampi rispetto al suo Sauvignon, alla Ribolla gialla e al Friulano già medagliati, ecco il blocco inaspettato dei mercati. Ma anche il rallentamento di tutte le attività, comprese quelle in vigna e nelle campagne. Perché sui terreni de “I Feudi di Romans”, accanto alla vite sono praticate anche l’orticoltura e la frutticoltura di pregio, che danno prodotti di supporto a quelli del vigneto, proposti nel chiosco annesso all’area degustazione, nel cuore dell’azienda di San Canzian d’Isonzo.

I figli Davide…

… e Nicola.

Lorenzon, che oggi è supportato con efficacia dai figli Davide, in vigna e in cantina, e Nicola, nel marketing e nella promozione, da anni è impegnato anche nel territorio dell’Isontino, ed è presidente del Consorzio di bonifica, il patto con la Regione dei Comuni e del mondo dell’agricoltura per una gestione sostenibile del bene acqua. Così, questa quarta puntata sul dopo-Covid esprime il pensiero di un animatore non solo di queste terre, ai confini orientali di quella che amiamo chiamare Riviera Friulana ed è ormai riconosciuta non solo dalle istituzioni, ma anche dell’intera civiltà contadina così come la intendiamo nel terzo millennio.
“A decidere su come dovremo ripartire, per inseguire i traguardi della crescita e dello sviluppo ai quali ci eravamo abituati, debbono essere gli amministratori assieme all’agricoltura. Non commissioni o comitati, che difficilmente portano a scelte e risultati rapidi ed efficaci. Lo abbiamo vissuto sulle nostre spalle in passato”. Questa la sua calda raccomandazione quale premessa alla nostra intervista, nel ribadire che il mondo rurale è, come dev’essere, accanto alla politica e ai tecnici per cercare di fare ripartire nel modo più conveniente e sicuro la lavorazione nelle campagne, ma anche la promozione su mercati che, improvvisamente e inaspettatamente, dopo anni di impegno alla ricerca di nuovi sbocchi e di conquiste costruite con la qualità, si sono arrestati.

– Ma come vede questa difficile situazione?

“La situazione che stiamo vivendo è da film di estrema fantascienza e non ci saremmo mai aspettati di doverla affrontare. Lascerà segni importanti sulla nostra economia e nella nostra società. Preferisco evitare di analizzare troppe cose, per soffermarmi sul settore vitivinicolo, che fino a qualche anno fa era un fiore all’occhiello della nostra terra, e forse oggi è uno dei più penalizzati. Lo faccio per due motivi. Innanzitutto, perché il settore vino subisce un calo di vendite dell’85 per cento: sembra una follia solo pensarci, perché fino a un paio di mesi fa non avremmo mai ritenuto che ciò sarebbe stato possibile. Poi, perché in questo momento tutte le attività in campagna sono in pieno svolgimento per portare avanti un’annata vinicola, il cui prodotto non sappiamo dove lo metteremo…”.

– E, allora, quali sono le prospettive?

“Se continua così, ma anche se si potesse ripartire più in fretta, non vedo come questo stato di cose si potrebbe risolvere a breve. A spaventarmi di più sono quella ridda di ipotesi e quella selva di proposte che si inseguono, giorno dopo giorno, e che spesso si dissolvono in breve, rivelandosi ‘fake news’. Ma che non fanno che disorientare gli amministratori, i tecnici, gli operatori, come pure l’opinione pubblica. Un esempio? Pensiamo alla proposta dell’installazione di cabine in plexiglas sull’arenile per garantire il distanziamento sociale dei bagnanti: se sarà adottata questa soluzione, per gli ospiti della spiaggia sarà estremamente difficile pensare poter di andare al bar a bere una birra o un buon bicchiere di vino. In questo caso, ma anche con soluzioni diverse, chi produce qualità, come nel nostro caso, e questa è la nostra presunzione, sarà più svantaggiato. Molti di noi puntano alla grande distribuzione, nella quale non c’è spazio per tutti. Finora, il 70 per cento del nostro prodotto veniva venduto per il 50 per cento sul mercato italiano, l’altra metà all’estero. Ma anche il mercato americano, che stava andando bene, e quello russo, sul quale registravamo gli stessi risultati positivi, si sono fermati completamente”.

– Come possiamo traghettare la viticoltura regionale oltre la crisi?

“Se chi ha il compito di scegliere come risolvere la situazione, non eviterà di dover affidare le scelte a tavoli di concertazione o a commissioni, non risolveremo niente in tempi ragionevoli. Ho un’esperienza abbastanza lunga in queste cose. Chi deve decidere, si deve piuttosto attorniare di tecnici capaci e operativi, non solo studiosi. Ci vogliono tecnici operativi che sanno come funzionano le cose: soltanto così avremo la possibilità di capire che cosa si potrà fare per aiutare il nostro mondo. E avremo la possibilità di programmarci per capire se nell’arco dell’anno, o nel prossimo futuro, potremo pensare di avere ancora un mercato all’altezza delle nostre produzioni. Si tratterà però di una valutazione epocale, alla quale nessuno di noi si era preparato. In ogni caso, il popolo italiano si è sempre rimboccato le maniche, e lo faremo anche noi. Occorrerà trovare soluzioni che ci possano permettere di riprendere in mano quel pallino che oggi non abbiamo più”.

– Chi ha scelto la strada della qualità è forse più avvantaggiato in questo momento così complesso?

“Fare previsioni per il futuro, oggi è sicuramente azzardato. È invece importante capire se l’epidemia si fermerà a breve, se andrà avanti ancora e per quanto tempo, se faremo delle scelte, importanti o meno, perché da noi il virus ha fatto un numero più alto di malati e di vittime rispetto ad altri Paesi come la Germania. Tutti questi dubbi ci confermano che non sappiamo ancora come andrà a finire. Pertanto, non possiamo far altro restare in attesa, rimboccarci le maniche e aspettare un momento migliore”.
(4 – continua)

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In copertina, Enzo Lorenzon con i figli in una bella immagine tratta dall’archivio aziendale. (Foto Necchi)

LA RICETTA – Lo splendido risotto burro e salvia di Antonia

di Roberto Zottar

Il primo riscontro di riso in Friuli è del 1446. Nell’Inventarium del notaio Jannis di Cividale si trova elencato “unum saculum de ris siglatum” (un sacchetto di riso siglato). Nel 1550 Pietro Andrea Mattioli, senese e medico a Gorizia, ricorda che i friulani consumano il riso sia come alimento sia come presidio sanitario per l’azione astringente. Certamente si riferiva ad una popolazione abbiente, perché le prime coltivazioni sperimentali di riso arrivano solo sotto il Dominio della Serenissima nel XVIII secolo nelle zone tra San Giorgio di Nogaro, Fraforeano e Paradiso. I friulani però allora seppero adoperarlo così bene che nel 1832 Vincenzo Agnoletti, cuoco di Maria Luigia di Parma, nel suo Manuale cita una “torta di riso alla furlana”, un timballo di riso in pasta sfoglia con un ragù di animelle, fegatini e tartufi.
Oggi però vi voglio parlare di un risotto stellato moderno e innovativo! La dicotomia tra cucina di tradizione e di innovazione fa storcere la bocca a molti, mentre per altri è un non problema! Per me esiste solo la buona cucina e il confine tra i due concetti è labile e soggettivo. Parlando di cucina innovativa si pensa ai piatti più strani e con i nomi stravaganti e lunghissimi, tra l’altro sempre con l’articolo, tipo “i gamberi con polvere d’uovo e cenere di capperi al profumo di rosmarino e timo”. Io però quando il nome del piatto ha più di tre o quattro parole di solito lascio perdere.
La grandezza di uno chef si riconosce a mio avviso nella essenzialità dei piatti, nella sua capacità di togliere, anziché aggiungere, ingredienti, per far percepire le sfumature di gusto dell’ingrediente principale. Molte volte l’innovazione sta solo nell’uso della tecnologia in cucina. È il caso del risotto burro e salvia della grande chef Antonia Klugmann di Vencò di Dolegna, realizzato alla maniera classica dove però gli ingredienti vengono manipolati usando la tecnologia. Antonia in sua una apparente semplicità riesce a creare piatti veramente grandi.

Procedimento:
Per tentare di copiarlo a casa, facciamo un infuso di un etto di foglie di salvia in 1 litro d’acqua bollente, lasciamo raffreddare e filtriamo. Lasciamo in infusione sottovuoto a 63° per 8 ore 50 g di salvia con 100 g di burro, poi filtriamo e raffreddiamo. Se non avete l’attrezzatura, potete immergere il sacchetto sottovuoto in una pentola di acqua riscaldata a 60 gradi e mantenuta con la fiamma al minimo. Tostiamo senza soffritto in poco olio e sale 300 g di riso carnaroli, sfumiamo con ½ bicchiere di vino bianco, e portiamo a cottura con il brodo di salvia bollente. Mantechiamo con il burro alla salvia e parmigiano grattugiato. Serviamo con una spolverata di salvia essiccata in polvere. Nella sua semplicità è un grandissimo piatto: solo riso, burro, salvia e parmigiano, ma con un profumo e una cremosità ineguagliabili!

Vino:
Indubbiamente un fresco Friulano (ex Tocai), ma anche un Traminer aromatico e un Pinot bianco o grigio. Tutti della Doc Collio.

Buon appetito!

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In copertina e qui sopra ecco il risotto burro e salvia di Antonia Klugmann.

LA RICETTA – L’aringa delle Ceneri

di Roberto Zottar

Siamo in pieno Carnevale e avendo già parlato di fritòle a Natale vi dovrei parlare dei crostoli, dolce del nostro strato patrimoniale latino, da crustula, cioè croste di pasta fritta, ma preferisco anticiparvi le tradizioni della Feria quarta cinerum, cioè del Mercoledì delle Ceneri che, secondo la tradizione imposta dal Concilio di Trento, segna l’inizio del periodo del “mangiar di magro” e, per i friulani, della stagione della “renga”, secondo il detto popolare «Pe Cinise si mangje la renghe».
Il “mangiar di magro” prevedeva l’astensione oltre che dai grassi e dai dolci anche dalle carni e, secondo una tradizione popolare, dalle carni degli animali presenti sull’arca di Noè. Sia le Suore Dimesse sia la contesssa Perusini nei loro ricettari riportano una minestra “Sòpe di spàrcs, cesarons, e croz, di vilie” cioè zuppa di vigilia di asparagi piselli e rane; l’uso di rane in un piatto di vigilia ci fa capire che non erano considerate carne, bensì pesce e quindi adatte al precetto di astinenza. Tra i piatti permessi, oltre ai bigoli in salsa di acciuga e cipolle fresche, tipici erano la minestra di “rûz fasùi” , ovvero di soli fagioli, che in altri periodi dell’anno era invece condita con il pestât, il baccalà e le sardelle col radicchio.

I piatti della tradizione:
Come aringhe si usano sia quelle sotto sale, conservate in barili di legno, sia quelle affumicate dal colore dorato. Leggende tramandate parlano di tempi di grande povertà dove la polenta veniva “condita” solo strusciando l’unica aringa affumicata appesa al centro della tavola per tutta la famiglia. La tradizione vuole che l’aringa, prima di esser consumata, vada fatta reidratare per una notte nel latte. Le aringhe si mangiano o crude, previa solo una loro marinatura, o cotte. Posso qui ricordare la frittata (frataia ‘ta la renga”) e la “sevolada cu lis rènghis”, la cipollata con le aringhe, una sorta di savôr servito caldo. La “renghe” o “cospetòn”, e questo termine genera confusione con le sardelle sotto sale, viene anche cotta sotto la cenere, avvolta in carta, con olio, fettine di cipolla e pepe o semplicemente cotta alla griglia e messa sott’olio. Nel Friuli di una volta c’era il rito di andare per osterie a mangiare “renghe e rati”: un abbinamento curioso e quasi dimenticato. Il rati, o ramolaccio, è un tubero dal sapore intenso e piccante, che crudo grattugiato o cotto ben si abbina con l’aringa affumicata. Il suo sapore ricorda quello del ravanello, ma è molto più carico e piccante, tanto che per indicare una persona stizzosa, irosa e “ruvida”, ci si riferisce a questo ortaggio: “jessi un rati”.

Vino:
Un fresco Friulano (ex Tocai) delle nostre Doc.

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In copertina, ecco la tradizionale “cipollata con le aringhe”.