Confagricoltura Fvg: meglio rinviare Vinitaly al prossimo anno

di Gi Elle

Vinitaly 2020 in giugno? Non basta questo posticipo di due mesi, che potrebbe addirittura causare alle aziende danno su danno. Ormai, con il dilagare di Coronavirus in Italia e nel mondo, e con le pesanti misure restrittive adottate, meglio chiudere con quest’anno sfortunato (è proprio bisestile…), pensando fin d’ora al prossimo. E’ l’opinione, convinta, di Confagricoltura Fvg. «Dopo un’ampia consultazione con la base associativa, siamo arrivati alla determinazione di formalizzare la richiesta, a VeronaFiere, di rinviare al 2021 l’edizione annuale del Vinitaly (ora solo rimandato al 14-17 giugno)», afferma infatti Michele Pace Perusini, presidente della Sezione economica regionale viticoltura della organizzazione imprenditoriale guidata da Philip Thurn Valsassina.

Michele Pace Perusini


«Se fino a qualche giorno fa, il rinvio a giugno poteva essere, in parte, condivisibile, con le disposizioni sulle nuove restrizioni conseguenti alla grave infezione del Covid-19, ora non lo è più. I tempi per uscire dalla pandemia si complicano e si allungano, quindi Confagricoltura chiede il rinvio dell’edizione annuale della Fiera al 2021 – aggiunge Pace Perusini -. I motivi sono molteplici. In primis, quello che ci spinge a formulare la richiesta è basato dalla necessità di tutelare i vignaioli. Partecipare a questo importante evento, infatti, richiede molte risorse economiche che dovrebbero essere finalizzate a un certo successo di vendite da realizzare a Verona. In queste condizioni, contrariamente a quanto sostenuto da altri, probabilmente, ciò non è più possibile e, dunque, la dispendiosa partecipazione si tramuterebbe in un’ulteriore perdita economica in un momento così complicato e difficile per tutte le nostre aziende. Non è un caso – prosegue il responsabile Vite e vino di Confagricoltura Fvg – che già il 50 per cento dei produttori che avevano deciso di partecipare al Vinitaly nello stand collettivo dell’Ersa (importante voce di bilancio dell’ente) abbia deciso di disdire l’iscrizione alla Fiera. Inoltre, in giugno le viti sono in piena vegetazione e i vignaioli, soprattutto quelli di piccole-medie dimensioni, sono assai impegnati nella loro cura rendendo praticamente impossibile l’assenza dall’azienda per 4-5 giorni consecutivi».
«Infine – è la conclusione del presidente Pace Perusini – se in giugno, è sperabile, l’Italia sarà fuori dall’emergenza, così non sarà per gli altri Paesi europei che si sono mossi in ritardo nel reagire all’infezione e, dunque, i loro mercati risentiranno delle mancate vendite della ristorazione, a esempio. Dunque, che cosa verrebbero ad acquistare a Verona? E per vendere quando? Con quali libertà di spostamento?».

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In copertina e qui sopra il mega-stand del Friuli Venezia Giulia al Vinitaly 2019. (Foto Regione)

Gravi danni da cimice: 80 milioni anche per il Fvg. Plaude Confagricoltura

di Gi Elle

Ci sono 80 milioni di euro per intervenire contro i gravissimi danni causati anche in Friuli Venezia Giulia dalla famigerata cimice asiatica che ha invaso le coltivazioni, soprattutto del Codroipese e della Bassa pianura. Per Confagricoltura Fvg è, infatti, una buona notizia la decretazione del Ministero delle Politiche agricole per la dichiarazione dello stato di calamità e per l’avvio del ristoro degli ingenti danni subiti dai produttori, nel 2019, per l’infestazione di Halyomorpha halys – questo il nome scientifico del temutissimo insetto – nella nostra regione, in Lombardia ed Emilia Romagna.

Philip Thurn Valsassina

«È stata accolta – osserva Philip Thurn Valsassina, presidente di Confagricoltura Fvg – la nostra richiesta di intervenire al più presto con il Fondo di Solidarietà Nazionale che è stato appositamente finanziato con 80 milioni dall’ultima legge di bilancio. In particolare, potranno essere concessi: contributi in conto capitale fino all’80 per cento del danno sulla produzione lorda vendibile ordinaria; prestiti ad ammortamento quinquennale per le maggiori esigenze di conduzione aziendale nell’anno in cui si è verificato l’evento e in quello successivo; proroga delle rate delle operazioni di credito in scadenza nell’anno in cui si è verificato l’evento; esonero parziale (fino al 50 per cento) dal pagamento dei contributi previdenziali e assistenziali propri e dei propri dipendenti. Però – specifica Thurn Valsassina – per gli agricoltori danneggiati e ora nel pieno manifestarsi dell’emergenza Covid-19 sarà opportuno ampliare i termini per la presentazione delle domande di intervento. Attendiamo che terminino in tempi rapidi le istruttorie nelle altre regioni, per provvedere così a una nuova dichiarazione dello stato di calamità. Andrà poi varato, al più presto, il decreto che consenta l’utilizzo degli antagonisti naturali della cimice». A questo, ultimo passaggio, dopo l’approvazione da parte del Ministero dell’Ambiente, manca solo il via libera della Conferenza Stato-Regioni.

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In copertina, la cimice asiatica: gravissimi i danni provocati in Fvg.

 

Dai vini ai prosciutti e ai formaggi Fvg: bene le vendite in Canada

«Gli ultimi dati relativi all’accordo Ue-Canada (Ceta) dimostrano che l’unica strada perseguibile per rilanciare l’export, in base a principi di reciprocità ed equilibrio tra le parti, è quella dei negoziati bilaterali. L’alternativa, a seguito pure della difficoltà di intese Wto, finisce per essere quella dei rapporti di forza basati sull’imposizione di dazi e sulle inevitabili misure di ritorsione, come sta accadendo, negli ultimi tempi, tra Ue-Usa», ha dichiarato il presidente di Confagricoltura Fvg, Philip Thurn Valsassina.
In base alle elaborazioni del Centro Studi dell’organizzazione imprenditoriale su dati Istat, infatti, a seguito dell’accordo Ceta, le esportazioni di prodotti agroalimentari italiani sul mercato canadese sono aumentate, nel complesso, del 9,7 per cento (gennaio-settembre 2019 su stesso periodo 2018). Circa un quinto dell’export totale, in valore, dell’Italia verso il Canada è composto da prodotti agricoli e agroalimentari e, di questi, quasi il 40 per cento è costituto da prodotti vitivinicoli (7,7 milioni di euro il valore di quelli del Friuli Venezia Giulia, pari al  5,5 per cento delle esportazioni enoiche regionali, in crescita del 13 per cento l’anno).
C’è sempre più interesse per vini e spumanti “Made in Italy” di qualità, tanto è vero che le esportazioni di imbottigliato in recipienti superiori a 2 litri (come a esempio il vino sfuso o in damigiana) sono fortemente diminuite, sia in valore, sia in quantità (-33,8 per cento). C’è indubbiamente una fascia di consumatori che apprezza i vini e gli spumanti italiani (+12 per cento) di qualità, trainati dal Prosecco Doc, e che sono disposti a spendere di più.
Il Ceta – pone ancora in evidenza l’organizzazione degli imprenditori agricoli – fa bene anche alle esportazioni dei formaggi italiani i quali, nel primo trimestre 2019, sembravano avere avuto una battuta d’arresto e che invece, tra giugno e settembre, risultano al di sopra della media mensile. Importante poi nell’accordo Ue-Canada, ad avviso di Confagricoltura, pure la tutela delle Indicazioni geografiche agroalimentari, in particolare delle 10 che rappresentano il 90 per cento del valore dell’export di tutte le denominazioni agroalimentari del nostro Paese. È il caso delle denominazioni “Prosciutto San Daniele” e “Prosciutto di Parma” che non potevano essere utilizzate in Canada da oltre 20 anni.

Il prosciutto Dop San Daniele. 

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In copertina, spumanti friulani di qualità: in Canada c’è sempre maggior interesse.

Peste suina, cresce la preoccupazione anche in Fvg

di Gi Elle

Psicosi, per fortuna, ancora no. Ma forte preoccupazione sì, soprattutto fra gli addetti del settore anche in Friuli Venezia Giulia, in seguito alle notizie del recente sequestro, a Padova, di una partita di carne importata e potenzialmente contaminata dalla peste suina. Se ne rendono interpreti in due note il Parco agroalimentare Fvg e Confagricoltura, che commentano il caso delle carni di maiale importate dall’Olanda e provenienti dalla Cina, Paese con una grave situazione di espansione dell’epidemia di Psa, che è stato deciso di distruggere in via precauzionale.

«Prima che un’emergenza sanitaria – osserva l’organizzazione presieduta da Claudio Filipuzzi -, gli allevatori, macellatori e trasformatori di carne suina stanno affrontando una repentina altalena dei prezzi. Fenomeno, in verità, già da tempo avviato a causa dell’incremento mondiale del consumo di proteine animali e che la peste suina ha accentuato. L’Italia registra attualmente un fabbisogno di carne suina pari a 2,7 milioni di tonnellate, di cui 1,5 milioni soddisfatte dagli allevamenti nazionali (rappresentano il 5% della produzione europea) e i restanti 1,2 milioni (pari al 44%) proveniente da importazione, soprattutto da altri Paesi europei con in prima fila Danimarca, Paesi Bassi e Spagna. In tale contesto, le filiere dei prodotti Dop e Igt rappresentano soltanto una piccolissima parte del volume lavorato: 200mila tonnellate all’anno pari a 7 per cento della produzione nazionale».
«Eventuali provvedimenti restrittivi nel commercio di carne suina – commenta ancora l’ente agroalimentare con sede a Colloredo di Monte Albano – in conseguenza del proliferare dell’infezione, quindi, non porterà pesanti conseguenze alla produzione di salumi certificati come il prosciutto di San Daniele Dop, bensì gravi danni potrebbero derivare alla disponibilità di carne suina sia fresca sia di prodotti non certificati vista la forte dipendenza dalle importazioni. Il consumo medio europeo è attorno ai 70 kg per persona, mentre in Italia attorno ai 40 kg. Quindi la conseguente tensione sui prezzi – queste le conclusioni di Agrifood Fvg – potrebbe trasferirsi sia sui macellatori e trasformatori, che vedrebbero ridursi i propri margini, sia sui consumatori finali che vedrebbero un’impennata repentina del prezzo della salsiccia».

Claudio Filipuzzi

«Le misure preventive prese dalle istituzioni che presidiano il sistema dei controlli sono state efficaci e tempestive – le fa eco Confagricoltura nazionale in una nota prontamente fatta propria e rilanciata dalla sezione Fvg, guidata da Philip Thurn Valsassina – ma questo episodio deve indurci a non abbassare la guardia vista la continuità ormai dei mercati e l’intenso traffico di carni. L’eventuale diffusione della Psa in Italia significherebbe la fine di un comparto essenziale del nostro agroalimentare, che può contare su quasi 9 milioni di capi allevati e che vale oltre 11 miliardi di euro, tra produzione di carne suinicola e fatturato dell’industria di trasformazione, e oltre a 1,6 miliardi di export. Il settore inoltre incide per il 6 per cento sul fatturato dell’industria agroalimentare e impegna circa 25.000 allevamenti, 1500 macelli e 3.500 imprese di trasformazione (in Fvg ci sono 737 allevatori professionali e oltre 241.000 capi allevati)».
«Dobbiamo intensificare i controlli e le ispezioni, prevedendo un coordinamento tra tutti i Paesi della Ue», aggiunge Confagricoltura, che già alla fine del 2018, aveva coinvolto sia le Associazioni dei trasportatori sia quelle della caccia, insistendo perché venisse previsto dal ministero della Salute un Piano nazionale di sorveglianza e prevenzione. «È essenziale, inoltre – a parere anche di Confagricoltura Fvg – richiamare ai propri compiti di sorveglianza e monitoraggio i Paesi membri, nel caso di specie l’Olanda, a intensificare i controlli della carne proveniente dall’estero nei propri Posti d’Ispezione Frontaliera per impedire l’accesso di prodotto non controllato. Analogamente, andrebbero intensificati i controlli sui destinatari della carne proveniente dalla Cina e che alimentano la domanda di un prodotto potenzialmente devastante per la nostra filiera suinicola. Il Piano nazionale, come ci è stato comunicato ieri, è stato praticamente approvato dalla Commissione europea. È necessario ora – conclude l’organizzazione degli imprenditori agricoli – che venga applicato al più presto, soprattutto per il controllo alle frontiere e quello della fauna selvatica, visto anche l’avanzamento della malattia dai Paesi dell’Est Europa verso l’Italia».

Philip Thurn Valsassina

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In copertina, maiali allevati in Friuli: c’è preoccupazione per la peste suina.

Confagricoltura Fvg: l’accordo Usa-Cina colpisce il nostro vino

di Gi Elle

Il recentissimo accordo commerciale Usa-Cina sfavorisce i nostri prodotti. E in particolare i vini per i quali il mercato Usa vale quasi un terzo delle esportazioni dal Vigneto Fvg. Ma c’è anche la questione dei dazi sui prodotti dell’enologia e dell’agroalimentare europeo e italiano ad alimentare preoccupazioni. E i problemi sollevati dagli stessi rimangono, purtroppo, all’ordine del giorno anche e soprattutto dopo la firma della “fase uno” dell’accordo tra i due colossi, americano e asiatico. Così, il mondo del vino tricolore e regionale continua a essere fortemente in ansia.
Infatti, l’export vinicolo del Friuli Venezia Giulia, secondo i dati forniti dall’Ufficio Studi della Camera di Commercio di Pordenone-Udine, alla voce “bevande”, vale complessivamente oltre 141 milioni di euro, quasi tutti assimilabili al tema vino. E gli Stati Uniti rappresentano il nostro primo mercato di sbocco, con una quota pari al 28 per cento che vale circa 38 milioni di euro (la nona voce per importanza del nostro export complessivo verso gli States). A seguire la Germania (20 milioni) e la Gran Bretagna (8 milioni) che, tra pochi giorni, avvierà il percorso definitivo di uscita dall’Ue, nella fase finale della Brexit.

Philip Thurn Valsassina


«Le esportazioni del “Made in Italy” agroalimentare destinate al mercato statunitense ammontano a 4,5 miliardi di euro l’anno – ricorda il presidente di Confagricoltura Fvg, Philip Thurn Valsassina -. Si tratta del primo mercato per i nostri prodotti fuori dall’Ue e il terzo in assoluto. Quasi la metà delle esportazioni totali è assicurata dalle vendite di vini, pasta alimentare e olio d’oliva. Più nel dettaglio – spiega il leader degli imprenditori agricoli -, attualmente le importazioni agroalimentari della Cina dall’Ue sono pari a circa 130 miliardi di euro. Dopo la firma dell’altro ieri, oltre il 30 per cento del fabbisogno cinese sarà coperto con le maggiori importazioni dagli Usa (soprattutto per soia, carni suine, pollame, prodotti ortofrutticoli, mais, sorgo ed etanolo) e l’Europa e l’Italia dovranno rivolgersi ad altri mercati per esportare. L’altro motivo di preoccupazione – aggiunge il presidente – è legato al fatto che gli Usa hanno deciso di applicare i dazi all’Ue con il metodo “a carosello” secondo il quale, ogni tre mesi, viene rivista la lista dei prodotti colpiti e, quindi, tra 90 giorni ci si potrebbe trovare nella stessa situazione critica di oggi. Per provare a evitare ciò, bisogna affrontare un negoziato diretto con gli Usa e, nel frattempo, sostenere le filiere colpite – conclude Thurn Valsassina -. Se, alla fine, non si trovasse un accordo, bisognerà inevitabilmente ricorrere ai dazi, anche da parte europea».
Se gli Usa decideranno per l’applicazione del 100 per cento dei dazi sul vino italiano, una bottiglia di Prosecco, su quel mercato, potrebbe passare dai 15 ai 20 dollari di costo per il consumatore. Lo stesso potrebbe succedere con il Pinot grigio, mettendo fuori mercato il nostro prodotto rispetto a quello californiano, ad esempio.

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In copertina, vini friulani: crescono le preoccupazioni per il loro export.

Il prosciutto di San Daniele traina il rilancio della suinicoltura Fvg

di Gi Elle

C’è un cauto ottimismo per la suinicoltura Fvg del 2020, con prezzi in rialzo e interessanti novità per la filiera del San Daniele Dop, il prodotto più prestigioso del settore. Ai vertici della qualità delle carni suine del Friuli Venezia Giulia, c’è infatti il prosciutto di San Daniele a Dop ma anche il prosciutto di Sauris a Igp. E’ questa la “fotografia” che Confagricoltura Fvg propone all’inizio del nuovo anno riguardo a un comparto strategico dell’economia regionale, in quanto ci dà prodotti che sono delle vere e proprie eccellenze dell’offerta agroalimentare.
Alla base produttiva della filiera suinicola regionale ci sono 737 allevatori professionali (erano 755 nel 2018) e oltre 241.000 capi allevati (erano 240.000 lo scorso anno): 111.000 i capi da riproduzione e 130.000 quelli da ingrasso. La densità è pari a 30,51 capi a kmq, leggermente superiore alla media nazionale che è di 28,77 capi/kmq. Nell’ultimo decennio, il trend indica una lenta diminuzione del numero degli allevamenti attivi e una sostanziale tenuta del numero di capi complessivamente allevati.

David Pontello

«Ciò significa che, per rendere remunerativa la nostra attività – spiega David Pontello, allevatore a San Vito di Fagagna e responsabile del comparto suinicolo di Confagricoltura Fvg – si va nella direzione di far crescere i singoli allevamenti, anziché moltiplicarne il numero. Sul versante economico, il 2019 ha avuto un andamento medio molto simile al 2018, ma con un buon innalzamento del prezzo dei suini nell’ultimo trimestre dell’anno. Probabilmente, molti animali esteri sono stati collocati in Cina (causa epidemia di Peste Suina Africana che ha reso obbligatorio l’abbattimento di milioni di capi) e, così, la domanda delle carni italiane è aumentata, facendo lievitare i prezzi. La filiera del prosciutto di San Daniele Dop che rimane un baluardo insostituibile per il comparto del suino pesante italiano, ha tenuto bene. Con l’adozione del nuovo disciplinare, che entrerà in vigore nei prossimi giorni – prosegue Pontello – sulla tracciabilità ci sono norme più chiare, sia per i produttori che per i controllori e l’inserimento del peso al macello “variabile”, non va a svantaggio degli allevatori. Le linee genetiche consentite sono praticamente tutte confermate, mentre è una buona notizia il rientro della possibilità, per il prosciutto di Parma Dop, di poter acquistare le cosce suine anche in Friuli Venezia Giulia. Per noi è la riapertura di un nuovo piccolo mercato in più. Inoltre, abbiamo accolto con favore le ulteriori norme sul benessere animale poiché diminuendo il numero di scrofe e di suini allevati, per unità di superficie, c’è più qualità delle carni, più omogeneità di crescita per capo, maggiore indice di conversione e migliori condizioni di salute che significa minor necessità di utilizzo di farmaci. Un’altra nota positiva, per la suinicoltura regionale, è quella legata alla indennità dalla malattia di Aujeszky: siamo la prima regione in Italia a non aver più bisogno dell’apposito vaccino. In ogni caso, il clima che si respira nel comparto – conclude Pontello – pare essere quello di un cauto ottimismo per un, almeno, discreto 2020».

Dicevamo che ai vertici della qualità delle carni suine del Friuli Venezia Giulia, ci sono il prosciutto di San Daniele a Dop e il prosciutto di Sauris a Igp. A fianco, ci sono una trentina di Prodotti Agroalimentari Tradizionali (Pat) inseriti nell’apposito Elenco regionale. Con un fatturato pari a 160 milioni di euro, il comparto carni rappresenta circa il 20% del valore della produzione agricola regionale. Nell’ordine, contribuiscono a questo risultato soprattutto le carni suine (8,5%), seguite da quelle bovine (7,2%) e, infine, dal pollame (5,1%).

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In copertina, ecco il prosciutto di San Daniele Dop tagliato a mano.

Da tre anni la Doc Friuli. E adesso c’è anche il Consorzio di tutela

di Giuseppe Longo

E ora il Vigneto Fvg si potrà proporre sempre più come tale, nel suo complesso, beneficiando di quel nome magico e da sempre accattivante – “Friuli” – che piace tanto ai consumatori nel resto d’Italia, in Europa e pure oltreoceano. Se ne parlava da decenni, già quando nascevano le “Doc-fazzoletto”, belle e suggestive, ma troppo piccole e spesso in competizione fra loro: infatti, c’era già chi avvertiva la necessità di una proposta unitaria affinché la stessa fosse più efficace sul mercato, specialmente estero, dove peraltro il Friuli stesso è piccolo e poco individuabile, figuriamoci le Doc ritagliate in collina e in pianura, tra i sassi delle alluvioni di Tagliamento e Isonzo o lungo la Riviera. Dopo il riconoscimento tre anni fa dell’ultima denominazione, stavolta appunto a livello regionale, ora nasce dunque il Consorzio che la dovrà tutelare, facendo prima di tutto rispettare il disciplinare di produzione. Plaudono le organizzazioni imprenditoriali, a cominciare da Confagricoltura e Fedagri. Per cui ora resta aperta soltanto la questione Ribolla gialla. Ma fermiamoci a quello che ormai può essere considerato un “punto fermo”, di certo molto importante. Diremmo strategico per il futuro della promozione commerciale e della presentazione su un mercato, nazionale e mondiale, sempre più esigente.

E’ stato infatti costituito proprio ieri, a San Vito al Tagliamento, il Consorzio Tutela Vini Friuli Venezia Giulia. Dopo un lungo iter tra progetti, ipotesi e speranze, finalmente si è concretizzato il sogno: la nascita del nuovo organismo si pone l’obiettivo di tutelare, promuovere, valorizzare e curare gli interessi appunto della più recente Denominazione regionale. Era nata, come dicevamo, nel 2016 la Doc Friuli  (o Friuli Venezia Giulia) che aveva debuttato rivendicando, in quella vendemmia, 103 mila quintali di uva. Dopo un breve rodaggio, durato appena un biennio, nel 2018 l’area tutelata ha raggiunto 2.500 ettari con ben 297 mila quintali di uva, a dimostrazione che la nuova Doc regionale vuole diventare un brand forte e altamente riconoscibile, in grado di combinare numeri e qualità, caratteristiche che le consentiranno, sempre più, di acquisire una maggiore visibilità e competitività sui mercati soprattutto internazionali.
I soci fondatori del Consorzio si prefigurano e si impegnano ad agire per consentire alle aziende della regione di fare squadra intorno a quello che, a tutti gli effetti, si può definire un brand facilmente identificabile e dotato, come dicevamo all’inizio, di notevole appeal. Il nuovo Consorzio Tutela Vini Friuli Venezia Giulia si pone infatti, come primo impegno, l’aggregazione di tutti i produttori della Doc Friuli in collaborazione e nel rispetto delle varie denominazioni già preesistenti che, comunque, restano “fiori all’occhiello” ed espressioni autentiche e peculiari delle diverse aree regionali.

Ventidue sono i soci fondatori del nuovo Consorzio – che hanno sottoscritto l’atto costitutivo presso il notaio sanvitese Luca Sioni -, motivati e desiderosi di lavorare con impegno per arrivare, in tempi brevissimi, al raggiungimento della rappresentatività necessaria a ottenere il previsto riconoscimento da parte del Ministero per le Politiche agricole. Nove sono i componenti del primo consiglio di amministrazione che si affida alla presidenza del dottor Giuseppe Crovato, amministratore delegato della Cantina Cabert Spa di Bertiolo. Il resto della squadra dirigente è composto dai vicepresidenti, Roberto Marcolini, dell’azienda Cà Bolani (Zonin) di Cervignano, e Flavio Bellomo (presidente della cantina cooperativa Viticoltori friulani La Delizia, di Casarsa), nonché dai consiglieri Alessandro Baccichetto, Gianfranco Bianchini, Filippo Bregant, Luigino Fogal, Bruno Pittaro e Michelangelo Tombacco. Tutte le Doc sono rappresentate (a esclusione della Friuli Isonzo e Friuli Annia) e le adesioni sono ancora aperte: infatti, la volontà di tutti i “fondatori” è quella di essere inclusivi.
Il nuovo Consorzio, nel muovere i suoi primi passi, è “certo di poter contare sul fondamentale supporto dell’amministrazione regionale molto determinata a continuare il percorso di accompagnamento iniziato fin dalla costituzione della denominazione Doc Friuli”. Una volta terminati gli espletamenti burocratici, partirà la raccolta delle firme della filiera per raggiungere il nuovo traguardo del riconoscimento ministeriale, pur restando in attesa di quello europeo che ancora manca per la Doc. L’obiettivo dichiarato è quello di essere operativi (nuovo Consorzio compreso) entro la vendemmia 2020.

Molto positive, come dicevamo, le reazioni delle organizzazione imprenditoriali. «Finalmente la Doc Friuli avrà il suo Consorzio di tutela – dice Michele Pace Perusini, nuovo presidente della Sezione economica regionale viticoltura di Confagricoltura Fvg, che ha raccolto il testimone da Roberto Felluga -. Un passo importante per mettere sui giusti binari una “locomotiva partita” nel 2016 e che ha dimostrato di viaggiare ad alta velocità. La Doc Friuli, infatti, diventerà la più importante denominazione regionale e ciò responsabilizza i nuovi amministratori che dovranno essere in grado di creare il giusto clima di condivisione con tutte le componenti del comparto per rendere sempre più incisive le necessarie iniziative future di promozione e comunicazione. Da parte di tutta l’organizzazione, dunque, formulo ai consiglieri i miei migliori auguri per un buon lavoro, offrendo la disponibilità a collaborare per il bene dell’intero territorio».
«Siamo molto soddisfatti del risultato raggiunto – gli fa eco Venanzio Francescutti, presidente di Fedagripesca Fvg -. La cooperazione ha lavorato alacremente per raggiungere questo risultato che è figlio di una coesione maturata tra i tanti attori della filiera vitivinicola regionale. Si è fatto un passo avanti importante che deve rappresentare un punto di partenza per progettare, tutti assieme, il futuro della vitivinicoltura regionale».

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In copertina, Giuseppe Crovato, presidente del neonato Consorzio Tutela Vini Friuli Venezia Giulia.

Confagricoltura all’Ue: no al taglio dei fondi all’Italia

“E’ inaccettabile il taglio di trasferimenti all’agricoltura italiana (-3 per cento). La proposta della Presidenza è assolutamente inadeguata rispetto agli obiettivi programmatici indicati dalla nuova Commissione. Con una capacità di spesa limitata a poco più dell’1% del prodotto interno lordo degli Stati membri, non sarà possibile rilanciare il ruolo dell’Unione rafforzando la crescita sostenibile dell’economia e l’occupazione”. E’ quanto dichiara il presidente nazionale di Confagricoltura, Massimiliano Giansanti, riguardo alla riunione del Consiglio europeo che si tiene questo pomeriggio a Bruxelles. All’ordine del giorno, fa sapere l’organizzazione imprenditoriale, anche una discussione sostanziale tra i capi di Stato e di governo sul quadro finanziario dell’Unione per il periodo 2021-2017, sulla base di una proposta presentata nei giorni scorsi dalla Presidenza.

Massimiliano Giansanti

Passando alle proposte specifiche per l’agricoltura, la Presidenza ha proposto un aumento di 10 miliardi di euro rispetto alle indicazioni contenute nel progetto della Commissione presentato a maggio dello scorso anno. “C’è ancora molta strada da fare – indica Giansanti in un comunicato rilanciato da Confagricoltura Fvg, guidata da Philip Thurn Valsassina -. Nonostante l’aumento, sarebbe confermata per l’agricoltura italiana una riduzione degli aiuti diretti del 3,9% rispetto alla situazione in atto; mentre per lo sviluppo rurale si avrebbe solo una diminuzione dei trasferimenti rispetto alla proposta iniziale (meno 14%) della Commissione. In definitiva, i trasferimenti finanziari all’agricoltura italiani continuerebbero a subire un’inaccettabile contrazione, mentre il settore è chiamato a svolgere un ruolo più incisivo per la sostenibilità ambientale dei processi produttivi. L’agricoltura italiana ha un ruolo fondamentale in Europa: come rilevato dai dati Istat, è al primo posto per valore aggiunto e al secondo per valore della produzione. I contributi che arrivano dalla Ue incidono, invece, solo per il 15% sul nostro valore aggiunto di settore, contro il 40% della Germania, il 24% della Francia e il 19% della Spagna. Le risorse finanziarie per la politica agricola comune (Pac) devono essere consolidate sull’attuale livello – sottolinea il presidente di Confagricoltura -. È una questione di coerenza e di credibilità programmatica”.

Philip Thurn Valsassina

Nel documento della Presidenza che sarà discusso dai capi di Stato e di governo viene confermato il processo di armonizzazione degli importi degli aiuti erogati agli agricoltori a livello nazionale, la cosiddetta ‘convergenza esterna’. “Siamo assolutamente contrari e in linea con la posizione espressa dalla ministra Bellanova – puntualizza Giansanti -. I trasferimenti agli agricoltori non possono ignorare la diversità dei costi dei fattori produttivi, a partire da quello del lavoro. La Pac è, e deve restare, una politica con finalità economiche e non di redistribuzione delle risorse. Esistono altri fondi dell’Ue per la coesione economica, di cui beneficiano largamente gli Stati membri che sollecitano la convergenza esterna dei pagamenti della Pac”.
Il presidente nazionale di Confagricoltura contesta anche la prevista fissazione di un massimale (“plafonamento”) dei pagamenti alle aziende di maggiore dimensione. “È una proposta sbagliata, prima di tutto sotto il profilo economico – dichiara infine Giansanti -. Si andrebbe a tagliare, infatti, la competitività di quelle imprese che sono tra le più attrezzate a realizzare i cambiamenti necessari per accrescere la sostenibilità ambientale dei processi produttivi”.

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In copertina, anche l’agricoltura friulana risentirebbe del taglio dei fondi Ue all’Italia.

L’agriturismo Fvg cresce ancora: prevale la ristorazione

In Friuli Venezia Giulia, nel 2018, gli agriturismi attivi erano 670, con una crescita dell’1,4 per cento (superiore alla media nazionale: +0,9 per cento), sull’anno precedente. È uno dei numeri che emergono dalla elaborazione fatta da Confagricoltura Fvg sull’annuale rilevazione settoriale dell’Istat. Tali strutture, complessivamente, dispongono di 4.434 posti letto (erano 4.408 nel 2017) e 27.579 coperti (erano 25.504, con un aumento dell’8,1 per cento). Il Fvg, assieme alla Provincia autonoma di Bolzano, è il territorio con la maggiore prevalenza di aziende che propongono la sola ristorazione rispetto alla media nazionale. Inoltre, nell’arco dei dodici mesi, le chiusure di attività sono state 28 e le nuove aperture 37.

Philip Thurn Valsassina


«Pur di fronte alla costante diminuzione del numero di aziende agricole regionali, si assiste a un’ altrettanto costante crescita delle strutture agrituristiche – commenta il presidente di Confagricoltura Fvg, Philip Thurn Valsassina -. Ciò sta a significare che le nostre imprese rurali sono impegnate con convinzione nella diversificazione aziendale e nella multifunzionalità. Azioni imprenditoriali dalle quale si può trarre reddito: principale o integrativo, in anni economicamente abbastanza critici per tutto il comparto».
Durante il 2018, inoltre, nelle 670 strutture agrituristiche del Friuli Venezia Giulia, sono transitati oltre 70mila turisti (il 2 per cento di quelli che hanno utilizzato in Italia, complessivamente, le strutture agrituristiche per trascorrere, tutto o in parte, il loro periodo di vacanza). Di questi, ben 32.400 erano stranieri (circa il 46 per cento).

I vini sono fondamentali nell’offerta.

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In copertina, vigneti nella zona di Nimis: il Fvg continua a registrare crescite nel settore agrituristico.

 

E’ emergenza cinghiali ormai quadruplicati: l’appello degli agricoltori

di Gi Elle

Ormai è emergenza cinghiali a livello nazionale, anche a giudicare dalla manifestazione di protesta tenutasi ieri mattina a Roma, dinanzi al palazzo di Montecitorio. E il problema è vissuto intensamente pure in Friuli Venezia Giulia, tanto che Confagricoltura è tornata a far sentire la propria voce nel giro di pochi giorni per ribadire quanto sia necessario, anzi indispensabile, intervenire con urgenza.
Una crescita fuori controllo dei cinghiali per oltre il 400 per cento in trent’anni: è questo il risultato della non gestione delle popolazioni faunistiche. La sovrappopolazione degli ungulati continua a essere un problema enorme per gli agricoltori, per la zootecnia (con l’avanzare della peste suina africana), per la fauna minore, per il territorio, per l’ambiente, per la sicurezza anche dei cittadini”. Lo sottolinea, appunto, Confagricoltura Fvg che sollecita interventi risolutivi. Tanti i titoli di giornali quando ci sono gli incidenti mortali, quando gli agricoltori protestano per i danni subiti, quando la biodiversità, la salute e la sicurezza sono in pericolo – osserva Confagricoltura –, poi, nessuna azione concreta. “Una cosa è certa: il problema esiste e va affrontato e risolto. Chi dovrebbe agire, oltre a essere inerte, si nasconde colpevolmente”, accusa l’Organizzazione degli imprenditori agricoli.

«Ciò che interessa agli agricoltori – spiega il presidente di Confagricoltura Fvg, Philip Thurn Valsassina – è poter svolgere con normalità la propria attività economica. E il non intervenire su queste problematiche non fa altro che acuire il rischio di marginalizzazione delle imprese agricole e di abbandono dei territori. Per questo è necessario riconoscere che l’impostazione dell’attuale normativa non è più adatta e non consente di agire efficacemente; incentrata com’è – esclusivamente su una protezione della fauna selvatica – spesso non è più congeniale allo sviluppo del territorio, non solo dal punto di vista economico, ma anche da quello ambientale, della salute e della sicurezza stradale e, più in generale, dei cittadini. Perciò, va nella giusta direzione la Proposta di legge appena approvata dal Consiglio regionale».

Philip Thurn Valsassina

Confagricoltura, inoltre, esorta a uscire dalla sterile fase della contrapposizione tra mondo venatorio e mondo ambientalista, acquisendo tutti la consapevolezza che il problema della gestione della fauna va affrontato anche con misure che prevedano il riequilibrio delle presenze faunistiche sul territorio. L’Organizzazione degli agricoltori chiede il monitoraggio obbligatorio su scala regionale e nazionale delle popolazioni di ungulati e l’avvio di azioni straordinarie di prelievo, superando tutte quelle previsioni normative che limitano gli interventi. “Siamo di fronte a una vera e propria emergenza che richiede la collaborazione di tutti gli attori, agricoltori, cacciatori, selettori, e se serve anche delle forze dell’ordine e dell’esercito per dare una risposta immediata. Occorre infine prevedere – conclude Confagricoltura – adeguati indennizzi per i danni diretti e indiretti che subiscono le aziende agricole e snellire le procedure per valutazione dei danni e del conseguente tempestivo ristoro”.

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In copertina, un cinghiale adulto: ormai è emergenza non solo in Fvg ma anche a livello nazionale.