Agricoltura sostenibile, Isola Augusta in Italia all’apice dei distretti del vino bio

di Claudio Soranzo

Friuli Venezia Giulia e Toscana sul gradino più alto del podio a livello nazionale per l’agricoltura locale sostenibile. In rappresentanza delle due regioni sono state selezionate due sole realtà – Isola Augusta e Chiantiform – che hanno raggiunto l’apice fra i distretti del vino bio nella prospettiva di raggiungere la neutralità climatica. Un impegno non da poco per l’azienda friulana di Massimo e Jacopo Bassani, che hanno illustrato il notevole lavoro svolto in azienda per perseguire i dettami della sostenibilità, in diretta streaming sulla piattaforma Zoom collegata con la Cop26, nell’ambito degli eventi collaterali della Conferenza delle Nazioni Unite di Glasgow.

Jacopo e Massimo Bassani.

Un evento davvero importante, che ha dato grande visibilità internazionale all’azienda di Palazzolo dello Stella, proiettandola così a modello sostenibile internazionale di neutralità climatica, da copiare e amplificare a livello globale. Quasi un’ora di trasmissione per le due realtà tricolori, selezionate fra ben 170 concorrenti della Comunità Europea, uscite da una piattaforma iniziale di ben 500 candidature giunte alla DG Clima, la direzione per l’Azione per il Clima. Così alla fine soltanto Isola Augusta e Chiantiform hanno superato la durissima selezione come modelli virtuosi di aziende ecocompatibili in Italia, con la straordinaria opportunità di poter raccontare il loro percorso ecosostenibile in diretta streaming in tutte le nazioni del mondo.

Il titolare con l’assessore Zannier.


In precedenza aveva avuto luogo nella sede di Casali Isola Augusta una tavola rotonda, a cui hanno partecipato i rappresentanti delle istituzioni regionali, giornalisti, addetti ai lavori e invitati di prestigio. A fare gli onori di casa il titolare Massimo Bassani, che ha ringraziato l’avvocato Cinzia De Marzo, ambasciatrice dell’Unione Europea per il Patto sul Clima, per aver seguito la candidatura di Isola Augusta nell’importante percorso di riconoscimento della fattiva operatività dell’azienda, allo scopo di poter raggiungere l’obiettivo delle «zero emissioni» nel minor tempo possibile. La De Marzo, barese, che lavora da una decina d’anni proprio a Bruxelles, ha spiegato come è avvenuta la scelta della candidatura di Isola Augusta, tra le tante giunte alla Commissione Europea. «La lungimirante politica aziendale, basata sull’ecosostenibilità, ha origini ben più lontane rispetto a quando questo argomento è divenuto di stretta e cogente attualità. Si è tenuto anche conto – ha rivelato Cinzia De Marzo – della segnalazione fatta nel 2019 da Legambiente nazionale, che indicava Isola Augusta tra le aziende più ecocompatibili d’Italia».
Da parte sua, il moderatore Alfonso Di Leva, già capo dell’Agenzia giornalista Ansa di Trieste, ha illustrato la storia di Isola Augusta dalla fondazione a oggi. La filosofia aziendale di produrre nel rispetto dell’ambiente non è il risultato di una moda del momento – ha precisato Di Leva -, ma una profonda convinzione che già dagli anni 50 ha portato a produrre un “Vino Vivo”, non pastorizzato e fedele ai sapori e agli aromi dell’uva da cui aveva avuto origine. E a seguire tutta la filiera di produzione, dalla vigna alla bottiglia per garantire la genuinità del prodotto, a terebrare il terreno a una profondità di 450 metri per scoprire l’acqua calda e con essa riscaldare a emissioni zero tutti i locali dell’azienda, a ricoprire i tetti degli edifici di pannelli fotovoltaici che consentono di soddisfare quasi interamente il fabbisogno energetico, di mettere a disposizione gratuita degli ospiti del chiosco e dell’agriturismo una colonnina di ricarica per le auto elettriche, di produrre vini a basso impatto ambientale. Seguendo i dettami di un regolamento della Comunità Europea e utilizzando al minimo l’uso di anticrittogamici per il trattamento dei vigneti. Non solo, anche abolendo l’utilizzo di erbicidi, sostituiti da interventi meccanici di pulizia del sottofila.
Sono intervenuti anche il sindaco Franco D’Altilia, che ha indicato Massimo Bassani e Isola Augusta come motivo d’orgoglio da seguire per tutta la comunità; il consigliere regionale Mauro Bordin, che ha sottolineato l’importanza del rapporto tra istituzioni e imprenditori del territorio. «In alcuni casi – ha detto – le scelte imprenditoriali dei privati devono essere sostenute con forza dalle amministrazioni locali e regionali, rendendo più agevoli i percorsi virtuosi intrapresi».

Un momento dell’incontro.


Dal canto suo. l’assessore regionale alle Risorse Agroalimentari, Forestali, Ittiche e Montagna, Stefano Zannier, ha espresso il suo disappunto rispetto ai regolamenti che rendono spesso particolarmente farraginosa l’attuazione pratica delle leggi, auspicando una futura e progressiva sburocratizzazione. Così come Graziano Pizzimenti, assessore regionale alle Infrastrutture e Territorio, ha portato l’attenzione sul rapporto che lega il territorio all’agricoltura, soffermandosi sull’impegno che la Regione Fvg ha assunto per migliorare viabilità e piste ciclabili, per rendere il territorio sempre più fruibile e sicuro. Non di meno, Carlo Morandini, presidente della Stampa Agricola Fvg, ha sottolineato come proprio Massimo Bassani sia stato anche a suo tempo il promotore della “Riviera Friulana”, come termine per indicare una zona che prima veniva identificata come la Bassa, denominazione davvero nemica della promozione e del marketing.
Ad auspicare un sempre maggior interscambio tra agricoltura e turismo è stata poi Sara Pugnale, responsabile Marketing Cluster Agroalimentare del Fvg, promuovendo la vendita di prodotti provenienti da aziende ecosostenibili aderenti al marchio “Io sono Friuli Venezia Giulia”, che garantisce una sostenibilità nel settore ambientale, ma anche in quello sociale ed economico. Sono intervenuti inoltre il presidente di Legambiente Fvg, Marco de Munari, in rappresentanza della Camera di Commercio Udine-Pordenone, l’ex assessore regionale all’agricoltura Gianluigi D’Orlandi e l’avvocato Cesare Tapparo.
Al collegamento con Glasgow alla Cop26 sono intervenuti tra gli altri Cinzia De Marzo, ambasciatrice europea Patto sul clima e membro EuCliPa Italy nel ruolo di moderatrice e promotrice della candidatura di Isola Augusta e di Chiantiform, lo stesso Massimo Bassani, che ha parlato sulla “Filosofia lungimirante dell’azienda a favore della produzione sostenibile e nel rispetto dell’ambiente”; Stefano Amadeo, agronomo di Isola Augusta, esperto in agricoltura biologica e a basso impatto ambientale, entrato nel merito delle pratiche agronomiche ecocompatibili in vitivinicoltura, e infine Jacopo Bassani, responsabile marketing dell’azienda, sulla “Promozione di prodotti vitivinicoli eco-sostenibili, e la risposta del mercato italiano ed europeo”. Da sottolineare, inoltre, gli innumerevoli ed entusiastici commenti in chat dei partecipanti virtuali, provenienti da tutto il mondo. In ultima analisi, è stato davvero uno straordinario successo, che premia l’impegno profuso in tutti questi anni da Isola Augusta, accompagnato da un riconoscimento di grande prestigio per tutta la regione Friuli Venezia Giulia.

Folto il pubblico intervenuto.

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In copertina, una bella veduta aerea della Tenuta vitivinicola Isola Augusta a Palazzolo dello Stella.

L’addio del Collio a Roberto Felluga alfiere del Vigneto Fvg nel mondo

di Claudio Soranzo

Ha atteso di trascorrere la splendida Estate di San Martino, di pensare alla festa della vendemmia da poco terminata, prima di lasciarci da soli a terminare tutti i suoi progetti, concretando le sue idee, e trasferirsi nel mondo dei più, senza darci il tempo di capire quale vuoto intendeva lasciarci. Se n’è andato così, Roberto Felluga, in una tiepida giornata di novembre, lasciando nello sconforto più totale i suoi cari – la moglie Elena, la figlia Ilaria, il padre Marco, le sorelle Patrizia e Alessandra -, ma anche tantissimi altri parenti, amici e conoscenti che l’hanno sempre amato, ascoltato e rispettato. Roberto, a soli 63 anni, ci lascia un vuoto incolmabile in campo umano e professionale, dopo una vita intera vissuta con le mani nella sua terra ad accarezzare i grappoli d’uva appena raccolti e ad assaporare i profumi e i sapori dei suoi magnifici vini. Non tralasciando la ricerca e lo sviluppo del territorio, della sua cantina e di quanto poteva essere utile e innovativo per una viticoltura migliore, di minor impatto ambientale e volta al sociale. Come ha detto anche l’assessore regionale alle Risorse agroalimentari Stefano Zannier, interpretando i sentimenti di tutto il Friuli Venezia Giulia, in occasione della Festa del Ringraziamento di Udine: «È doveroso il ricordo di un grande della vitivinicoltura della nostra regione che ci ha lasciato, Roberto Felluga, vignaiolo del Collio che assieme al padre Marco ha costituito un’impresa pilastro del settore: un imprenditore a cui il Friuli Venezia Giulia deve molto in termini di innovazione, promozione del territorio e di immagine nel mondo».


Ci ha lasciato così, a pensare ai suoi ultimi approcci con questo mondo, con la nostra consapevolezza che da lassù non solo proteggerà i suoi cari e i suoi campi, ma anche che arruolerà nuovi lavoratori eccellenti per allestire dei magnifici vigneti fra le candide nuvole del Cielo. Mi piace ricordarlo con le due nostre ultime occasioni d’incontro: la prima a marzo di tre anni fa, durante un’intervista a Gradisca, e la seconda a metà maggio 2019 all’inaugurazione del monumento all’ingresso della cantina e dello showroom a Russiz Superiore. Nell’intervista pose in evidenza tutte le sue idee di rinnovamento e di coesione con altre realtà della zona. Ecco alcuni spunti: «In un mondo del vino sempre più globalizzato, dove purtroppo sta entrando la speculazione, la ricetta per stare al passo dei mercati è investire sulla qualità» – «Non dobbiamo correre dietro alle mode, anche se siamo inevitabilmente influenzati dalle tendenze, come accade per esempio nel campo dell’abbigliamento, e sono tante le zone prestigiose del mondo che hanno già variato un po’  la qualità. In questo contesto che cambia costantemente dobbiamo cercare di rimanere in qualche modo autentici e di non correre dietro per forza a quello che il mercato chiede, ma dobbiamo saper imporre varietà che definirei tipiche, più che autoctone, perché non è facile stabilire un parametro per decidere quale vino è veramente autoctono in una determinata area; parlerei piuttosto di autenticità e di caratterizzazione».


A una mia precisa domanda su cosa dovrebbero fare i vignaioli del Friuli Venezia Giulia per caratterizzare meglio il loro prodotto – ricordo che era anche responsabile del settore viticoltura di Confagricoltura -, Roberto Felluga così mi rispose: «La collina del Friuli Venezia Giulia non ha seguito le mode, l’entrata di nuovi vitigni o di una nuova denominazione non ne ha stravolto la produzione, ma guardando più in generale, per il Vigneto regionale occorre stabilire una politica a lungo termine, sui quindici-vent’anni, che possa individuare cosa vogliamo esattamente da questa regione, dal Vigneto Fvg, senza che ci limitiamo a guardare al domani. Per poter cogliere preparati anche le sfide del futuro. Finora – continuò il viticoltore – non c’è stata una visione univoca del Friuli Venezia Giulia, mentre per quanto riguarda il Collio la nuova frontiera potrebbe essere rappresentata dal passaggio dalla Doc alla Docg: abbiamo già rese per ettaro molto basse e seguiamo un percorso di qualità da sempre, ovviamente con l’alternanza tra le diverse annate».
E questo fu il suo pensiero finale per mantenere una strada che già aveva dato grandi soddisfazioni: «Servirebbe una Docg da riempire anche con altri valori, quali la questione ambientale, la capacità di ancorare sempre di più il prodotto alle nostre tradizioni, la volontà di riscoprire un uvaggio che ha fatto sempre parte della nostra storia, ma che è stato messo un po’ da parte, realizzato con una gran selezione, che può essere composta da uve di Ribolla, Pinot bianco e Malvasia».
All’inaugurazione del monumento di Johann Willsberger lo ricordo alquanto emozionato, durante il discorso prima dello scoprimento, pensando che il poliedrico artista, uno dei grandi innovatori del Ventesimo secolo nella comunicazione visiva, avesse scelto proprio la sua tenuta per erigere nel cuore del Collio uno degli allora nuovi 40 progetti, tutte opere realizzate tra Italia, Austria, Germania e Francia. La scultura ideata esclusivamente per Russiz Superiore riproduce il simbolo emblematico del territorio circostante, la collina, che decise di rappresentare attraverso una forma stilizzata e lineare, composta da una sezione orizzontale verde atta a rispecchiare i vigneti e un basamento nero a testimonianza di una terra sicura e ben salda. «Vi è un aspetto di base fondamentale – disse Willsberger in quell’occasione -, quello di proiettarsi verso il futuro dell’enologia, che va di pari passo al rispetto e alla salvaguardia della propria terra. Per questo dobbiamo pensare “green”. Da qui il prestigio della collina del Collio: dolcemente definita ed elegante, proprio come i suoi vini».


Mi piace ricordare, infine, Roberto Felluga con un post che Francesca Fiocchi, eclettica Donna del Vino dell’Oltrepò Pavese, pubblicò sul suo blog nel 2016 in occasione di una sua visita a Russiz Superiore: «La cena da Roberto Felluga mi ha fatto respirare l’anima del vero Friuli, vuoi per la bellezza del posto, incantevole, immerso nel verde di quel territorio magnetico che è il Collio, vuoi per i vini estremamente eleganti e sempre molto corrispondenti al vitigno di appartenenza, vuoi – elemento assolutamente da non sottovalutare – per la cortesia e il buon gusto del padrone di casa, sempre attento alla convivialità e a far star bene i suoi ospiti» – «Senza dimenticare che i vini del Collio, figli della migliore espressione del territorio, sono in grado di regalare piccoli e grandi tesori. Se poi, dopo una cena a base di tipicità locali e bottiglie che sanno farsi ricordare, Roberto Felluga decide di stappare a sorpresa – imprevedibile com’è – una bottiglia importante, oserei dire memorabile, impolverata e con l’etichetta stinta e rovinata dal tempo, la serata diventa addirittura speciale. Il Russiz Superiore Pinot Bianco 1985 – descrive la Fiocchi – è un piccolo capolavoro del gusto che ci regala Roberto Felluga, e che non stappa proprio per tutti: acidità ancora splendida dopo trent’anni, colore vivo, freschissimo. Un vino di classe e personalità che si concede poco alla volta al naso e al palato, con un ventaglio aromatico complesso, che riflette un territorio carismatico, avaro e generoso al tempo stesso. Degustarlo nelle cantine sotterranee aggiunge fascino a un vino tecnicamente perfetto e capace di emozionare. A lungo».
Così a lungo ricorderemo tutti un grande alfiere del nostro tempo e del nostro territorio, una bravissima persona che ha saputo spendersi per la coltivazione della vite e la produzione di un vino che ci contraddistingue in tutto il mondo.

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In copertina, Roberto Felluga durante l’inaugurazione del monumento; all’interno, immagini della cerimonia e della cantina di Russiz Superiore.

 

 

“Langoris”, vini e Cavalieri a Cormons: Premio in Puglia a Stefano Cosma

di Claudio Soranzo

Un altro meritato riconoscimento è arrivato al giornalista e scrittore Stefano Cosma, triestino di nascita ma goriziano d’adozione. L’ufficializzazione del premio arriverà oggi 25 settembre, nientemeno che in un castello, quello di Ugento, in provincia di Lecce. Un bel viaggetto al Sud quindi per Stefano, per ritirare il riconoscimento a Santa Maria di Leuca dalle mani degli ideatori del Premio Iolanda, Vera Slepoj e Davide Paolini, che hanno annunciato in anteprima la vincita del premio letterario a Cosma quale autore di “Langoris. Storie di vini e Cavalieri”, edito da Leg Edizioni di Gorizia. Il libro racconta la storia della Tenuta di Angoris, sita nel comune di Cormons, che ha vinto il premio nella sezione Letteratura del Vino.


Il Premio Iolanda, giunto quest’anno alla 4a edizione, è ora diventato non solo un’iniziativa per celebrare la letteratura enogastronomica collegata alla memoria e alla tradizione, ma soprattutto un particolare momento per gli esperti coinvolti nelle due giurie, per poter fare il punto della situazione nei due settori interessati e delineare eventuali scenari futuri. Così ha spiegato la nota psicologa e scrittrice Vera Slepoj: «Si sta aprendo una nuova era in fatto di cibo e vino: la pandemia ha in pochissimo tempo cambiato il mondo in cui vivevamo, facendoci riscoprire quanto profondo sia il nostro legame – sia individuale che collettivo – con il cibo».
Il giornalista gastronomo Davide Paolini ha aggiunto: «Il premio Iolanda ha sempre cercato di selezionare e stimolare l’uscita di libri che non siano solo ricettari, di cui ormai sono piene le librerie, ma testi che approfondiscono le problematiche intorno a cibo e vino. Ora vediamo che questa impostazione ha avuto successo, come dimostrato dai numerosi e qualificati partecipanti dell’edizione 2021».
Stefano Cosma si occupa di comunicazione e di enogastronomia, operando nel capoluogo isontino. Il suo primo libro risale al lontano 1992: “Dotato d’eccellentissimi vini è il contado di Goritia…”. La sua produzione letteraria è continuata nel 2001 con “Vitti di Toccai… 300“, nel 2005 assieme a Mario Busso e Walter Filiputti con “Collio. I volti di una terra” e nel 2008 con “Vitovska. Tra i vigneti, dal mare al Carso”. Ha già ricevuto altri riconoscimenti, tra i quali il “Premio Collio” nel 2010 e il “Premio Città Impresa” due anni dopo.
A scegliere il libro di Cosma, edito anche in lingua inglese e realizzato in audiobook da Top Voice, sono stati i giurati Alvaro De Anna, Paolo Mieli, Enrico Semprini, Giacomo Mojoli, Roberto Felluga, Piernicola Leone De Castris, Davide Zuin, Seby Costanzo, Rossana Bettini, Giordano Emo Capodilista, Massimo Bassani, Diego De Leo e Massimo Fasanella D’Amore.
La prefazione del libro di Stefano, scritta da Alessandro Marzo Magno, recita “quel che ha scritto Cosma non è un saggio, ma un libro dal rigoroso contenuto storico, che utilizza l’espediente narrativo del romanzo. Immagina che Carlotta, personaggio di fantasia, avesse prestato servizio come infermiera nella villa di Angoris durante la Grande Guerra e che ci fosse ritornata nel 1968 e che, muovendosi per la casa, ne ricostruisca le vicende. Lei è inventata, ma non lo è affatto tutto ciò che racconta: gli episodi sono reali, e ripercorrono le vicissitudini di questo angolo di mondo, un territorio di confine, dove da sempre si sono incrociati popoli e culture. La storia è passata di qui e non smette di scorrere. Il vino è un elisir di lunga vita”.
Proprio oggi, giorno di consegna del riconoscimento in Puglia, Stefano Cosma avrebbe dovuto presentare a Monfalcone, nell’ambito della rassegna “Geografie”, le sue ultime due pubblicazioni: “Il gusto dei saperi fra Carso e Isonzo”, dedicato alla cucina bisiaca, e “Castello di Spessa. Affascinanti intrecci di memorie ed esperienze di benessere”, già presentato in anteprima nel parco del maniero di Capriva – il 30 giugno scorso – in occasione del debutto dell’Amadeus Brut, nuovissimo prodotto con le bollicine della cantina di Barbara Borraccia e Loretto Pali.

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In copertina, Stefano Cosma con Loretto Pali al Castello di Spessa.

Calici di stelle ad Aquileia la “culla” della storia della vite e del vino in Fvg

di Claudio Soranzo

Fine settimana di stelle, e non solo cadenti, ad Aquileia: è stato infatti confermato l’evento Calici di Stelle 2021, in programma appunto oggi e domani, in occasione del Centenario del Milite Ignoto. Le due serate si svolgeranno in piazza Capitolo, al cospetto della Basilica patriarcale. Già dalle 19 di oggi si potrà accedere al percorso di degustazione, appositamente studiato per rispettare il desiderio di assaporare la bellezza del luogo, dei prodotti locali e dei vini del Consorzio Doc Friuli Aquileia e del Consorzio delle Doc Fvg aderenti all’iniziativa. Si confermano anche quest’anno le due Masterclass condotte da Francesco Saverio Russo, nella sala del “Cocambo” in viale della Stazione 2/a.

“Calici di stelle” nel 2020.

Il Refoco dell’Agro aquileiese.

Durante l’intera durata dell’evento ci saranno degli intrattenimenti musicali: oggi si esibiranno Serena Finatti e Andrea Varnier, e successivamente “Musique Boutique dj set e sax”; domani come sottofondo verranno lette delle poesie tratte dal libro “Vino, amore e poesia” di Rosinella Celeste Lucas e successivamente ci sarà la “World Music School Monfalcone” con un repertorio che spazierà dalla musica classica alla pop. Piazza Patriarcato sarà arricchita per l’occasione da installazioni luminose e da sculture di Aeson (antico toponimo di origine celtica del fiume Isonzo), il processo creativo di comunità in dialogo con il patrimonio naturale, la storia e le genti che popolano i territori della foce del fiume stesso.
«Non potevamo rinunciare a quest’evento, che ormai ad Aquileia caratterizza l’offerta del Territorio e cresce di anno in anno», le parole del sindaco Emanuele Zorino, che descrivono la ferma volontà di portare in piazza ad Aquileia anche nel 2021 l’importante manifestazione estiva. «L’Amministrazione crede molto nella valorizzazione del patrimonio e della storia enologica di Aquileia – continua il primo cittadino -. La vite è coltura autoctona della nostra terra ed è storicamente accertato che ad Aquileia da oltre 2000 anni si produceva, si consumava e si commerciava vino. Ancora oggi le realtà vitivinicole presenti nella zona producono vini che contribuiscono a fare di Aquileia una realtà conosciuta in tutto il mondo. Ricordiamo che Aquileia è stata uno dei principali nodi commerciali romani, e sicuramente il vino era una tra le merci più scambiate. La città romana ha tutte le carte in regola per ritornare un importante punto di incontro tra tutte le realtà enologiche regionali, nazionali, ma anche internazionali».

Lupa e Foro nell’Aquileia romana.

Due giorni, dunque, di immersione totale nelle peculiarità enoiche del Friuli Venezia Giulia. In piazza Capitolo verrà allestito un percorso che darà la possibilità ai partecipanti di degustare i vini di ben 32 cantine, 14 appartenenti al Consorzio Doc Friuli Aquileia, 18 rappresentanti del Consorzio delle Doc Fvg. Ogni azienda porterà in assaggio due vini. L’itinerario è stato pensato per diventare un momento di relax e di condivisione, con aree in cui sarà possibile fermarsi e sostare tra un calice di vino e l’altro.
Per dare ulteriore valenza all’evento sono state organizzate due masterclass di degustazione e approfondimento con il noto wine blogger Francesco Saverio Russo (@italianwinelover). Conosciuto per la sua passione per il vino, la storia che ogni bottiglia può raccontare e la stretta relazione con il territorio che essa rappresenta, Russo condurrà davanti a un pubblico di 30 persone per ogni sessione una degustazione guidata (l’entrata è gratuita su prenotazione, tramite mail: calici.aquileia@gmail.com). La prima masterclass si terrà oggi, alle 18.30, dal titolo “La prova del nove”. Saranno presenti 9 diversi vini che faranno scoprire il territorio della Doc Aquileia. Alle 21 la seconda masterclass dal titolo “9 identità friulane del Sauvignon”: cioè nove diversi Sauvignon friulani provenienti dalle varie denominazioni regionali, che faranno scoprire come questo vitigno si adatti ai diversi climi e terreni presenti nella nostra regione.

Durante l’evento Calici di stelle e grazie alla collaborazione di Fondazione Aquileia, Fondazione So.Co.B.A. e Promoturismo Fvg, sarà possibile effettuare delle visite serali – in via eccezionale – alla Basilica di Aquileia, al Cimitero del Milite Ignoto, alla Mostra “Da Aquileia a Betlemme” a Palazzo Meizlik e al Museo Archeologico Nazionale. Per partecipare alla manifestazione e per garantire la massima sicurezza a tutti i presenti – come da decreto ministeriale in vigore da ieri 6 agosto – è obbligatorio esibire il certificato Covid digitale (Green Pass) o essere in grado di rispettare almeno una delle seguenti condizioni: aver ricevuto una dose di vaccino anti Covid-19 almeno 2 settimane prima dell’evento, essere risultati negativi a un test molecolare/antigenico rapido nelle ultime 48 ore o essere guariti dal Covid-19 negli ultimi 6 mesi. Cin-cin a tutti!

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(Foto di copertina da Turismo Fvg)

Quelle panchine “orange” di Oslavia simbolo della sua preziosa Ribolla

di Claudio Soranzo

Ormai le panchine colorate, posizionate un po’ dappertutto, sono diventate il simbolo dell’incontro, della sosta e del pensiero che ne deriva in ottica ecologica, turistica ed esperenziale. Così anche i produttori della Ribolla di Oslavia hanno avuto la splendida idea di posizionarne alcune nei pressi dei loro poderi, per invitare il visitatore a sedersi per riposare un po’, ammirare il panorama e andare alla ricerca del vignaiolo di riferimento.  Sono sette le panchine arancione che sono state posizionate sulle alture di Oslavia, nei pressi delle sette cantine produttrici aderenti ad Apro, l’Associazione dei produttori della Ribolla di Oslavia, e dai primi di maggio faranno da punto di ritrovo, o di tappa, di un tour da percorrere a piedi, diviso in tre appuntamenti, per poter visitare anche le cantine e assaggiare il prelibato vino che si produce principalmente nel territorio vocato sulle alture di Gorizia.

I percorsi nei vigneti, che inizieranno sabato 8 maggio – Covid permettendo -, sono stati organizzati in collaborazione con Ecoturismo Friuli Venezia Giulia e coordinati dall’abile guida turistica Sabrina Pellizon, esperta locale di turismo esperenziale fatto di scoperte, incontri ed emozioni, che poi si mantengono nei ricordi più belli. Verranno organizzati dei piccoli gruppi di partecipanti, che in un pomeriggio saranno guidati verso un’esperienza da gestire in sicurezza, al punto da poter fornire a ogni wine lover la possibilità di immergersi, con i suoi tempi, nel racconto di Oslavia.

Ma vediamo ora quali sono le sette wineries riunite nell’Apro, per perseguire intenti comuni e fornire un prodotto di estrema qualità. Iniziamo da Dario Princic la cui cantina si trova in via Ossario, per continuare con Fiegl e Gravner, entrambi in via Lenzuolo Bianco; poi troviamo Il Carpino in località Sovenza a San Floriano del Collio, La Castellada in località Oslavia, Primosic in via Madonnina e Radikon in località Tre Buchi. Sette note realtà che danno vita alla coltivazione e alla successiva produzione della Ribolla gialla d’Oslavia, un vino spettacolare derivato da un vitigno autoctono grazie a un mix irripetibile di condizioni climatiche e impasto del terreno. Non solo: c’è dentro tutta l’esperienza e la conoscenza dei vignaioli, elevata ad arte, e la ricerca ostinata di affermare la propria identità. La sintesi che ne consegue è una straordinaria eleganza di aromi e profumi, sia nel corpo che nell’anima del vino, altrove irripetibili.
Così, in un ampio fazzoletto di terra sul colle di Oslavia, culla della viticolura del Collio, la zona vinicola più importante del Friuli Venezia Giulia, sono state installate le “7 sorelle”, le panchine “orange” del colore della Ribolla, che faranno da punto di partenza per le escursioni nei vigneti e nelle cantine attigue. Il loro significato è racchiuso anche nell’invito al visitatore a trovarle, a sedersi, ammirare il panorama e scoprire la storia e il futuro della terra che c’è sotto di esse. A sconfinare infine con lo sguardo verso la ridente pianura, cercando di scorgere, in lontananza, il mare.

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In copertina, una delle panchine arancione; all’interno, un’altra e alcune immagini delle prestigiosa viticoltura di Oslavia.

Benini e Villotta giornalisti “innamorati” del Friuli e delle sue eccellenze

di Giuseppe Longo

UDINE – Pochi giorni fa, ricorreva il trigesimo della morte prematura di Piero Villotta, che fu per lungo tempo presidente dell’Ordine dei giornalisti del Friuli Venezia Giulia, ma anche leader del Ducato dei vini friulani e uomo di punta nell’Ente Friuli nel mondo. E il suo ricordo si è giustamente incrociato con quello di un altro grande giornalista, Isi Benini, scomparso trent’anni fa, ma entrambi accomunati da un impegno preciso: quello di valorizzare la loro terra, di cui erano “innamorati”, e con essa le sue peculiarità, a cominciare dalle produzioni agroalimentari. Nomi che sono riecheggiati più volte insieme, accompagnati dalle immagini dei loro volti proiettate su uno schermo, durante la bella cerimonia per la consegna dei riconoscimenti nell’ambito della prima edizione del “Premio Isi Benini – Città di Udine”, un concorso giornalistico indetto dall’Arga Fvg, associazione degli operatori della comunicazione che, attraverso i vari canali, si sono specializzati nella trattazione degli argomenti legati al settore primario, come piaceva fare tanto sia a Benini che a Villotta, approfondendo problemi e prospettive, ma anche sottolineandone le eccellenze, con equilibrio e competenza, doti supportate da una solida cultura. Prima di tutto, attraverso quello strumento prezioso che è la trasmissione radiofonica domenicale “Vita nei campi”, mentre Benini è ricordato anche per quella bellissima rivista, “Il vino”, in carta patinata che da tanti anni ormai non abbiamo più il piacere di leggere avidamente o perlomeno di sfogliare con interesse. Ma anche il giornalista morto repentinamente a Montevideo è ricordato per il  suo ruolo di primo piano nel Ducato dei vini friulani, sodalizio che lui stesso promosse mezzo secolo fa e all’interno del quale ideò la fortunata rassegna di “Asparagus”.

Isi Benini

Piero Villotta

“Un giornalista che, con la sua conoscenza e professionalità, non ha solo permesso di valorizzare il territorio friulano, ma anche di nobilitare una professione e la divulgazione delle notizie nel modo più corretto possibile”, ha detto infatti l’assessore regionale alle Risorse agroalimentari, Stefano Zannier, durante l’incontro avvenuto nella solennità di Sala Ajace, di fronte a una folta platea – compatibilmente, è ovvio, con i tempi da emergenza sanitaria – riunita per applaudire i vincitori di questo primo concorso tendente a valorizzare la figura di uno dei padri del giornalismo enogastronomico regionale che per anni, dopo l’importante esperienza al Messaggero Veneto, di cui fu anche direttore, guidò la redazione udinese della Rai. Con il presidente dell’Arga Carlo Morandini, che ha spiegato le finalità dell’iniziativa e coordinato l’incontro, c’erano anche il presidente del Consiglio regionale Piero Mauro Zanin, gli assessori comunali alla Cultura, Fabrizio Cigolot – che ha fatto gli onori di casa portando il saluto del sindaco Pietro Fontanini -,  e ai Grandi eventi, Maurizio Franz, Amos D’Antoni, vicepresidente dell’Ordine, l’artista Gianni Borta, i giornalisti Marco Buzziolo e Gian Paolo Girelli, e appunto l’assessore Zannier che ha evidenziato l’importanza dell’eredità lasciata dal grande appassionato del mondo agricolo. “La coerenza e la correttezza dell’informazione – ha detto l’esponente della Giunta Fedriga – sono due elementi importanti poiché permettono di ampliare la platea dei fruitori delle notizie non relegandole alla cerchia ristretta degli addetti ai lavori. Questi due aspetti, legati alla semplicità di esposizione tanto a video quanto sulla carta stampata, hanno caratterizzato la figura di Isi Benini; quando c’è la possibilità di avere a che fare con un soggetto professionalmente dedicato a dare una notizia, che si è distinto per la sua capacità narrativa e di relazioni, si è di fronte ad un uomo che racchiude un valore aggiunto al di fuori della notizia stessa, capace di nobilitare il territorio che rappresenta”. Parole che possono essere attribuite, senza tema di smentita, anche a Piero Villotta, pure lui animato da uno spirito tenace e appassionato a difesa del nostro Friuli. “Se fosse stato ancora in vita, Isi Benini sarebbe stato sicuramente un cronista battagliero a difesa del Tocai friulano”, ha detto fra l’altro il presidente Zanin.

Daniela Paties Montagner…

… e Claudio Soranzo con i premi.

Premiati quindi, fra gli applausi, Licio Damiani e Sergio Gervasutti, che hanno condiviso con Isi Benini pagine di storia della nostra terra e che hanno proposto originali ritratti del collega indimenticabile, e Daniela Paties Montagner, che ha condotto per mano alla scoperta di Udine, città del Tiepolo, tra storia, cultura e rinnovamento, sottolineando la “voglia di ripartire” dei friulani dopo i danni inferti da questa pandemia che ancora non accenna ad allentare la presa. Premiato anche il giornalista Claudio Soranzo per un servizio sulla vitivinicoltura pubblicato proprio su questo sito. E appunto su vite e vino del Friuli Venezia Giulia si è soffermato nella sua “lectio magistralis” il professor Enrico Peterlunger, dell’Università di Udine, analizzando l’evoluzione che il settore ha conosciuto soprattutto negli ultimi cinquant’anni, quando il Vigneto Fvg partendo da una produzione spesso destinata soltanto al consumo locale è approdato a livelli di eccellenza che oggi gli sono riconosciuti, soprattutto con i vini bianchi, in tutto il mondo. Una evoluzione che, per la troppo precoce scomparsa,  Isi Benini non ha potuto assaporare e che per lungo tempo ancora avrebbe sicuramente beneficiato della professionalità di Piero Villotta.

Peterlunger, premiati e pubblico.

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In copertina, si premia Licio Damiani per il suo ricordo di Isi Benini.

“Pancor”, il pane che viene dal cuore dopo la furia della tempesta

di Claudio Soranzo

Sedici ottobre 2020: una data molto importante, quella dell’anteprima nazionale del documentario “Pancor” al cinema Visionario di Udine, coincisa con un evento altrettanto importante, fortemente voluto dalla famiglia Marini, che da ben 115 anni, di generazione in generazione, guida il simbolo della storia e dell’ospitalità del Friuli Venezia Giulia. Una famiglia che rappresenta l’hotellerie e la ristorazione d’alta qualità del nostro territorio, grazie all’accoglienza genuina dell’Hotel Là di Moret e all’eccellenza della proposta gastronomica de “Il Fogolar”.
L’evento, organizzato in collaborazione con PromoTurismoFvg, racconta una storia fatta di circostanze positive, come anche di un avvenimento devastante, ma soprattutto celebra persone uniche che credono ancora che ciascuno di noi, con le proprie azioni, possa cambiare in meglio il mondo.

Tra licheni e cortecce.

Tutto ebbe inizio alla fine di ottobre di due anni fa, quando la furia della tempesta Vaia colpì inaspettatamente la Carnia e Sappada, distruggendo migliaia di ettari di bosco – oltre l’1% dell’intera superficie forestale regionale – con più di un milione di metri cubi di legname abbattuto. La tristezza per questa devastazione toccò anche Stefano Basello, noto chef de “Il Fogolar”, appunto il ristorante del Là di Moret. Il legame forte e struggente nei confronti del suo territorio lo fece attivare immediatamente, per conservare e, in un certo senso fare rivivere, la bellezza di questi luoghi e l’essenza degli alberi sterminati dalla furia della pioggia e del forte vento. Con l’aiuto della sua brigata di cucina si mise subito al lavoro e, recuperando la corteccia degli abeti bianchi e rossi, ne estrasse le parti commestibili per ricavare una sorta di farina, da utilizzare assieme ad altri ingredienti per ottenere del pane non solo buono e croccante, ma in grado di far tornare a vivere un territorio e la sua natura.

Il pane pronto da tagliare.

Questo gesto di sensibilità e rispetto colpì tempo dopo il secondo protagonista di questa storia, Swan Bergman, noto regista bolognese dalle origini svizzere – sua è la maggior parte delle regie live dei tour di Vasco Rossi – che si mise sulle tracce di Stefano e quando lo conobbe ne rimane incantato. Stefano, estremamente schivo – a tratti ricorda un folletto appena uscito dai boschi – cattura la curiosità di Swan a tal punto da decidere di farlo diventare il protagonista di un documentario da lui diretto, ambientato proprio nelle zone distrutte nel 2018 e le più incontaminate vallate carniche, dove lo chef friulano e i suoi aiutanti si recano da marzo a ottobre per recuperare erbe, bacche, licheni, gemme e piante selvatiche, che diventano vere e proprie materie prime alla base delle preparazioni de “Il Fogolar”. In “Pancor – Il pane che viene dal cuore”, la convinzione di Bergman che la comunicazione può migliorare il mondo, e la capacità di Basello di trasmettere con semplicità la magia dei suoi luoghi, diventano un tutt’uno, un fil rouge che coinvolge Edoardo Marini, il terzo protagonista di questo documentario, che ha sempre creduto nei progetti di Basello, incoraggiandolo affinché il territorio, la sua storia, le sue radici e i suoi protagonisti fossero sempre al centro dell’offerta enogastronomica del suo ristorante.

Gustose proposte a tavola.

Ecco perché la cucina de “Il Fogolar” privilegia la scelta di materie prime provenienti da piccoli artigiani, contadini e allevatori, che hanno permesso la riscoperta di ingredienti dimenticati, come pure di antiche ricette in grado di far scoprire e valorizzare un intero territorio.
Così si chiude il cerchio tra questi tre personaggi, moderni visionari fortemente convinti che ciascuno di noi, con le proprie azioni più o meno piccole, può davvero cambiare il mondo.

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In copertina e qui sopra lo chef Stefano Basello nei boschi devastati due anni fa dalla tempesta Vaia.

Debutta “smart wine” idea per vendere vino e fare beneficenza

di Claudio Soranzo

E così ora abbiamo calato un tris! Dopo Smart phone e smart working, siamo arrivati allo smart wine, il vino intelligente che arriva sulle nostre tavole entro 48 ore dall’ordine online, grazie a un’innovativa piattaforma web di due giovani intraprendenti del Friuli Venezia Giulia che hanno coniugato la loro genialità con l’enologia e la beneficenza. Quest’ultima più che giusto punto di partenza in questi tempi difficili che stiamo vivendo.
E’ sorto così Wine4Charity.it, un sito che raccoglie le ordinazioni di vino, lo consegna gratuitamente a domicilio e il ricavato lo devolve in beneficenza alla Protezione civile. Un’idea davvero smart che sta funzionando alla grande, già testata con piacere per vedere se e quanto funziona. Con ottimi risultati.
A ideare il tutto un ventitreenne di Ronchi dei Legionari, Gabriele Volpato, e un ventiduenne di Cervignano, Carlo Mian, rispettivamente ceo ed enologo il primo, e store manager il secondo di Veraison Technologies Srl, una start up sorta da qualche mese e premiata, già attiva sul mercato.

Carlo Mian

Gabriele Volpato

I due giovani hanno messo assieme finora una cinquantina di aziende vinicole di sette regioni italiane (Friuli Venezia Giulia, Veneto, Piemonte, Trentino Alto Adige, Toscana, Campania e Puglia), dando vita a una raccolta di oltre un centinaio di etichette che si possono vedere sul sito internet e ordinare con facilità, dopo aver letto le caratteristiche di ognuna. Per facilitare il consumatore – che con il suo acquisto farà appunto della beneficenza – sono previsti alcuni parametri di scelta (che spaziano dalla popolarità del vino in base alle vendite effettuate, con in testa finora il Rosso di Montepulciano Doc 17, seguito dal Collio Pinot bianco Doc 2018 Russiz Superiore), alla valutazione media data dagli utenti (per ora non quantificabile), al vino più recente in ordine di immissione nella piattaforma, ai vini con prezzo più economico e più caro. Tra i primi troviamo il Soreal Igp Venezia Giulia 2018 della cantina Rossato di Cervignano, mentre tra i secondi figurano tre bottiglie selezione del Produttore – Quintarelli, simbolo dell’Amarone della Valpolicella; al secondo posto come bottiglia singola un Toscana Rosso Igt e al terzo il Santuari Rosso Riserva Doc Friuli Colli Orientali 2016 di Valentino Butussi di Corno di Rosazzo. Insomma, un interessante carnet di bottiglie per ogni gusto e portafoglio, che si sta arricchendo con nuove adesioni da tutta Italia, comprese Sicilia e Sardegna. L’acquisto minimo è di un cartone da 6 bottiglie, che viene spedito e consegnato gratuitamente all’indirizzo desiderato, anche come regalo.


Comunque, nonostante questo non sia il reale progetto della start up della coppia friulbisiaca, ma soltanto un’iniziativa benefica, sarà mantenuta viva e collegata alla prossima piattaforma, per creare una snella wine/delivery che potrebbe andare a tutto beneficio dei consumatori, ma anche e soprattutto dei produttori di vino, che in questo periodo grigio hanno pure loro risentito parecchio del lockdown sanitario.
“Lo sviluppo di wine4charity – afferma Gabriele Volpato – sarà quello di associarlo ad associazioni benefiche regionali e non solo, operanti in diversi campi, che spaziano dall’umanitario all’ambientale”.

 

Sul Carso un Vermouth rosso ricorda Ungaretti e la Grande Guerra

di Claudio Soranzo

L’idea nacque circa un anno fa a un importatore californiano di vini italiani, che chiese a un suo fornitore, l’azienda Castelvecchio di Sagrado, di preparargli un vermouth da lanciare nello Stato occidentale americano. Così, da una felice intuizione d’Oltreoceano, partì la ricerca su come si poteva fare e, grazie a un giovane vignaiolo locale che già produceva un vino aromatizzato, si arrivò a un prototipo, felicemente testato all’ultimo Vinitaly.
Si tratta in buona sostanza di valorizzare il rosso Castelvecchio al fine di creare un prodotto unico, in cui la vitalità del vino è accompagnata da classiche piante aromatiche di varie specie botaniche della tradizione italiana, come assenzio, china, mentuccia, melissa, timo volgare, genziana, carciofo e issopo, con l’aggiunta di scorze d’arancia dolce. Per produrlo alla Castelvecchio utilizzano una quantità di vino maggiore rispetto ai  vermouth tradizionali, senza aggiunta di alcun prodotti chimici o conservante, a parte alcol puro di cereali. Ne consegue che l’eventuale formazione di precipitazioni dopo l’apertura della bottiglia sia dovuta appunto all’assenza di stabilizzanti, denotando quindi l’artigianalità del prodotto. E allo scopo di preservare al meglio le qualità organolettiche è stato scelto di portare il volume alcolico a 18°, con il risultato finale di un Vermouth dal colore rosso granato, con sfumature mattone. Fra le note di degustazione si riscontrano al naso sentori di frutti rossi, arancio amaro e note balsamiche; in bocca è rotondo con sentori di melissa, con un finale dolce e pulito, con note di assenzio. Davvero prelibato.

I vigneti di Castelvecchio…

… il vermouth del Soldato…

… e la statua di Giuseppe Ungaretti.

Ma alla fine bisognava pure dargli un nome e inventare un’etichetta, per fornire una connotazione particolare alla new entry sagradina. Non ci volle molto quindi per denominarlo Red Vermouth Rosso con un’opportuna evidenziazione bilingue del colore e un “sottotitolo” che renda identificabile il territorio di produzione. Così, sulle prime pendici carsiche dell’altopiano goriziano, con i vigneti che circondano la collinetta dove sorge la villa veneta, prima comando militare poi ospedale della Grande Guerra, c’è un graffito – tra i tanti scoperti di recente – che rappresenta un militare italiano. E così venne chiamato “Il riposo del soldato”, in onore anche a Giuseppe Ungaretti che combatté proprio in questi luoghi e viene ricordato, oltre che per le poesie che scrisse in quel periodo di trincea carsica, con una statua bronzea ad altezza naturale all’inizio del parco secolare a lui dedicato, vicino al prestigioso tempietto settecentesco e all’ampia terrazza panoramica.

La bellissima villa nel parco…

… e lo spumante rosato.

Oltre al Vermouth Rosso, l’azienda Castelvecchio, di proprietà della famiglia Terraneo, sta lanciando seriamente anche un altro vino, il Castelrosè, una piccola produzione di “bollicine diverse”, come la chiamano in azienda. Si tratta di un vino rosa carico, leggermente fruttato con sentore di piccola frutta rossa, dal sapore acidulo con perlage fine e persistente, vivace al palato. E’ ricavato da uve 100% Terrano con leggera pressatura e lenta fermentazione a temperatura controllata, con successiva presa di spuma metodo Charmat lungo per circa 6 mesi, e ulteriore affinamento di 60 giorni in bottiglia, per rendere il Brut ancora più fine ed elegante. Da degustare a ogni ora della giornata, come aperitivo e con tutti i piatti a base di pesce. Entrambi i prodotti si trovano in cantina e in enoteca in bottiglia da 0,75 cl, il rosè fra i 10 e i 12 euro e il vermouth a 23/26.

Un’immagine della tenuta sul Carso.

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In copertina, ecco le botti di invecchiamento a Castelvecchio.

E ora il Festival del Potatore approda in Toscana

di Claudio Soranzo

Ami viaggiare e conoscere nuove realtà, vivere all’aria aperta e degustare cibi del posto, sapientemente accompagnati dall’ottimo vino del territorio? Puoi approfittare della seconda edizione del Festival del Potatore che, dopo il debutto l’anno scorso in Franciacorta, quest’anno si terrà nel cuore della Toscana, a Castelnuovo Berardenga, in provincia di Siena, sabato 29 febbraio.
Saranno allestite postazioni dove degustare il Chianti Classico e diversi truck-food con specialità locali. Sarà così possibile gustare le prelibatezze della tradizione gastronomica toscana, preparate sul momento in coloratissimi camioncini, vere e proprie cucine itineranti.
Tra le manifestazioni collaterali l’alpinista recordman Simone Moro, che con il suo elicottero giallo farà fare dei brevi tour per ammirare dall’alto le stupende colline del Chianti e Siena, esibizioni adrenaliniche di freestyle e acrodunking basketball, il campione del mondo di pattinaggio artistico a rotelle Lorenzo Guslandi, che si esibirà in straordinarie performance, i boscaioli Mattia Berbenni e Michael Del Pin con dimostrazioni di taglio con ascia, sega e motosega; come pure artigiani locali intenti ai loro mestieri e si potrà assistere ai lavori con trazione animale – come una volta – con i cavalli al lavoro fra i filari.

Marco Simonit con i concorrenti.


A organizzare il Festival del Potatore sono Marco Simonit e Pierpaolo Sirch, i due esperti friulani che lo hanno ideato, primi e unici in Italia, l’anno scorso, dopo aver messo a punto un metodo di potatura che rende le viti più forti e longeve, esportandolo con successo in tutto il mondo. La potatura delle viti è infatti uno dei compiti più difficili e delicati del vignaiolo: da essa possono dipendere la salute, la robustezza e la durata delle piante e di conseguenza la produzione e la qualità dei vini.
Molta attenzione è riservata anche ai più piccini, ai quali sarà dedicato un angolo del vigneto con le teste dei filari contrassegnate da gigantesche matite colorate, dove saranno coinvolti in “Wannabe a pruninguy”: ciascun bambino sceglierà una barbatella di vite e la pianterà, contrassegnandola con il suo nome e la data, dando così vita a un simbolico vigneto, di buon auspicio per il futuro. Per loro, varie altre attività, fra cui una passeggiata con il calesse tra le vigne e le visite didattiche all’Orto Felice, l’orto naturale dell’Agricola San Felice, che vede coinvolti nei lavori anziani residenti in zona e alcuni giovani diversamente abili.
La competizione, che premierà i migliori potatori d’Italia, si svolgerà quindi tra i vigneti senesi, fra lavoratori agricoli e coltivatori che praticano la potatura delle viti, uomini e donne di tutte le nazionalità e di tutte le età. Il contest è aperto a tutti coloro che vorranno mostrare le proprie abilità in una competizione che premierà accuratezza dei tagli e velocità. Vi prenderanno parte 100 potatori, che disputeranno gare individuali (55) e a squadre (15 di 3 componenti ciascuna). È consentito esclusivamente l’uso di forbici manuali e la definizione della classifica si baserà su precisione e tecnica di taglio, secondo il metodo adottato dal regolamento.
Speaker della gara sarà Federico Quaranta, noto autore e conduttore del programma radiofonico Decanter su Radio 2, da sempre impegnato nella difesa e valorizzazione dei prodotti e dei saperi dell’agricoltura italiana. Il pubblico potrà osservare da vicino i concorrenti intenti a potare le piante. La giuria, costituita da tecnici Simonit&Sirch e da esperti internazionali di potatura, decreterà i migliori classificati nelle due categorie.


Con 97 tagli eseguiti alle perfezione su 105, Marco Bergoli, 26 anni, della Demetra di Cazzago San Martino (BS) era risultato il vincitore del 1° Festival italiano del Potatore. Ad aggiudicarsi il podio per la migliore squadra erano stati gli Avengers, Riccardo Turata, Francesco Deledda e Marco Ostan, con 291 tagli perfetti su 315 eseguiti. Per la gara singola, 2° classificato era stato invece Valeriu Cristian Antone dell’azienda Antonutti di Colloredo di Prato (Ud), mentre terza si era piazzata Giulia Florelli dell’azienda Tua Rita di Suvereto (Livorno). Nella classifica delle squadre erano saliti sul secondo gradino del podio Michele Botticini, Michele Gatti e Nasir Amid di Bellavista e sul terzo Andrea Gatti, Fabio Cadei e Marius Marineac di Ca’ del Bosco.
Gli spettatori potranno assistere alla gara e tifare in percorsi definiti tra i filari di
competizione. Il Pruning Contest sarà il cuore di una giornata di festa in campagna dedicata al “saper fare in vigna”, aperta – con ingresso gratuito – a tutti, potatori, famiglie, amici e appassionati. A fare da contorno alla gara, musica, bancarelle a tema e una serie di attività collaterali legate al mondo agricolo. La gara singola inizierà alle 10, assieme all’apertura delle attività collaterali; alle 11 ci sarà il Lorenzo Guslandi show e mezz’ora dopo partirà la competizione a coppie; alle 13.30 l’inizio delle degustazioni del Consorzio Vini Chianti Classico, cui seguiranno le finali e le premiazioni. All’edizione precedente hanno preso parte 60 concorrenti, che hanno potato 15 piante in 20 minuti. La valutazione è stata fatta sulla base della qualità del taglio e su un questionario teorico. La giuria era composta da Marco Simonit e dagli specialisti del team Simonit&Sirch, affiancati da due esperti internazionali di potatura, Raymond Favez (re della potatura alla Fête des Vignerons di Vevey, in Svizzera) e Philippe Kuntzmann, per oltre 10 anni responsabile della Sezione malattie del legno della vite alla stazione di Colmar, in Alsazia.

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In copertina e all’interno immagini delle gare 2019 in Franciacorta.