Colli orientali del Friuli, 50 anni di storia sulla strada della qualità

di Giuseppe Longo

Oggi è il 20 luglio. Ed esattamente in questa stessa giornata di 50 anni fa veniva approvato, con decreto del presidente della Repubblica – capo dello Stato era Giuseppe Saragat – il disciplinare della Doc Colli orientali del Friuli (la pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale 247 del 30 settembre successivo), la seconda denominazione di origine controllata istituita nella nostra regione dopo quella del Collio Goriziano, che fu apripista nel mettere a frutto le disposizioni della famosa legge istitutiva, la 930 del 1963. Cinquant’anni di storia, dunque, per i vini tutelati dal Consorzio contraddistinto dal marchio con lo Spadone di Marquardo e che sovrintende un ampio territorio che va dal lembo più settentrionale di Nimis e Tarcento – dove è stata ritagliata pochi anni dopo la zona del Ramandolo, evoluta nella prima Docg del Friuli Venezia Giulia -, per continuare verso Attimis, Faedis e Povoletto, con le bellissime colline di Savorgnano del Torre e Ravosa. Quindi, Torreano, Cividale, San Pietro al Natisone, Prepotto, a due passi dal confine con la Slovenia, Corno di Rosazzo, Buttrio, Manzano, San Giovanni al Natisone e Premariacco, con Ipplis e Rocca Bernarda. Piccole porzioni vitate sono comprese anche nei Comuni di Magnano in Riviera, Moimacco, Reana del Rojale e Tricesimo. La sede consortile, fin dall’inizio ubicata nella città ducale, da qualche anno è stata trasferita nella storica cornice di villa Nachini Cabassi a Corno, paese i cui vigneti s’incrociano con quelli del Collio nel limitrofo Comune di Cormons. Il Consorzio di tutela Friuli Colli orientali e Ramandolo – oggi presieduto da Paolo Valle – riunisce circa 200 soci, la maggioranza dei quali vende i vini imbottigliati. I vigneti (2 mila ettari iscritti all’albo) producono oltre 80 mila ettolitri di vino Doc, dei quali almeno il 30 per cento viene commercializzato all’estero. Un’esportazione destinata prevalentemente all’Europa, ma che non esclude Paesi lontani, tra i quali soprattutto Stati Uniti d’America e Giappone.

Paolo Valle

Oltre a quella del Ramandolo, negli anni hanno visto la luce anche le Docg Picolit e Rosazzo, oltre ad alcune prestigiose sottozone – “cru” per dirla con i francesi – che vanno sotto i nomi di Cialla (Ribolla gialla, Verduzzo friulano, Refosco dal peduncolo rosso, Schioppettino, Bianco e Rosso), Refosco di Faedis, Ribolla gialla di Rosazzo, Pignolo di Rosazzo e Schioppettino di Prepotto. La denominazione “Friuli” Colli Orientali – è questa attualmente la qualificazione corretta dopo l’ultima modifica del disciplinare di produzione – con la specificazione di una delle seguenti indicazioni varietali – Chardonnay, Malvasia (da Malvasia istriana), Pinot bianco, Pinot grigio, Ribolla gialla, Riesling (da Riesling renano), Sauvignon, Friulano (da Tocai friulano), Traminer aromatico, Verduzzo friulano, per quanto riguarda i vini bianchi; Cabernet (da Cabernet franc e/o Cabernet sauvignon e/o Carmenere), Cabernet franc, Cabernet sauvignon, Merlot, Pignolo, Pinot nero, Refosco dal peduncolo rosso, Refosco (da Refosco nostrano), Schioppettino e Tazzelenghe, fra rossi – è riservata ai vini ottenuti da uve di vigneti costituiti dai corrispondenti vitigni ed aventi una composizione ampelografica monovarietale minima dell’85% in ambito aziendale. Sono ammesse anche le specificazioni “Friuli” Colli Orientali “Rosso”, “Bianco” e “Dolce”, mentre la menzione “Riserva” è ammessa qualora i vini siano stati invecchiati almeno due anni a decorrere dai primo novembre dell’annata di produzione delle uve.

La zona Doc nella storica cartina.

Il territorio – recita ancora il disciplinare – si estrinseca in una variegata alternanza di colline e pianure che si sviluppano ininterrottamente lungo le direttrici nord-ovest e sud-est, creando delle ampie superfici che possono godere di un’esposizione ottimale per la coltivazione della vite, la quale beneficia di microclimi che rendono queste zone molto vocate. I terreni dei Colli Orientali appartengono al così detto “Flysch di Cormòns” che è costituito da un’alternanza di strati di marne (argille calcaree) e arenarie (sabbie calcificate) dall’aspetto molto tipico. Questo insieme è chiamato in friulano “ponca” ed è facilmente alterabile in presenza di agenti atmosferici (soprattutto pioggia, ghiaccio e sole) e si sgretola velocemente in frammenti scagliosi, i quali in seguito si decalcificano e mutano in giallastro l’originario colore grigioazzurognolo o grigio-plumbeo, fino a dissolversi in terreno argilloso. Queste marne sono solitamente ricche di calcare (ne contengono dal 40 al 60%) e di potassio, leggermente meno di fosforo. I vigneti si collocano tra i 100 ed i 400 metri sul livello del mare, che si trova a una quarantina di chilometri: la maggior parte dei terreni vitati si trova su colline terrazzate, mentre alcuni occupano delle porzioni pianeggianti o con un leggera pendenza.

Questo, dunque, un rapido ritratto dei Colli orientali del Friuli come li conosciamo oggi, dopo un’evoluzione durata appunto mezzo secolo da quel Dpr che li istituì. Cinquant’anni che hanno segnato una crescita qualitativa notevolissima, grazie a produttori appassionati e capaci, assecondati da tecnici preparati e guidati da presidenti consortili lungimiranti – dai primissimi Pietro Rubini e Luigi Rodaro, per arrivare ai più recenti Adriano Gigante, Michele Pavan e, appunto, Paolo Valle – che hanno saputo trasformare questa zona Doc in una delle aree più prestigiose del Vigneto Fvg, producendo vini che hanno conquistato il mondo. Un impegno che sicuramente non mancherà nei prossimi 50 anni, perché i Colli orientali sono attesi da altri importanti traguardi. Sempre sotto l’insegna dello storico Spadone di Marquardo che vide il suo debutto a Cividale in occasione delle tradizionali feste epifaniche di 44 anni fa, dunque pochi mesi prima di quel terremoto che devastò mezzo Friuli e che segnò una svolta per la vita in questa meravigliosa terra friulana. Anche per la sua viticoltura di qualità.

La sede e il marchio.

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In copertina, maturazione dei grappoli al via sui Colli orientali: foto scattata ieri nel Cividalese.

LA RICETTA – “Us e lidric” a Ramandolo è il piatto della primavera

di Gi Elle

A Ramandolo, nella ricorrenza di San Bastian – la borgata di Nimis è già in festa ma, secondo tradizione, vive il momento più sentito della simpatica sagra la seconda domenica di marzo -, c’è un piatto da sempre protagonista e che sa tanto di primavera. E oggi per la consueta “Ricetta del sabato”  ve lo proponiamo: “us durs e lidric cul poc”, come dire uova sode e radicchio col gambo.
E’ superfluo dare dosi perché la ricetta è così elementare che ognuno si regola come meglio crede riguardo alle quantità, in base al numero di coloro che siederanno a tavola. Importante è, però, condire il radicchio con un buon olio extravergine di oliva, magari scelto fra quelli prodotti in Friuli Venezia Giulia e pure sulle pendici del monte Bernadia, come appunto a Ramandolo o nella vicina Sedilis, a Torlano e a Nimis. Un ottimo condimento, come appunto l’olio – evo, si usa dire oggi, tanto per semplificare -, è infatti fondamentale per gustare la fragranza e la sapidità, con leggero sentore amorognolo, del radicchio di campo.
E il vino? Ma naturalmente un fresco Friulano – l’ex Tocai – dei Colli orientali, ai quali anche il territorio comunale di Nimis appartiene. Il suo abbinamento con le uova sode e il radicchio è perfetto. Buon appetito!

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In copertina, “us e lidric” il tipico piatto di Ramandolo e della sua sagra marzolina.

 

Il Picolit sulle tavole di Natale con “formadi frant” e gubana

di Claudio Soranzo

CIVIDALE – Avete scelto i vini per le ormai imminenti festività, da gustare a casa o da regalare per fare un’ottima figura? Non ancora? Allora mi permetto di darvi un suggerimento, se non siete amanti dei classici e andate sempre in cerca di qualche bella e interessante novità.  Vi propongo un vino raro, di gran classe, quello che è noto come “re dei vini” o, al contrario, anche “vino dei re”. L’avrete già capito che sto scrivendo del Picolit, un vino autoctono del Friuli che si sposa perfettamente con il “fois gras”, per esempio, e con i dolci della pasticceria secca e, spero l’abbiate già scoperto, con la mitica gubana, il dolce con ripieno di frutta secca, tipico delle Valli del Natisone e di Cividale, il territorio dove nasce il Picolit Monviert.
E’ proprio questo vino che volevo segnalarvi perché l’ho anche degustato e quindi so di che cosa vi parlerò. Nobile e raro, il Picolit è il vino autoctono più prezioso della selezione Monviert, ancorché contraddistinto da produzioni limitatissime, legate a una caratteristica della varietà che dà soltanto pochi ma preziosi grappoli. Vitigno certamente antichissimo, secondo alcuni coltivato già ai tempi dei Romani, deliziò i palati di Papi e imperatori, oltre a essere ricercato su mercati d’alto prestigio in tutta Europa. Dal raccolto 2006, il Picolit si fregia della Docg, denominazione di origine controllata e garantita – ottenuta poco dopo quella del Ramandolo -, a valere per il solo territorio dei Colli Orientali del Friuli, in cui circa 60 ettari sono attualmente interessati alla coltivazione specializzata di tale storico autoctono, un tempo a rischio di estinzione, ma fortunatamente recuperato agli antichi splendori. Proprio in questo territorio, a Spessa di Cividale, trovate l’azienda Monviert, nuovo nome dei Ronchi San Giuseppe, che ha introdotto innovative metodologie di lavorazione dando vita a una originale linea di vini, chiamata appunto Monviert come la stessa azienda. Una linea di selezione, perché accoglie solo le massime espressioni delle singole vigne, a loro volta accuratamente selezionate.

Il Picolit ottimo con la gubana.

All’interno di questa rara collezione di gemme, punta di diamante è proprio il Picolit, i cui grappoli sviluppano pochi acini piccoli e dolci, da cui ne consegue una produzione molto limitata. Di colore giallo oro acceso, talvolta quasi ambrato, dopo alcuni anni di invecchiamento il vino acquisisce un profumo intenso, floreale, fruttato, incredibilmente complesso, che ricorda il favo d’api. Al palato si presenta dolce-non-dolce, vellutato, armonico, corposo e potente. Grande vino da meditazione, è sorprendentemente buono anche su formaggi stagionati, piccanti e sul “formadi frant”, altro tipico prodotto friulano, più precisamente della Carnia. La gradazione alcolica è di 14°, l’acidità totale di 6 grammi/litro; la temperatura di servizio è di 13° e il periodo di conservazione va dai 10 ai 15 anni. Un grande vino insomma che qui però è in buona compagnia, assieme Schioppettino – gioiello della vicinissima Prepotto -, Refosco dal Peduncolo rosso, Friulano e Ribolla gialla, tutti storici vini del Friuli, più un grande vino internazionale: il Sauvignon.

Vigneti dei Colli orientali a Cividale.

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In copertina, ecco i tipici grappoli del Picolit, piccoli ma preziosi.

In ritardo (ma buona) la vendemmia dopo quella super-precoce

di Giuseppe Longo

L’anno scorso, alla data odierna, la vendemmia in Friuli era già cominciata da cinque giorni. Era, infatti, partita con un anticipo eccezionale il 13 agosto. Non è il caso del raccolto 2019 che – annotavamo qualche giorno fa, soffermandoci sulla determinazione dei prezzi delle vinacce -, avverrà in tempi più in linea con le epoche tradizionali. Anzi, piuttosto posticipato rispetto alla media degli ultimi anni, escluso appunto il 2018, super-precoce, che ha una storia tutta sua. La quantità sarà più contenuta, complice soprattutto una primavera da dimenticare che ha condizionato anche parte della fioritura, ma la qualità si annuncia generalmente buona. Addirittura meglio di come si sarebbe potuto ipotizzare, tenendo conto delle difficilissime premesse. E una “fotografia” fedele dell’annata in corso potrà essere scattata durante il consueto incontro pre-vendemmiale che Assoenologi Fvg, sotto la guida di Rodolfo Rizzi, tiene ogni anno nella seconda quindicina di agosto – l’appuntamento è annunciato per martedì 27, alle ore 18.30, a villa Nachini Cabassi a Corno di Rosazzo -, anticipando le stime che saranno delineate dalla sede nazionale per tutt’Italia e quindi anche per la nostra regione. Proprio in quell’occasione, dati “ufficiali” alla mano, si potrà parlare di percentuali in meno: adesso è meglio soprassedere, anche perché i numeri in questa fase hanno un valore relativo. La vera conta è nei tini, anzi nelle botti. Per ora è più utile e prudente fare un’analisi di tipo generale, facendo riferimento soprattutto alle prospettive riguardanti la qualità.

Innanzitutto, bisogna riconoscere che poter parlare di buona vendemmia quest’anno è già qualcosa di veramente singolare. Perché le premesse, abbiamo appena detto, sono state disastrose. Infatti, un mese di maggio così freddo e piovoso, da non ricordarne di simili, aveva fatto accumulare dal Vigneto Fvg un clamoroso ritardo vegetativo, per cui anche la fioritura è avvenuta posticipata di due settimane abbondanti rispetto a quella dell’anno precedente, in pieno svolgimento già nell’ultima decade di maggio: a Cantine Aperte era in pieno sviluppo. E il concomitante maltempo ha influito in negativo sulla formazione dei grappolini, per cui ecco uno dei motivi del sensibile calo produttivo che si annuncia. Fortunatamente, l’estate partita con il turbo ha fatto recuperare almeno in parte il gigantesco ritardo e il caldo africano delle settimane successive – pur mal tollerato dal vignaiolo – ha dato una vera e propria “spinta” alla vite, nonostante a un certo punto si sia verificato uno squilibrio idrico (fino a poche settimane prima i terreni erano in ammollo…) dovuto alla pressoché totale e perdurante mancanza di piovosità, cosa che è stata mitigata soltanto dai temporali più recenti che purtroppo, ma in aree grazie al Cielo circoscritte, sono stati accompagnati anche da forti grandinate e da venti impetuosi. In generale, lo stato sanitario dei vigneti e quindi dei grappoli appare soddisfacente, anche se il controllo delle malattie funginee specie nei primi stadi vegetativi è stato difficile, e pure questo è indice di buona qualità per i futuri vini.

Con queste premesse, quindi, parlare di vendemmia agostana è pressoché impossibile, se non limitata a poche zone, ma comunque a fine mese, soprattutto per le uve “base spumante” (Chardonnay e Pinot bianco), e quindi Prosecco, per le quali peraltro è richiesto un grado di maturazione non troppo accentuato. Per il resto, specialmente sui rilievi – e cioè Collio, Colli orientali e Carso -, bisognerà aspettare i primi giorni di settembre anche per le varietà bianche più precoci, come il Sauvignon che sicuramente sarà il primo a essere pigiato. Quello che l’anno scorso sul Collio fu raccolto appunto il 13 agosto! Seguiranno Pinot bianco e grigio, Friulano – il vecchio Tocai che ancora non ci siamo abituati a chiamare con il nome sostitutivo dopo il famoso “scippo” ungherese – e Ribolla gialla, vino-rivelazione degli ultimi tempi soprattutto se tradotto in bollicine. Pressoché contestuale potrebbe essere la vendemmia di Pinot nero (ovviamente se non sarà destinato alla spumantizzazione), Merlot e Cabernet, mentre per Schioppettino di Prepotto e Refosco dal peduncolo rosso bisognerà aspettare settembre inoltrato. Per il Refosco di Faedis si arriverà addirittura a fine mese se non ai primi di ottobre, quando sarà anche la volta – ma anche più in là, essendo in uso almeno un modesto appassimento sulla pianta – del Verduzzo, per la produzione del Ramandolo, e del Picolit, entrambi protetti dalla Docg. E’ chiaro che le epoche di raccolta ipotizzate sono del tutto indicative, perché molto dipenderà dalle varie zone, se di pianura – Grave, Isonzo, Annia, Aquileia, Latisana – o di collina, e soprattutto dall’andamento meteorologico delle prossime settimane.

Una considerazione importante, però, ci pare di poter trarre fin d’ora. Anche se la quantità, come dicevamo, sarà meno generosa dello scorso anno, e questo non è un male viste le premesse, sul fronte qualitativo si può ipotizzare l’ottenimento di vini armonici e profumati, specialmente per i bianchi a cominciare dal Sauvignon che in fatto di aromi non è secondo a nessuno. Le ondate di caldo anticiclonico, se non con sporadici ritorni, dovrebbero essere finite, per cui le notti notevolmente allungate dovrebbero consentire proprio quell’escursione termica tanto preziosa per creare nel grappolo che sta maturando un significativo corredo aromatico che si trasferirà poi nel vino grazie anche alle mitigate temperature di fermentazione che, invece, l’anno scorso erano difficili da controllare, essendo caldissima anche la vendemmia, specialmente nelle cantine prive di adeguati impianti di refrigerazione.
Osservazioni che ci vengono dunque “di getto” a diversi giorni ancora dall’inizio della stagione dei raccolti. Ma per saperne di più, sarà bene aspettare appunto l’ormai imminente summit degli enologi, tecnici titolati a fornire un quadro puntuale ed esauriente su quest’annata davvero “miracolata”. Che però, nonostante la partenza molto negativa, non dovrebbe per nulla deludere il produttore, ma neanche il consumatore e l’appassionato che amano i vini Made in Fvg.

Pinot grigio sui Colli orientali.

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In copertina, il Sauvignon (spumanti esclusi) sarà sicuramente la prima varietà bianca a essere raccolta.

Prosecco Patrimonio dell’Umanità, ma Collio e Brda possono attendere

di Giuseppe Longo

Prosecco dunque sì, Collio-Brda no, almeno per ora. Le meravigliose colline di Conegliano e Valdobbiadene sono Patrimonio mondiale dell’Umanità, mentre quelle non meno belle a cavallo tra Italia e Slovenia, o meglio tra Friuli e Castel Dobra più zone contermini, possono attendere, perché il discorso è rinviato a un’altra sessione del vertice Unesco. Un grande risultato, storico, quello della Provincia di Treviso che porta a ben 55 i siti riconosciuti dall’Organizzazione internazionale in Italia.

La zona del Prosecco Docg a Valdobbiadene.

Sembrava che qualcosa si fosse inceppato nel complesso meccanismo dell’iter per il riconoscimento delle colline venete, invece il Comitato mondiale Unesco riunitosi qualche giorno fa a Baku capitale dell’Azerbaigian ha dato il via libera con generale soddisfazione degli amministratori della vicina Regione, già raggianti per aver appena incassato la promozione di Cortina ai Giochi olimpici invernali del 2026, dei produttori e loro organizzazioni, anche se non è mancata qualche voce fuori dal coro. E’ chiaro che il Marchio Unesco riguarda la zona propriamente collinare, splendida senza ombra di dubbio come dimostrano le foto che pubblichiamo, scattate un paio di anni fa nella zona di Valdobbiadene dove si produce il Prosecco Docg e dove c’è anche l’“isoletta” di Cartizze – un po’ come il nostro Ramandolo sui Colli orientali del Friuli – che rappresenta la vera punta di diamante di queste “bollicine” che hanno conquistato il mondo. Quindi non l’intero comprensorio di produzione del Prosecco che è interregionale, estendendosi tra Veneto e Friuli Venezia Giulia anche nelle aree di pianura, avendo fatto leva proprio sul nome del piccolo paese del Carso Triestino – Prosecco, appunto – che ha consentito di “ancorarvi” l’intera area geografica. Solo in questo modo si è potuto continuare a commercializzare il vino ottenuto dal vitigno Glera, etichettandolo come Prosecco, un nome che oggi è sulla bocca di tutti, nel Vecchio come nel Nuovo Continente.

Vigneti Collio tra Cormons e Dolegna.

Nulla di fatto invece – si spera, come dicevamo all’inizio, almeno per ora – per la zona Collio-Brda, nonostante la “pratica internazionale”, riguardando appunto due Stati confinanti, fosse suggestiva e potesse indurre a previsioni ottimistiche, sebbene da parte slovena, a un certo punto, era sembrato ci fosse un certo “raffreddamento”, non tanto nell’interesse, quanto nella possibilità di predisporre tutto il materiale richiesto dalla procedura. E che doveva essere presentato entro il 30 giugno scorso. Cosa che poi è però puntualmente avvenuta, ma senza ottenere ancora il via libera. Per cui bisogna continuare a lavorare. Diego Bernardis, oggi consigliere regionale, che in veste di sindaco di Dolegna del Collio aveva promosso con entusiasmo e convinzione l’avvio dell’iter per dare un giusto  riconoscimento a questa zona vitivinicola, che si è fatta apprezzare soprattutto con i suoi grandi vini bianchi in tutto il pianeta, spiega: “In realtà, non è uno stop. A Baku il nostro progetto Collio/Brda è stato presentato (dalla Slovenia), ma non bocciato, poiché noi dobbiamo ancora entrare in Tentative List e l’obiettivo, ora, non essendoci riusciti sei mesi fa (per vari motivi, ma principalmente perché la Slovenia non era pronta), è per febbraio 2020”.

Tutto rinviato, dunque, per cui c’è da sperare che nella prossima occasione il Progetto Collio-Brda possa avere il tanto auspicato semaforo verde. Anche perché Collio e Brda hanno non solo le carte a posto ma tutte le caratteristiche paesaggistiche, ambientali, economiche e sociali per ambire all’importante titolo di Patrimonio dell’Umanità per questa bellissima zona che si estende senza soluzione di continuità a cavallo di un confine che ormai è tale solo di nome, ma non di fatto. Per cui possono soltanto attendere, con l’auspicio che la prossima sia appunto la volta buona.

La zona Brda a Castel Dobra. 

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In copertina, il Collio nella zona di San Floriano, a ridosso del confine con la Repubblica di Slovenia.

Colli orientali, progetto a Savorgnano per valorizzare Friulano, Refosco e Passito

di Giuseppe Longo

Quella di Savorgnano del Torre, la frazione più a nord del vasto Comune di Povoletto, è una fra le più importanti aree vitivinicole dei Colli orientali del Friuli, dove si producono vini rinomati che beneficiano, su splendide colline baciate tutto il giorno dal sole, di favorevoli condizioni climatiche, ideali per la coltivazione della vite che qui avviene da tempi remoti.
Ora sulla scena dell’agricoltura locale si affaccia un interessante progetto che ha appunto quali protagonisti Savorgnano del Torre ed i suoi vignaioli. “Crediamo – dicono infatti i suoi promotori – sia venuto il momento di presentarci, ma soprattutto di parlare del territorio in cui affondano profonde le nostre radici, i nostri vini e la nostra passione”.
Savorgnano del Torre, le sue colline e le aziende vitivinicole che hanno deciso di partecipare a questo progetto, invitano pertanto a partecipare all’incontro che si terrà oggi 10 giugno, nella sede dell’azienda agricola “Perini”, in via dei Vigneti, alle ore 18.30. La serata sarà riservata soltanto agli esperti del settore vino e della ristorazione: offrirà l’occasione per degustare tre grandi vini della località, come il Friulano (cioè l’ex Tocai) , il Refosco e il Passito delle aziende Genio, Marco Sara, Perini, Pinat e Sara&Sara. Alla manifestazione interverrà anche Matteo Bellotto che presenterà il suo libro “Storie di Vino e di Friuli Venezia Giulia”.
Una bella e importante iniziativa, dunque, voluta da cinque produttori appassionati e volta alla conoscenza e alla valorizzazione di questo angolo dei Colli orientali, una delle zone più prestigiose del Vigneto Fvg, tant’è che tutte le zone Docg sono proprio al suo interno, a cominciare da quella vicinissima di Ramandolo che è stata la prima nella nostra regione ad essere premiata dalla denominazione di origine controllata e garantita. E anche Savorgnano avrebbe le caratteristiche per istituire un “cru” tutto suo appunto all’interno della più vasta zona Doc e puntare, quindi, a un ulteriore rilancio e valorizzazione dei suoi vini, a cominciare dal celebre Passito. L’esempio potrebbe essere fornito anche dalle felici esperienze compiute con il Refosco di Faedis e lo Schioppettino di Prepotto, vino cui è stata appena dedicata ad Albana una bellissima manifestazione.

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In copertina e qui sopra viti di Refosco nell’attuale fase vegetativa e con i grappoli già maturi.

Friuli Colli orientali e Ramandolo: Paolo Valle il nuovo presidente

di Giuseppe Longo

Cambio della guardia al Consorzio per la tutela dei vini Doc e Docg Friuli Colli Orientali e Ramandolo. Paolo Valle è infatti il nuovo presidente che subentra a Michele Pavan. “Lavorerò per migliorare la qualità dei nostri vini, la sostenibilità e la redditività delle aziende” con ” la voglia di aprirsi e collaborare con gli altri Consorzi di tutela della regione, per ottenere, insieme, sempre nuovi risultati che devono portare, certamente, ad aumentare la qualità dei nostri vini”: questo il suo “manifesto” a favore della prestigiosa zona che va dall’area più settentrionale con Nimis e Tarcento fino a Cividale, Corno di Rosazzo (dove ha sede l’organismo associativo) e Buttrio, dove come appena visto si scaldano i motori per la 87ma edizione della Fiera regionale dei vini.
Una nomina, quella di Valle, che avviene proprio nel bel mezzo di importanti manifestazioni enologiche hanno quali protagonisti d’eccellenza proprio i vini dei Colli orientali, a cominciare dalla grande festa con lo Schioppettino di Prepotto al via domani in riva al Judrio e alla imminente mostra-degustazione di Villa de Claricini, a Bottenicco, che si incrocerà la prossima settimana proprio con la Fiera di Buttrio. Appena sceso invece il sipario sulla cividalese Borderwine e su Cantine Aperte 2019 che pure in questa zona Doc-Docg ha registrato domenica scorsa un pienone, grazie a una “finestra” di bel tempo. Che ora pare sia finalmente ritornato, con la speranza che duri a lungo consentendo ai vigneti di recuperare il consistente ritardo vegetativo accumulato in queste settimane a causa di tanta pioggia e basse temperature.

Vigneti nel Cividalese…

Paolo Valle, dell’azienda Valle di Buttrio, è dunque il nuovo leader del Consorzio per la tutela dei vini Doc e Docg Friuli Colli Orientali e Ramandolo. A coadiuvarlo, nelle sua attività di gestione della importante compagine associativa la cui origine risale a quasi mezzo secolo fa, per i prossimi tre anni, saranno i vicepresidenti Demis Ermacora, di Ipplis, e Maurizio Zaccomer, di Nimis. Valle, che appunto succede a Michele Pavan, ha 54 anni e gestisce l’azienda vitivinicola di famiglia che ha appunto sede alle porte di Buttrio, con una storia importante alle spalle iniziata nel 1954 dal conosciutissimo papà Gigi, con 42 ettari dedicati alla coltivazione della vite.

«Lo spirito con cui mi appresto ad affrontare questo nuovo ruolo – spiega Valle – è quello della continuità, innanzitutto, con l’impegno svolto dal presidente e dal consiglio precedenti, con un occhio attento a mantenere ben saldo l’equilibrio di bilancio del Consorzio. Di sicuro, fin da subito, c’è la voglia di aprirsi e collaborare con gli altri Consorzi di tutela della regione, per ottenere, insieme, sempre nuovi risultati che devono portare, certamente, ad aumentare la qualità dei nostri vini, la sostenibilità, ma anche la redditività per le aziende che li producono, in particolare quelle collinari, più “difficili”».
Il nuovo consiglio di amministrazione, per buona parte rinnovato, ha dato ampio spazio ai giovani vignaioli del territorio con l’elezione di Filippo Butussi, Federico De Luca, Alessio Dorigo, Filippo Felluga, Matteo Lovo, Claudio Novello, Michele Pace Perusini, Michele Pavan, Federico Stroppolatini e Alessio Zorzettig.

Ricordiamo che la superficie rivendicata a Doc Friuli Colli Orientali e Ramandolo è pari a 1.774 ettari. Il vitigno più coltivato è il Tocai friulano (16,7 per cento), con una forte crescita della Ribolla gialla (+4 sull’anno precedente). La produzione di vino Doc supera i 77.700 ettolitri: 65 per cento da uve a bacca bianca, 35 a bacca rossa. Vini di grande prestigio, perché proprio in quest’area si trovano tutte le Docg – il marchio più ambito – del Vigneto Fvg, a cominciare da  quella del Ramandolo, la prima in regione ad avere ottenuto il riconoscimento, cui si sono aggiunte quelle del Picolit e di Rosazzo assieme alle famosissime sottozone – o “cru” per dirla con i francesi – di Cialla e del citato Schioppettino di Prepotto. Vini che sono una “bandiera” da difendere e da valorizzare. Tanti auguri, presidente Valle!

… e nella zona di Ramandolo.

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In copertina, Paolo Valle, 54 anni, nuovo leader dei Colli orientali.