LA RICETTA – Moderna e raffinata zuppa di Montasio

di Roberto Zottar

Con l’arrivo dell’autunno e dei primi freddi si riscoprono cibi corroboranti che durante l’estate si erano forse lasciati da parte, come zuppe, minestre e quando il freddo è più intenso anche le jote. Giuseppina Perusini Antonini nel 1949 scriva che “il friulano desidera la scodella di minestra calda, l’apprezza, la vuole ben preparata, come e quanto i meridionali ci tengono ai maccheroni”.
Nel passato, in tempi di difficoltà, la minestra era molte volte l’unico piatto: vi leggo a proposito un toccante scritto del friulano Padre Davide Maria Turoldo dal titolo “la mia minestra”. “… era una minestra sempre uguale, e però la fame era sempre nuova, così ti pareva nuova anche la minestra. E poi nuova era, ogni giorno, la cura con  cui tua madre la preparava, Ora ci metteva qualche pizzico di aglio in più, e anche del pepe ci metteva; poi qualche radice che sapeva lei, ora qualche patata con carote e altri legumi, ma sempre orzo. Appena accorgimenti semplici per darle un sapore che non ti disgustasse mai. Nei giorni di maggior fatica ci metteva dentro di tutto, specialmente qualche costina di maiale e anche qualche salsiccia che si fondesse con l’orzo: un sapore da allungarti il collo. E di domenica faceva addirittura un minestrone con i fagioli migliori, quel color castagna, che parevano di cioccolata: fagioli conservati apposta per la domenica. Dio, che minestra!”.
Piero Adami ricorda che la minestra carnica è un piatto prevalentemente brodoso, sempre ben caldo per combattere  al meglio la rigidità del clima, inizialmente molto povero, ma che si è arricchito man mano di ingredienti piuttosto semplici come la “batude”, ossia latticello, ricotta o latte, divenendo spesso una preparazione ricca di fantasia e di rustica raffinatezza, equilibrata nei sapori, con caratteristiche gastronomiche ben definite.
Oggi vi propongo una rivisitazione moderna, delicata e raffinata di minestra, una zuppa di formaggio latteria di Alessandro Gavagna, chef stellato del ristorante “La Subida” di Cormòns. Il formaggio latteria Montasio è documentato nella regione già dal 1200 quando veniva prodotto ad opera dei benedettini dell’Abbazia di Moggio.

Preparazione:
In una pentola fate stufare per qualche minuto 100 g di burro con una cipolla media tritata. Aggiungete 50 g di farina e lasciate tostare un po’ mescolando. Versate a questo punto un litro di buon brodo vegetale e portate ad ebollizione e lasciate sobbollire per una decina di minuti. Aggiungete 3 etti di formaggio latteria giovane grattugiato e cucinate ancora un paio di minuti. Togliete dal fuoco, aggiungete tre rametti di maggiorana tritata e due tuorli d’uovo. Con l’aiuto di un frullatore ad immersione rendete omogenea la zuppa. Passate al colino cinese e regolate di sale e pepe. Se volete eccedere anche una grattata di tartufo!

Vino:
Ottimo un Friulano (ex Tocai) del Collio. Ma altrettanto consigliabili un Riesling renano o un Müller Thurgau.

Buon appetito!

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In copertina e qui sopra la zuppa di Montasio rielaborata dallo chef Alessandro Gavagna.

Il Picolit sulle tavole di Natale con “formadi frant” e gubana

di Claudio Soranzo

CIVIDALE – Avete scelto i vini per le ormai imminenti festività, da gustare a casa o da regalare per fare un’ottima figura? Non ancora? Allora mi permetto di darvi un suggerimento, se non siete amanti dei classici e andate sempre in cerca di qualche bella e interessante novità.  Vi propongo un vino raro, di gran classe, quello che è noto come “re dei vini” o, al contrario, anche “vino dei re”. L’avrete già capito che sto scrivendo del Picolit, un vino autoctono del Friuli che si sposa perfettamente con il “fois gras”, per esempio, e con i dolci della pasticceria secca e, spero l’abbiate già scoperto, con la mitica gubana, il dolce con ripieno di frutta secca, tipico delle Valli del Natisone e di Cividale, il territorio dove nasce il Picolit Monviert.
E’ proprio questo vino che volevo segnalarvi perché l’ho anche degustato e quindi so di che cosa vi parlerò. Nobile e raro, il Picolit è il vino autoctono più prezioso della selezione Monviert, ancorché contraddistinto da produzioni limitatissime, legate a una caratteristica della varietà che dà soltanto pochi ma preziosi grappoli. Vitigno certamente antichissimo, secondo alcuni coltivato già ai tempi dei Romani, deliziò i palati di Papi e imperatori, oltre a essere ricercato su mercati d’alto prestigio in tutta Europa. Dal raccolto 2006, il Picolit si fregia della Docg, denominazione di origine controllata e garantita – ottenuta poco dopo quella del Ramandolo -, a valere per il solo territorio dei Colli Orientali del Friuli, in cui circa 60 ettari sono attualmente interessati alla coltivazione specializzata di tale storico autoctono, un tempo a rischio di estinzione, ma fortunatamente recuperato agli antichi splendori. Proprio in questo territorio, a Spessa di Cividale, trovate l’azienda Monviert, nuovo nome dei Ronchi San Giuseppe, che ha introdotto innovative metodologie di lavorazione dando vita a una originale linea di vini, chiamata appunto Monviert come la stessa azienda. Una linea di selezione, perché accoglie solo le massime espressioni delle singole vigne, a loro volta accuratamente selezionate.

Il Picolit ottimo con la gubana.

All’interno di questa rara collezione di gemme, punta di diamante è proprio il Picolit, i cui grappoli sviluppano pochi acini piccoli e dolci, da cui ne consegue una produzione molto limitata. Di colore giallo oro acceso, talvolta quasi ambrato, dopo alcuni anni di invecchiamento il vino acquisisce un profumo intenso, floreale, fruttato, incredibilmente complesso, che ricorda il favo d’api. Al palato si presenta dolce-non-dolce, vellutato, armonico, corposo e potente. Grande vino da meditazione, è sorprendentemente buono anche su formaggi stagionati, piccanti e sul “formadi frant”, altro tipico prodotto friulano, più precisamente della Carnia. La gradazione alcolica è di 14°, l’acidità totale di 6 grammi/litro; la temperatura di servizio è di 13° e il periodo di conservazione va dai 10 ai 15 anni. Un grande vino insomma che qui però è in buona compagnia, assieme Schioppettino – gioiello della vicinissima Prepotto -, Refosco dal Peduncolo rosso, Friulano e Ribolla gialla, tutti storici vini del Friuli, più un grande vino internazionale: il Sauvignon.

Vigneti dei Colli orientali a Cividale.

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In copertina, ecco i tipici grappoli del Picolit, piccoli ma preziosi.

LA RICETTA – I “girini” moderna rivisitazione della “pasta butàda”

di Roberto Zottar

I brodi nel tempo si sono accompagnati ad una serie di “guarnizioni”, come sono definite nei ricettari storici le paste aggiunte al brodo. Mi riferisco ad esempio alla “pasta butàda”, ai gnocchetti o alle varie frittatine per brodo, fatte con farina o semolino,  uovo e prezzemolo, fritte nel burro e poi tagliate a quadretti o a tagliatelle.
“Butàda” significa “versata”, cioè un impasto di uova, farina e sale colato in brodo: un piatto svelto per chi ha poco tempo. E pensare che in passato il tempo dedicato alla cucina era quello che scandiva lo scorrere della giornata, e non un momento strappato alla frenesia quotidiana.
La “pasta butàda” in Friuli è un piatto di tradizione con cui un tempo i contadini accoglievano gli ospiti: le paste nell’alimentazione tradizionale infatti avevano una accezione di cibo festivo. Si consumava la sera o prima delle grandi feste, matrimoni o battesimi, per preparare lo stomaco. Si accompagnava a brodo di carne ristretto, solitamente gallina, e data la sostanziosità del piatto, veniva  servita anche alle puerpere dopo il parto.
Maria Stelvio negli anni Trenta ha codificato una ricetta di “pasta butàda” in versione asciutta, pasta che lei chiamava “passerotti”, probabilmente come traduzione del tedesco “Spätzle”.
Da alcuni anni uno chef stellato di Cormòns ha riscoperto il piatto, ribattezzandolo invece “girini” per la loro forma, e servendolo in bocce di vetro che vengono scoperchiate a tavola per sprigionare tutto il profumo delle erbe e degli aromi. A seconda delle stagioni i “girini” sono conditi con carne bianca e verdurine, germogli e fiori spontanei, o salsiccia e rosa di Gorizia, o erbe e porcini.

Procedimento:
Per realizzarli amalgamate in una terrina con una frusta 4 uova con 150 g di farina e sale. Fate riposare l’impasto e versatelo in uno scolapasta posto sopra una pentola di acqua bollente: le gocce di pasta cadendo formeranno i girini. Appena vengono a galla scolateli in acqua fredda. Al momento del servizio, in una padella sciogliete del burro, aggiungete verdure di stagione, ad esempio,  80 g di funghi porcini e 120 g di zucchine tagliati a nastri molto fini, 8  fiori di zucca aperti in quattro e insaporite con  sale e pepe. È molto importante che le verdure siano appena scottate, croccanti e non cotte.  A questo punto fate saltare nelle verdure i girini e impiattate con sottili scaglie di formaggio, un filo d’olio e per decorare alcune foglie di origano o basilico, o i fiori di aglio ursino o chicchi di melagrana.

Vino:
Un giovane Friulano (ex Tocai) o un profumato Sauvignon delle nostre Doc.
Buon appetito!

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In copertina e all’interno ecco i “girini”, una moderna rivisitazione della “pasta butàda”.

LA RICETTA – Le sarde in “savòr”

di Roberto Zottar

La storia della cucina è costellata da ricette che nascono da semplici necessità di conservazione del cibo, come l’essiccazione, la salatura, l’affumicatura o la marinatura.  Da quest’ultima si sviluppa, in area istro-veneta, la ricetta del “savòr”o “saòr”, che in dialetto significa sapore. Oggi sono popolari le  “sarde in savòr”,  ma questa tecnica è  utilizzabile con diversi tipi di pesce e non a caso infatti Maria Stelvio  nel suo ricettario di cucina triestina parla genericamente di ricetta per “pesce marinato”. Il pesce viene prima infarinato, poi fritto e infine disposto a strati a marinare con cipolle stufate, aceto e, volendo,  pinoli e sultanina. Si mettono in savòr anche  sogliolette e  piccoli pesci di laguna e sono ottimi i gamberoni e le moeche.
Il “savòr” sta all’Italia del Nord Est come lo “scapece” sta al Mezzogiorno o il “carpione” ai laghi lombardi e trentini, e rappresenta una ricetta storica. Beppe Maffioli  definì il savòr come “cibo di marinai e scorta di terraferma”. La sua origine è strettamente collegata alla conservazione del pesce durante i lunghi viaggi per mare, oltre al fatto che i marinai usavano consumare molte cipolle per scongiurare lo scorbuto dovuto a  carenza di vitamine.
I primi riscontri documentali di un “salsa in agrodolce per il pesce” si trovano nel “Libro per cuoco” di un anonimo del XIV secolo e perfino Carlo Goldoni ne tesse le lodi nell’opera  “Le donne de casa soa”.
“Grillo, sentì, fio mio, tolè la sporteletta;/ Voggio che andè da bravo a farme una spesetta. / In pescaria ghe xe del pesce in quantità; / M’ha dito siora Catte, che i lo dà a bon marcà./ Un poche de sardelle vorria mandar a tor,/Per cusinarle subito, e metterle in saor.”
Come tutte le ricette con lunga tradizione anche le sarde in savòr sono oggetto di discussioni: le proporzioni tra cipolle e pesce variano di casa in casa, anche se la quantità classica sembra essere quella di 2 a 1 e quindi 2 kg di cipolle per ogni kg di sarde.
Il savòr esalta però perfettamente anche la naturale dolcezza degli ortaggi come le melanzane in savòr di cui vi abbiamo parlato qualche settimana fa.

Vino:
Un buon Friulano (ex Tocai), di collina ma anche di pianura.
Buon appetito!

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In copertina, le gustosissime “Sarde in savòr” oggi oggetto della tradizionale Ricetta del sabato.

 

 

 

 

LA RICETTA – Boreto “de gransoporo”

di Gi Elle

A Grado l’ultimo appuntamento con la “Musica a 4 Stelle” era curiosamente intitolato “Lettere a un gransoporo”. E oggi, in occasione della consueta ricetta settimanale, vi proponiamo un piatto molto particolare e nel contempo altrettanto interessante: il “Boreto de gransoporo”. La tipica ricetta gradese prevede, come è noto, l’utilizzo di vari tipi di pesce, anche a seconda di quanto offre il mercato: rombo, cefalo, seppie, sardoni, canocchie e così via. Ma esiste, appunto, anche quello con il gransoporo. Eccovi, pertanto, dosi e modalità di preparazione, come sempre per quattro persone, della ricetta descritta sul sito www.graisanidepalu.org:

“Boreto de gransoporo”

Ingredienti:
1 kg di granciporro
4 spicchi d’aglio
4/5 cucchiai di olio d’oliva
sale, pepe abbondante
1/2 lt di acqua calda
2 cucchiai da cucina di farina

Preparazione:
Mettere in una casseruola l’olio, la farina e l’aglio e imbrunire il tutto. Togliere l’aglio e collocare il granciporro precedentemente tagliato in quattro parti, salare e pepare abbondantemente. Rosolare il tutto per circa 5 minuti e aggiungere acqua calda. Far bollire per altri 10 minuti.
Servire con polenta bianca.

Vino:
Un Friulano (ex Tocai) sia delle Doc di pianura, come la vicina Friuli Aquileia, sia di collina.

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In copertina, ecco il granciporro o “gransoporo” come è chiamato nella parlata gradese.

LA RICETTA – Ecco le melanzane in savor

di Roberto Zottar

La storia della cucina è costellata da ricette che nascono da semplici necessità di conservazione del cibo, come l’essiccazione, la salatura, l’affumicatura o la marinatura.  Da quest’ultima si sviluppa, in area istro-veneta, la ricetta del savòr”o “saòr, che in dialetto significa sapore. Oggi sono popolari le  “sarde in savòr”,  ma questa tecnica è  utilizzabile con diversi tipi di pesce e non a caso infatti Maria Stelvio nel suo ricettario di cucina triestina parla genericamente di ricetta per “pesce marinato”. Il pesce viene prima infarinato, poi fritto e infine disposto a strati a marinare con cipolle stufate, aceto e, volendo, pinoli e sultanina. Si mettono in savòr anche  sogliolette e  piccoli pesci di laguna e sono ottimi i gamberoni e le “moeche”.
Il savòr sta all’Italia del Nord Est come lo “scapece” sta al Mezzogiorno o il “carpione” ai laghi lombardi e trentini, e rappresenta una ricetta storica. Beppe Maffioli  definì il savòr come “cibo di marinai e scorta di terraferma”. La sua origine è strettamente collegata alla conservazione del pesce durante i lunghi viaggi per mare, oltre al fatto che i marinai usavano consumare molte cipolle per scongiurare lo scorbuto dovuto a  carenza di vitamine.
I primi riscontri documentali di un “salsa in agrodolce per il pesce” si trovano nel “Libro per cuoco” di un anonimo del XIV secolo e perfino Carlo Goldoni ne tesse le lodi nell’opera  Le donne de casa soa”:
Grillo, sentì, fio mio, tolè la sporteletta;/ Voggio che andè da bravo a farme una spesetta. / In pescaria ghe xe del pesce in quantità; / M’ha dito siora Catte, che i lo dà a bon marcà./ Un poche de sardelle vorria mandar a tor,/Per cusinarle subito, e metterle in saor.”
Come tutte le ricette con lunga tradizione anche le sarde in savòr sono oggetto di discussioni: le proporzioni tra cipolle e pesce variano di casa in casa, anche se la quantità classica sembra essere quella di 2 a 1 e quindi 2 kg di cipolle per ogni kg di sarde.
Il savòr esalta però perfettamente anche la naturale dolcezza degli ortaggi e oggi vi propongo le melanzane in savòr.

Procedimento:
Fate appassire in olio d’oliva con 3 foglie di alloro due cipolle  affettate sottili e aggiungete poi 3 cucchiai di aceto. A freddo mescolatevi 2 pomodori crudi tagliati a cubetti. Prendete tre melanzane, tagliatele a fette  nel senso della lunghezza e mettetele prima sotto sale, poi asciugatele e friggetele in olio.  In una terrina si fanno strati di melanzane e savòr e si fa riposare prima di degustare.

Vino:
Un buon Friulano (ex Tocai) del Collio o dei Colli orientali del Friuli.
Buon appetito!

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In copertina, le melanzane in savor.

LA RICETTA – “Brut brustulat” ovvero “brodo de becchi”

di Roberto Zottar

Nella rivisitazione di piatti caratteristici della tradizione, che stanno tornando di moda, non posso dimenticare il brodo finto nelle molte varianti di “brȗt brustulât”, “brȗt brusât”, “brodo brustolà” o “Einbrennsuppe”, da Einbrenn che è il roux in tedesco, cioè il soffritto di farina tostata nel burro che è alla base di questa zuppa.
Questo brodo era detto anche “brodo de becchi”, cioè brodo dei cornuti, perché è una ricetta da farsi all’ultimo momento quando la moglie tornava a casa tardi senza aver avuto tempo di cucinare a lungo, e non voleva farlo sapere al marito. In altre regioni d’Italia, a questo proposito, c’è un altro piatto semplicissimo, povero di ingredienti anche se gustoso, la “pasta dei cornuti” che altro non è che la comunissima pasta al burro. Anche se oggi questo piatto è molto apprezzato nonostante la sua semplicità, sembra che anticamente per un uomo vedersi servire questa pietanza era una vera e propria offesa. Non è chiaro il motivo per cui le corna siano simbolo dell’infedeltà coniugale, ma qualcuno suggerisce che l’aggettivo cornuto, nel senso di tradito, derivi dal maschio della capra, dotato di corna e detto anche becco, la cui compagna sembra sia nota per la disinvoltura con cui cambia partner.

Tornando in cucina, la contessa Perusini lo annovera tra i piatti di magro di vigilia, Piero Adami scriveva invece di un “brȗt brusât” che prevede l’aggiunta alla base di farina soffritta nel burro, anche di patate lesse oltre ad acqua e sale, e, a piacimento, anche di un bicchiere di vino nero. Se il soffritto era a base di farina di granoturco lo chiamava “zûf brusât”. Molti lo aromatizzano con kümmel o fior di finocchio.
Questo piatto povero è stato rivisitato e riscoperto anche dal grande Gianni Cosetti che proponeva un raffinato “brȗt brusât” dove alla farina tostata nocciola venivano aggiunti acqua e latte, e con il suo estro culinario prevedeva poi una grattata di tartufo.
Oggi vi propongo un “brut brustulât” di uno chef stellato di Cormons, che invece di acqua o latte usa un brodo di carne leggero.

Procedimento:
Soffriggete in 250 g di burro, 150 g di farina 00 e 125 g di farina di polenta. Dovete cucinare per 20-25 minuti ottenendo quello che si chiama un roux nocciola. Con molta attenzione aggiungete due litri e mezzo di brodo bollente e cucinate ancora per una decina di minuti. Salate se necessario, aromatizzate con un trito di maggiorana e finocchietto selvatico e una macinata di pepe. Otterrete una zuppetta scura, densa, profumata, sapida, molto gustosa e corroborante che servita in tazze. Ben si adatta come entreé anche di una cena raffinata.  Volendo, si può accompagnare con frittatine o quenelle di ricotta cotte al forno.

Vino:
Un Friulano (ex Tocai) o un Merlot leggero delle nostre Doc.
Buon appetito!

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In copertina, il gustoso piatto.

 

Colli orientali, progetto a Savorgnano per valorizzare Friulano, Refosco e Passito

di Giuseppe Longo

Quella di Savorgnano del Torre, la frazione più a nord del vasto Comune di Povoletto, è una fra le più importanti aree vitivinicole dei Colli orientali del Friuli, dove si producono vini rinomati che beneficiano, su splendide colline baciate tutto il giorno dal sole, di favorevoli condizioni climatiche, ideali per la coltivazione della vite che qui avviene da tempi remoti.
Ora sulla scena dell’agricoltura locale si affaccia un interessante progetto che ha appunto quali protagonisti Savorgnano del Torre ed i suoi vignaioli. “Crediamo – dicono infatti i suoi promotori – sia venuto il momento di presentarci, ma soprattutto di parlare del territorio in cui affondano profonde le nostre radici, i nostri vini e la nostra passione”.
Savorgnano del Torre, le sue colline e le aziende vitivinicole che hanno deciso di partecipare a questo progetto, invitano pertanto a partecipare all’incontro che si terrà oggi 10 giugno, nella sede dell’azienda agricola “Perini”, in via dei Vigneti, alle ore 18.30. La serata sarà riservata soltanto agli esperti del settore vino e della ristorazione: offrirà l’occasione per degustare tre grandi vini della località, come il Friulano (cioè l’ex Tocai) , il Refosco e il Passito delle aziende Genio, Marco Sara, Perini, Pinat e Sara&Sara. Alla manifestazione interverrà anche Matteo Bellotto che presenterà il suo libro “Storie di Vino e di Friuli Venezia Giulia”.
Una bella e importante iniziativa, dunque, voluta da cinque produttori appassionati e volta alla conoscenza e alla valorizzazione di questo angolo dei Colli orientali, una delle zone più prestigiose del Vigneto Fvg, tant’è che tutte le zone Docg sono proprio al suo interno, a cominciare da quella vicinissima di Ramandolo che è stata la prima nella nostra regione ad essere premiata dalla denominazione di origine controllata e garantita. E anche Savorgnano avrebbe le caratteristiche per istituire un “cru” tutto suo appunto all’interno della più vasta zona Doc e puntare, quindi, a un ulteriore rilancio e valorizzazione dei suoi vini, a cominciare dal celebre Passito. L’esempio potrebbe essere fornito anche dalle felici esperienze compiute con il Refosco di Faedis e lo Schioppettino di Prepotto, vino cui è stata appena dedicata ad Albana una bellissima manifestazione.

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In copertina e qui sopra viti di Refosco nell’attuale fase vegetativa e con i grappoli già maturi.