Volano mais e soia, crolla il frumento. Crescono i vigneti e meleti, stalle ko

(g.l.) Com’è andata l’annata agricola 2021 in Friuli Venezia Giulia? Confagricoltura cerca di fare il punto e rileva che i valori della produzione sono ancora in calo, anche se nel contempo migliora la bilancia commerciale regionale. E le colture? Mais e soia sono le più coltivate, mentre crolla il frumento. Crescono vigneti e meleti. Si affacciano nuove, seppur marginali colture: nocciolo, olivo e noce. Zootecnia sempre in crisi, visto che continuano a chiudere le stalle, mentre suini, pesci e api hanno un andamento positivo. Ma andiamo con ordine, analizzando i primi dati dell’annata agricola appena trascorsa, elaborati dal Centro studi di Confagricoltura Fvg.

Philip Thurn Valsassina

Costi alle stelle – Il 2021 agroalimentare del Friuli Venezia Giulia porta via con sé una diminuzione del valore dei prodotti pari a un -2,7 per cento sul 2020, ma di un -13 per cento sul 2018. Migliora la bilancia commerciale con un export che cresce del 6,5 per cento per i prodotti dell’agricoltura e della pesca (a fronte di una crescita delle importazioni dello 0,29 per cento) e dell’11,85 per cento per i prodotti alimentari e le bevande a fronte di un’importazione che cresce del 4,67 per cento. Complessivamente, il valore delle esportazioni supera il miliardo di euro. «La tendenziale continua crescita dei costi di produzione, sta effettivamente mettendo in crisi le nostre aziende – sottolinea il presidente di Confagricoltura Fvg, Philip Thurn Valsassina -. In questo modo, tra l’altro, l’attività agricola rimane poco appetibile per i giovani facendo venire meno, nel comparto, l’apporto di nuove idee e il necessario ricambio generazionale. Oltre all’intervento strutturale sui costi dell’energia, è di assoluta necessità l’accorciamento delle filiere per far rimanere più valore aggiunto nelle tasche degli imprenditori agricoli. Inoltre, auspico che l’assessorato regionale alle Risorse agroalimentari mantenga alta la tensione e l’attenzione sulle proposte e le determinazioni della nuova “Pac 2027” affinché contenga benefici concreti e duratori per le imprese agricole».

Seminativi – Tra i seminativi, ritorna a crescere il mais che è la prima coltivazione del Friuli Venezia Giulia, con 44.633 ettari e oltre 4milioni e 400 mila quintali di prodotto. Dal punto di vista della superficie, è tallonato dalla soia, con i suoi 38.752 ettari investi e 814 mila quintali. Ambedue le coltivazioni sono in crescita sul 2020. Non si può non segnalare il crollo del frumento che scende dagli 8.780 ettari investiti ai soli 300. Praticamente stazionario l’orzo, nonostante il forte interesse delle industrie della birra verso questo cereale (in tema, vengono censiti anche 4 ettari dedicati alla coltivazione del luppolo). L’ortaggio più coltivato è la patata, con i suoi 229 ettari (in calo sul 2020), seguito dall’asparago con 185 ettari (stazionario).

Colture arboree – Il melo è il fruttifero più coltivato, con i suoi 1.318 ettari investiti (in crescita) per una produzione di oltre 641 mila quintali. Stazionario l’investimento in kiwi, secondo frutto più coltivato, con i suoi 520 ettari. Allo stesso tempo, si segnala la crescita e la diffusione di “nuove” coltivazioni: il nocciolo, innanzitutto, che passa da 286 a 384 ettari; l’olivo, da 259 a 280 ettari; il noce, da 65 a 121 ettari. Confermato il trend in crescita per i vigneti che continuano a segnalare l’avvio di nuovi impianti. Infatti, la superficie investita passa dai 26.984 ettari del 2020, ai 28.687 del 2021.

Bovine sul Montasio.

Bovini in crisi – Nel comparto zootecnico, prosegue l’andamento negativo ultradecennale dell’allevamento bovino. Attualmente, nelle nostre 2.191 stalle trovano spazio 73.686 bovini. Gli allevatori dell’anno precedente erano 2.202 e si prendevano cura di 74.393 capi. Dal punto di vista dei numeri, vanno meglio la suinicoltura, l’acquacoltura e l’apicoltura. Sono una decina in più, infatti, gli allevatori di maiali del 2021 che fanno crescere 267.135 capi. Il trend segna una curva tendenzialmente positiva dal 2018. Gli allevamenti di crostacei, molluschi e pesci, attivi nella regione, sono 226; erano 144 nel 2012. Dal 2016, l’apicoltura del Friuli Venezia Giulia pare aver trovato un nuovo slancio. Il numero di apicoltori è passato dai 1.192 di cinque anni fa (professionisti o meno) agli attuali 1.878; le arnie sono quasi raddoppiate, passando dalle 2.456 di allora alle attuali 4.325.

Soia seconda coltura.

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In copertina, in Fvg il settore vitivinicolo continua a crescere.

La Peste suina africana ora allarma gli allevatori di Confagricoltura Fvg

«Il focolaio di Peste suina africana (Psa) scoperto nei giorni scorsi in provincia di Alessandria (Piemonte), ci preoccupa molto», dice David Pontello, responsabile del comparto suinicolo di Confagricoltura Fvg. «È la prima volta che l’infezione si manifesta sul territorio italiano (Sardegna esclusa) e ciò comporta, a esempio, che alcuni Paesi hanno già bloccato le loro importazioni di carne e trasformati suini nazionali (Cina, Giappone, Taiwan, Serbia), considerando la nostra Penisola non più “indenne da Psa”, con gli immaginabili contraccolpi economici per l’intera filiera suinicola, insaccati e salumi compresi. Difatti, già questo provoca una perdita di circa 20 milioni di euro al mese, per il comparto nazionale. Se verrà confermato, come già indicato dall’Istituto Zooprofilattico dell’Umbria e delle Marche, Centro di referenza nazionale per le malattie da pestivirus, che l’origine dell’infezione (altamente contagiosa, ma non trasmissibile agli esseri umani) proviene da una o più carcasse di cinghiali infetti, si ripropone la tematica, anche per la nostra regione, del controllo non solo dello stato sanitario dell’intera popolazione suinicola e della fauna selvatica, ma della numerosità della popolazione dei cinghiali. Certamente, in passato la nostra Regione ha già pianificato degli interventi di controllo degli allevamenti (sostegno alle misure di biosicurezza) e limitazione della proliferazione dei selvatici, ma a questo punto c’è da chiedersi se le misure adottate siano state sufficienti o, nell’ottica di quanto sta accadendo, vadano implementate. Il Friuli Venezia Giulia, a questo punto, si trova al centro di tre diversi focolai epidemici: quelli provenienti da Est (Polonia, Slovacchia, Romania, Serbia, Ungheria), da Nord (Belgio e Germania) e, ora, quelli ora provenienti da Ovest (Piemonte e Liguria). Se è vero, come dicono alcuni specialisti, che il virus si sposta alla velocità di 3-5 km all’anno, il tempo per agire con efficacia deve subire necessariamente un’accelerazione per tutelare un comparto che vale l’8,5 per cento della Plv agricola regionale. In questa fase, poi – conclude Pontello – è anche fondamentale il rigore delle informazioni ai consumatori, evitando altresì qualsiasi speculazione commerciale».

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In copertina e qui sopra suini allevati e un branco di cinghiali.

 

Agriturismo, il Covid ferma la crescita. Confagricoltura Fvg: valore giù del 50%

Agriturismo in gravi difficoltà nel Friuli Venezia Giulia. La crisi sanitaria dovuta alla pandemia da Covid-19 ha infatti prodotto alcuni effetti negativi, nel 2020, sulle aziende agrituristiche della nostra regione. Mentre in Italia il trend di crescita rimane positivo, qui si è assistito quanto meno a uno stop con 674 aziende attive, 2 in meno rispetto al 2019, come conferma il recente report dell’Istat. Ciò è dovuto alle 33 cessazioni che hanno superato di due unità le 31 nuove aperture.

Philip Thurn Valsassina


«Una conseguenza probabile – spiega Philip Thurn Valsassina, presidente di Confagricoltura Fvg – al crollo del valore economico realizzato da queste attività agricole che in Italia è di poco superiore a 802 milioni di euro (-48,9 per cento rispetto al 2019 e -27 per cento rispetto al 2007). La crisi sanitaria ha quindi fortemente ridimensionato il valore economico del comparto il cui valore aggiunto incide per il 2,3 per cento su quello dell’intero settore agricolo (comprese silvicoltura e pesca). Va, tuttavia, sottolineato che in conseguenza del confinamento e delle limitazioni per il contenimento della pandemia, molti agriturismi sono rimasti chiusi e quelli autorizzati alla ristorazione hanno potuto solo offrire servizio di asporto», è la conclusione del presidente dell’Organizzazione agricola regionale.
Difatti, rispetto al 2019, si registra una forte diminuzione del valore economico per tutte le ripartizioni geografiche e, in particolare, del 50,5 per cento nel Nordest che risulta essere l’area più penalizzata anche per la forte riduzione del flusso di agrituristi provenienti dal centro Europa. Il valore medio della produzione per azienda (valore economico del settore diviso numero agriturismi) è di poco superiore a 32mila euro (63mila euro nel 2019) e sale a poco più di 41mila nel Nordest. Rispetto al 2019 la contrazione più forte, in valore assoluto, è ancora una volta sopportata dalle strutture del Nordest (-45 mila euro).
Dei complessivi 674 agriturismi regionali, 471 sono gestiti da maschi e 203 da femmine. La concentrazione maggiore si rileva in provincia di Udine, con 426 imprese attive. Seguono Gorizia (121), Pordenone (77) e Trieste (50).
In questi giorni di inizio 2022, causa il diffondersi dei contagi della variante Omicron, si registra un crollo delle presenze di Capodanno e delle prenotazioni per l’Epifania: da un -40 fino a un -90 per cento, in alcune province.

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In copertina e qui sopra due immagini di aziende agrituristiche friulane.

 

Costi di produzione ormai alle stelle: l’allarme di Confagricoltura Fvg

«I gravi ritardi sugli approvvigionamenti e i prezzi dei prodotti energetici, che hanno ripreso a salire, stanno mandando fuori controllo i costi di produzione delle imprese agricole. Dai mangimi ai fertilizzanti, abbiamo già registrato percentuali di aumento senza precedenti nell’ordine del 100 per cento, mentre il prezzo del gasolio, in un anno, ha avuto una crescita del 76 per cento». È l’allarme lanciato dal presidente di Confagricoltura Fvg, Philip Thurn Valsassina. «La situazione in atto potrebbe avere impatto anche sulla dimensione dei prossimi raccolti. In Friuli Venezia Giulia, in Italia e in ambito europeo, gli agricoltori stanno valutando la revisione delle consolidate rotazioni colturali. Per alcune produzioni, alla fiammata dei costi di produzione si aggiunge una difficile situazione di mercato che spinge verso il basso i prezzi all’origine. È il caso, a esempio, del settore suinicolo, che sconta anche la contrazione delle esportazioni europee verso il mercato cinese – evidenzia Thurn Valsassina -. In pesanti difficoltà anche il comparto ortofrutticolo e lattiero-caseario».
Secondo il presidente di Confagricoltura Fvg, «un’inversione di tendenza non è all’orizzonte almeno fino alla prossima primavera. La situazione è complicata per tutte le componenti della filiera agroalimentare ed è resa critica dal non funzionamento della catena degli approvvigionamenti. Per questo – dice -, lanciamo ai rappresentanti delle industrie di trasformazione e della distribuzione l’invito a sederci attorno a un tavolo per discutere su come gestire questo difficile passaggio e valutare le misure di interesse comune da chiedere al Governo. Il potere di acquisto dei consumatori va salvaguardato – conclude Thurn Valsassina -, ma non può essere bloccato troppo a lungo il processo di trasferimento a valle dei costi di produzione».
Confagricoltura segnala, infine, che la situazione e le prospettive dei mercati agricoli sono all’ordine del giorno del Consiglio Agricoltura dell’Ue, in programma lunedì 15 novembre.

Philip Thurn Valsassina

Pioppicoltura, il Fvg è primo in Italia. Legno ottimo, ma manca un’industria

Dei 7.500 ettari di pioppeti italiani certificati secondo gli standard della Gestione Forestale delle Piantagioni (Gsp), 4.200 sono piantati e coltivati in Friuli Venezia Giulia (il 56 per cento). Un primato assoluto, erede del 2006 l’anno in cui, all’avanguardia in Italia, la regione ottenne la prima certificazione nella coltivazione del pioppo. Numeri e considerazioni approfondite in occasione delle celebrazioni del Pefc Italia (lo schema di certificazione forestale più diffuso al mondo) per il suo 20° compleanno che ha voluto festeggiare all’aperto con una serie di visite tecniche e conoscitive che, per il Fvg, hanno interessato proprio i pioppeti certificati. Alle visite ha preso parte pure Maria Cristina D’Orlando, vicepresidente di Pefc Italia, la quale ha sottolineato come la Regione Friuli Venezia Giulia sia stata tra i soci fondatori dell’Associazione Pefc Italia che, nel 2001, ha permesso l’introduzione nella Penisola del sistema internazionale di certificazione Pefc della Gsp.

Marco Cucchini


«La nostra Regione ha sempre creduto, come noi, nella certificazione di sostenibilità – ha detto Marco Cucchini, presidente della Federazione regionale dei pioppicoltori del Friuli Venezia Giulia (aderente a Confagricoltura Fvg), in rappresentanza dei circa 300 soci -. E la sostenibilità è diventata il punto cardine da applicare nell’impianto e coltivazione dei pioppeti anche utilizzando le sovvenzioni del Psr. Grazie anche alla rintracciabilità di filiera, la pioppicoltura regionale certificata è passata, in 15 anni, dai poco più dei 1.000 ettari investiti, agli attuali 4.200 ettari: l’intera produzione del Friuli Venezia Giulia».
«La gran parte dei pioppeti regionali sono certificati e verificati secondo lo schema di Pefc Italia – ha aggiunto D’Orlando -. Uno schema in continuo aggiornamento che tende un occhio alle esigenze dei portatori d’interesse e un altro alle nuove direttive europee contenute nel Green Deal. Dopo molti anni di sperimentazione, a esempio, si stanno testando e introducendo pian piano, i nuovi cloni (una ventina) resistenti al vento (grazie a un maggior sviluppo dell’apparato radicale e una superiore flessibilità del fusto), alle fitopatie (MSA) e, dunque, coltivabili senza l’ausilio del già limitato numero di prodotti chimici utilizzati attualmente».
«Nata come attività produttiva al servizio delle cartiere – conclude Cucchini – oggi la pioppicoltura viene rivalutata grazie all’enorme quantità di anidride carbonica assorbita (fino a 25 tonnellate per ettaro in un anno) e serve soprattutto l’industria della prima lavorazione del settore legno-arredo (compensato). Il pioppo friulano è molto richiesto (qualcuno dice che è il migliore al mondo) poiché il suo legno ha un bel colore bianco ed è leggerissimo. Purtroppo, però, segnaliamo che la filiera della trasformazione è sbilanciata a nostro sfavore, in quanto non ci sono industrie di prima trasformazione operative sul territorio regionale».

Tutti i numeri della pioppicoltura

La produzione di legno di pioppo ha particolare rilevanza nel sistema legno e nel comparto legno-arredo nazionale, il quale conta 2.500 imprese, con 400 mila addetti e un giro d’affari di 32 miliardi di euro. In Italia, praticano la pioppicoltura oltre 10 mila imprese agricole su più di 46.000 ettari. La certificazione della Gsp coinvolge circa il 15 per cento della pioppicoltura specializzata. Secondo le esigenze del comparto industriale, a fronte di una domanda annua di legno di pioppo di oltre due milioni di metri cubi, la disponibilità interna non raggiunge un milione di metri cubi. Questo deficit, che determina consistenti importazioni di legno tondo e semilavorato dagli altri Paesi europei, potrebbe essere colmato con un incremento delle superfici pioppicole fino a circa 115.000 ettari. L’importanza della pioppicoltura quale fonte primaria di approvvigionamento di legname Made in Italy per l’industria, a fronte di una superficie minima rispetto a quella occupata dalle foreste di origine naturale, è stata evidenziata nell’Intesa per lo sviluppo della filiera del Pioppo firmata il 29 gennaio 2014 a Venezia da: Regione Friuli Venezia Giulia, Area risorse agricole e forestali; Regione Lombardia; Regione Piemonte; Regione Veneto; Regione Emilia-Romagna; Confagricoltura; Coldiretti; Confederazione Italiana Agricoltori; Assocarta; Associazione Pioppicoltori Italiani; FederLegnoArredo; CREA-Centro di ricerca Foreste e Legno.

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In copertina e qui sopra un pioppeto allevato in Friuli Venezia Giulia.

Confagricoltura Fvg, dalla riforma Pac alle misure per il settore vitivinicolo

«Tra aiuti diretti e misure per lo sviluppo rurale, il 60 per cento dei fondi europei per l’agricoltura sarà finalizzato, con la nuova Pac, al miglioramento della sostenibilità ambientale, ma il bilancio è stato ridotto in termini reali rispetto a quanto assegnato al settore nel periodo 2014-2020». Lo rileva il presidente di Confagricoltura Fvg, Philip Thurn Valsassina, con riferimento ai lavori in corso del Consiglio Agricoltura della Ue. I ministri hanno dato il via libera all’accordo provvisorio sulla riforma della Pac raggiunto la scorsa settimana. Per l’agricoltura italiana la riduzione totale dei trasferimenti ammonta, fino al 2027, a 6,2 miliardi di euro, il 15 per cento in meno sul periodo 2014-2020.
«La nuova sfida ambientale impone agli agricoltori di investire in capitale umano e tecnologie – evidenzia Thurn Valsassina -. Un’esigenza che non si concilia con la contrazione delle risorse finanziarie dell’Unione; tanto più in contesto economico sempre più competitivo e mercati caratterizzati da elevata competitività, anche per la presenza di operatori della finanza. La lotta al cambiamento climatico, la tutela delle risorse naturali e la sovranità alimentare sono obiettivi strategici per l’Unione e per gli Stati membri – prosegue il presidente di Confagricoltura Fvg -. L’esito del negoziato sulla riforma della Pac non ha risposto in pieno, sul piano delle risorse finanziarie e degli strumenti, alle attese della società e degli agricoltori. Inoltre, come ha rilevato il ministro Patuanelli, non sono stati fatti sostanziali passi in avanti verso la semplificazione e la semplicità delle regole».
L’accordo sulla nuova Pac prevede la messa a punto di piani strategici che i singoli Stati membri dovranno sottoporre alla Commissione europea entro la fine dell’anno. La novità assoluta è che il piano dovrà includere anche i programmi per lo sviluppo rurale finora rientranti nell’esclusiva competenza delle Regioni.
«Abbiamo l’occasione – conclude il presidente di Confagricoltura Fvg – per dare un filo conduttore coerente e condiviso tra Amministrazione centrale e Regioni alle scelte complesse da fare per l’agricoltura italiana».

Philip Thurn Valsassina

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«Il Comitato congiunto del Settore vino, che vede la partecipazione delle amministrazioni e delle organizzazioni dei produttori di Francia, Spagna e, dall’ultima riunione, anche dell’Italia, ha previsto una serie di istanze che Confagricoltura sostiene con convinzione e che aveva avanzato da tempo. Apprezziamo molto, quindi, questo orientamento e confidiamo in un accoglimento di tali richieste a livello comunitario», è il commento di Michele Pace Perusini, presidente della Sezione economica viticola di Confagricoltura Fvg la decisione del Comitato in occasione della recente riunione alla quale ha partecipato anche Confagricoltura, per una transizione agevole dai programmi di supporto attuali a quelli futuri, così come l’introduzione, fra gli obiettivi della promozione, del consolidamento dei mercati e in particolare la richiesta di proroga per l’utilizzo delle autorizzazioni agli impianti vitati in scadenza nel 2021. Su questo ultimo punto le amministrazioni di Italia, Francia e Spagna hanno annunciato una lettera congiunta alla Commissione Europea per evidenziare l’importanza di estendere di un altro anno la validità delle autorizzazioni all’impianto in scadenza nel 2021 che i viticoltori non riescono a utilizzare per la difficile congiuntura economica legata al Covid.
«Abbiamo supportato in tutte le sedi nazionali e comunitarie questa richiesta – prosegue Pace Perusini – e annotiamo con grande favore l’iniziativa e lo spiraglio che sembra sia stato aperto dalla Commissione, come annunciato nell’ultima riunione del Comitato congiunto di settore. La Commissione, infatti, ha lasciato intendere che accoglierebbe la nostra richiesta modificando il testo comunitario per concedere la proroga di almeno un anno. Se confermato, sarebbe un grande successo per l’Italia ottenuto grazie al lavoro congiunto e alla tenacia dell’amministrazione che ha preso in considerazione le nostre richieste», conclude Pace Perusini. Da notare che l’adesione ufficiale dell’Italia al Comitato congiunto del Settore vino, con Francia e Spagna, ha consolidato i rapporti fra i tre Paesi europei che, insieme, rappresentano l’85% della produzione comunitaria.

Michele Pace Perusini

Confagricoltura Fvg: l’accordo sulla Pac è auspicabile, ma non a tutti i costi

L’assemblea annuale di Confagricoltura Fvg, svoltasi in modalità online, non poteva non occuparsi del grave fatto del giorno: la mancata approvazione europea della riforma della Politica agricola comune (Pac). «Nonostante le difficoltà emerse, un accordo sulla riforma della Pac è possibile e auspicabile, ma non a tutti i costi. Perché la politica agricola dell’Ue deve continuare a sostenere un processo economico finalizzato a fornire ai consumatori cibo in quantità adeguate, sicuro e di altissima qualità», ha affermato il presidente regionale Philip Thurn Valsassina riguardo al rinvio del negoziato tra le istituzioni dell’Unione Europea per raggiungere un’intesa sulla nuova Pac che dovrebbe entrare in vigore il 1° gennaio 2023.
«È evidente che le imprese agricole sono di fronte a una nuova sfida – prosegue Thurn Valsassina – che è quella di una maggiore sostenibilità ambientale. Vale a dire, salvaguardare i livelli di produzione riducendo la pressione sulle risorse naturali. Non servono, però, nuovi e complessi adempimenti burocratici; mentre risulta fondamentale un’efficace tutela dei redditi di tutte le imprese, senza penalità in funzione della dimensione – sottolinea il presidente di Confagricoltura Fvg -. Senza dimenticare che la continuità dell’attività agricola è essenziale per la vitalità sociale ed economica delle zone rurali e delle aree interne. Ci auguriamo – conclude Thurn Valsassina – che la ripresa delle trattative tra le istituzioni dell’Unione sia caratterizzata da una maggiore attenzione nei confronti delle esigenze economiche delle imprese».

Philip Thurn Valsassina

Il Consorzio agrario Fvg in assemblea: dal bilancio al progetto nazionale Cai

(g.l.) Giornata importante, quella odierna, per il Consorzio agrario del Friuli Venezia Giulia. Alle 10 si riunisce l’assemblea dei soci che è chiamata a votare il bilancio 2020 (si tratta della più grossa azienda del settore primario regionale con 240 dipendenti, 2.400 soci e un fatturato, nel 2019, di 120 milioni), ma soprattutto – ed è questo il nodo centrale della seduta – l’avvio delle procedure di valutazione per l’adesione al progetto nazionale dei Consorzi agrari d’Italia.
La riunione è stata convocata dal presidente Gino Vendrame, che è anche leader della Coldiretti provinciale di Udine, il quale in dicembre era subentrato a Fabio Benedetti che guidava la centenaria cooperativa da poco più di cinque mesi, quando ne era tornato al vertice raccogliendo il testimone da Dario Ermacora. La revoca del mandato all’imprenditore sacilese aveva messo in luce un evidente malessere all’interno della compagine amministrativa, collegato proprio al futuro assetto del Consorzio, cioè dentro o fuori rispetto a Cai, il citato progetto nazionale. Un problema che ha registrato posizioni diametralmente opposte da parte della stessa Coldiretti e di Confagricoltura del Friuli Venezia Giulia, che esprime il vicepresidente consortile Piergiovanni Pistoni.
L’organizzazione imprenditoriale guidata da Philip Thurn Valsassina aveva espresso molti dubbi sul progetto di aggregazione dei Consorzi agrari italiani, e che ovviamente interessa anche quello targato Fvg, tanto da chiedere più elementi conoscitivi e maggiore chiarezza, ricordando che pure a livello di Nordest emergevano contrarietà al progetto. E sulla questione era scesa in campo anche la politica per chiedere se non ci fossero altre strade da poter individuare, per delineare in modo vantaggioso per la nostra regione il futuro del Consorzio agrario. «Tutta la nostra attenzione – aveva sottolineato l’assessore alle Risorse agroalimentari, Stefano Zannier, dopo l’approvazione in Aula della mozione che chiedeva massima attenzione della Regione Fvg sul futuro dell’importante cooperativa agricola – è volta a comprendere nel dettaglio tutti i risvolti e le condizioni del progetto che è stato presentato per poter esprimere, alla fine, un giudizio di merito. Le diverse forze presenti in Consiglio hanno comunque dichiarato in modo chiaro che qualsiasi scelta fatta dai soci del Consorzio debba sempre tenere nella giusta considerazione l’interesse del comparto agricolo regionale».
«La paura – aveva osservato Vendrame – provoca solo immobilismo e staticità, esattamente il contrario di quello che oggi serve alle nostre imprese chiamate a confrontarsi con la concorrenza di un mercato complesso dove agiscono anche realtà frutto di grandi aggregazioni. Per questo vogliamo pensare a un progetto di futuro per l’agricoltura italiana per garantire anche alle piccole e medie imprese agricole una centrale unica per l’acquisto di mezzi tecnici, gasolio e concimi, così da spuntare un miglior prezzo, strutturare filiere per riorganizzare le produzioni, sfruttare le strutture che già ci sono per lavorare anche il prodotti di altri, per essere in grado di proporci non solo in casa, ma anche oltre confine». E aggiungeva: «Il progetto Cai ci difenderà dal punto di vista produttivo ed economico, mettendoci in condizione di non subire più gli attacchi delle multinazionali, ma di competere con loro. Saremo noi, in futuro, a proporre i nostri prodotti, servizi e mezzi tecnici anche fuori dall’Italia, perché il Fvg non è solo un corridoio di entrata per gli altri. È e deve essere sempre più, soprattutto, un corridoio di uscita per il nostro Made in Italy».
«In via prioritaria – ricordava nel contempo Pistoni – avevamo chiesto di rinviare la votazione sul “progetto Cai Spa” e valutare se fosse il caso di aprire un confronto a livello nazionale, vista l’importanza dell’operazione proposta. Avevamo pure chiesto di anteporre a questa decisione la possibilità di valutare se esistessero, in regione e nell’area del Nordest, le condizioni per costruire aggregazioni locali con imprese simili». Secondo Confagricoltura Fvg, «il Consorzio agrario, spogliandosi delle reti commerciali, dei beni, dei servizi, del personale e del capitale immobiliare a esso intestato, conferendo tali attività a diverse società, non svolgerà più l’attività consortile in via diretta a favore dei propri associati (esercitando concretamente l’impresa sul territorio), ma in via indiretta, avvalendosi delle prerogative del socio nell’assemblea di Cai Spa, in difformità da quanto previsto dalla normativa vigente che inquadra i Consorzi agrari come società cooperative. Questa incontrovertibile situazione giuridica è gravida di conseguenze sul piano sociale ed economico – avvertiva ancora il vicepresidente Pistoni -. Il Consorzio agrario non si porrà più nel territorio come interprete diretto delle esigenze dei produttori agricoli associati, ma opererà come semplice “corpo intermedio” con l’organizzazione “sovraordinata” di Cai Spa».

Vigneto Fvg, è sempre più drammatica la situazione del vino ancora invenduto

di Giuseppe Longo

Veramente drammatica, e purtroppo lo sarà sempre più se non interverranno cambiamenti in tempi rapidi, la situazione economica anche all’interno del Vigneto Fvg, a causa dei devastanti effetti dell’emergenza sanitaria e dei provvedimenti adottati per contrastarla, con il blocco pressoché totale, da mesi, della ristorazione (Horeca). Impressionante, infatti, la quantità di vino ancora invenduto che è pari a quello ottenuto in un’intera vendemmia (circa 2 milioni di ettolitri!). Come dire, che quanto raccolto nel 2020 – l’anno dello scoppio della pandemia, con le prime gravissime ripercussioni sul settore vitivinicolo – è praticamente ancora tutto fermo nelle cantine. Perché la distribuzione è appunto bloccata, ma anche perché i consumi sono ulteriormente calati a causa proprio delle accresciute difficoltà. Alla faccia dei risparmi personali che sarebbero in costante aumento…
«I numeri delle giacenze del vino, a fine marzo, comunicati dagli organi competenti sono preoccupanti – spiega infatti Michele Pace Perusini, presidente della Sezione economica viticola di Confagricoltura Fvg -. Quello che i numeri non dicono, purtroppo, è quanto di questo vino sia già imbottigliato e fermo. Tra l’altro, a esempio, nel primo trimestre del 2021 (rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente) l’imbottigliamento del Prosecco Doc è cresciuto del 7,4%; quello del Pinot grigio delle Venezie, dell’11,2%. Ciò non significa, però, che si vende più vino, ma semplicemente che ci si prepara a vendere quel vino (o, almeno, si spera di venderlo presto). Perciò – aggiunge Pace Perusini – il focus dell’attenzione dovrebbe essere posto proprio all’aspetto economico della questione con i produttori stretti in una morsa».

Michele Pace Perusini


«Da un lato – prosegue l’imprenditore di Corno di Rosazzo, braccio destro del presidente Philip Thurn Valsassina – l’Horeca che non paga le forniture a motivo delle aperture (e chiusure) a singhiozzo dei mesi scorsi (utilizzando i fornitori per finanziarsi, sostanzialmente); dall’altra, le nuove spese che l’azienda deve accollarsi per imbottigliare e prepararsi alle prossime aperture dei mercati. Mercati che sono cambiati nei tempi della pandemia. Infatti, se fino ad alcuni mesi fa funzionava ancora il mercato italiano ed europeo, attualmente riprendono a “tirare” i mercati esteri dove il programma di vaccinazione è avanzato (Stati Uniti, a esempio) e rallenta dove ancora il piano vaccinale stenta a decollare. Serve perciò – è la conclusione di Pace Perusini – accelerare realmente sul piano vaccinale e tutelare il credito dei produttori vitivinicoli anche con una norma, come proposto da Confagricoltura, che preveda di collegare l’erogazione dei sostegni pubblici alle aziende con la verifica del pagamento delle pendenze con i fornitori».

Bollicine di Prosecco.


Ma dicevamo del vino invenduto. «Circa 200 milioni di litri di vino in più rispetto allo scorso anno (da 54 a 56 milioni di ettolitri) giacciono ancora nelle cantine del nostro Paese per effetto della chiusura di ristoranti, bar ed enoteche in Italia e all’estero che ha fatto crollare i consumi fuori casa con gravi difficoltà per il settore vitivinicolo, in particolar modo quello legato ai vini a denominazioni di origine e indicazione geografica, a maggior valore aggiunto», afferma Coldiretti nel sottolineare che le difficoltà della ristorazione si trasferiscono a valanga sull’intera filiera dove sono impegnati in Italia 250 mila produttori di uve. E contribuire a questo dato, secondo l’ultimo aggiornamento reso disponibile dal ministero delle Politiche agricole, è purtroppo anche la nostra regione, come informa la Coldiretti del Friuli Venezia Giulia con il responsabile del settore vitivinicolo Marco Malison. «Le giacenze sul territorio – spiega –  ammontavano infatti, a fine marzo, a 2.079.886 ettolitri, circa l’equivalente di una vendemmia, con un incremento di quasi 4 milioni di litri sullo stesso periodo del 2020».
«Le giacenze di vino nella nostra regione sono di poco superiori a quelle del 2020 – commenta Malison –. Tuttavia, siamo ugualmente molto preoccupati. Primo perché le eccedenze italiane deprimono anche il mercato dei vini locali. Secondo perché il dato regionale è frutto di una forte adesione a misure di riduzione volontaria della produzione messe in atto dai viticoltori la scorsa vendemmia. Peccato però che gli aiuti economici collegati a questo impegno, che dovevano arrivare entro la fine di dicembre, ad oggi devono ancora essere liquidati. E questo aumenta la crisi di liquidità delle imprese già duramente provate dal lockdown e sta facendo infuriare i produttori».
Si tratta di produzioni di alta qualità in un Paese come l’Italia che è leader mondiale davanti alla Francia con la produzione tricolore è destinata per circa il 70% a vini Docg, Doc e Igt con 332 vini a denominazione di origine controllata (Doc), 73 vini a denominazione di origine controllata e garantita (Docg), e 118 vini a indicazione geografica tipica (Igt) riconosciuti in Italia e il restante 30 % per i vini da tavola. «In gioco – conclude Coldiretti – c’è il futuro del primo settore dell’export agroalimentare Made in Italy che sviluppa un fatturato da 11 miliardi di euro e genera opportunità di lavoro per 1,3 milioni di persone impegnate direttamente in campi, cantine e nella distribuzione commerciale, ma anche in attività connesse e di servizio e nell’indotto».

Grappoli di Pinot grigio.

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In copertina, operazione di imbottigliamento in Fvg.

 

Pace Perusini (Confagricoltura Fvg): “Vino in crisi, ma siamo pronti a reagire”

“La crisi del vino continua, ma il settore è pronto a reagire”. Così la pensa Michele Pace Perusini, giovane vignaiolo di Corno di Rosazzo, appena riconfermato all’unanimità, a Roma, in qualità di membro della Federazione Nazionale Produttori Vitivinicoli di Confagricoltura. Così come sono stati riconfermati il presidente, Federico Castellucci (Marche) e il vicepresidente, Christian Marchesini (Veneto).
I componenti, durante l’incontro, hanno discusso della situazione di mercato ed esaminato le principali esigenze del settore con una valutazione delle misure emergenziali proposte in questi mesi da Bruxelles e dal Governo italiano. Alcune cantine hanno giacenze molto alte – il Mipaaf parla di 61 milioni di ettolitri al 28 febbraio 2021, il 3,6 per cento in più rispetto allo stesso periodo dello scorso anno – per le difficoltà sui mercati dovuti al blocco del canale HoReCa, dove le aziende piccole e medie distribuiscono la maggior parte dei vini premium e superpremium. Questo ha determinato uno spostamento di fatturato dalle piccole alle grandi imprese, con una diminuzione del valore del prodotto e un aumento dei crediti scaduti, a carico dei produttori.
L’export – secondo Ismea – nei primi 10 mesi del 2020 è diminuito del 3,4 per cento sullo stesso periodo del 2019, con una perdita di 5,11 miliardi di euro. Per quanto concerne i prezzi, i listini segnalano una riduzione di oltre il 7,5 per cento, con punte più alte su alcuni mercati di riferimento.
Gli interventi emergenziali messi in atto, ad avviso di Confagricoltura, andrebbero rimodulati per essere realmente efficaci: «Per la distillazione, a esempio, – spiega Pace Perusini – il premio va aumentato per risultare appetibile: infatti, a fronte dei 50 milioni di euro dedicati, ne sono stati usati soltanto 23. Analogamente, pochi imprenditori hanno aderito alla riduzione delle rese dei vigneti, deliberata troppo tardi e senza un coinvolgimento coordinato della filiera: sono stati utilizzati soltanto 39 dei 100 milioni di euro assegnati, senza contare che i contributi da parte di Agea non sono ancora pervenuti ai viticoltori i quali sono già in crisi di liquidità. E così pure lo stoccaggio ha presentato alcune criticità – evidenzia ancora l’esponente di Confagricoltura – poiché ha finito per riguardare per lo più i vini rossi, essendo poco interessante per i vini giovani. Auspichiamo, perciò, che l’attivazione della misura per il 2021, si apra ai vini imbottigliati e con un premio più consono, così da avere un effetto più incisivo sugli equilibri di mercato e non creare ulteriori emergenze in prossimità della prossima vendemmia. In dirittura d’arrivo del Decreto “Sostegni” – conclude Pace Perusini –, Confagricoltura Fvg ha chiesto al Governo il rilascio dei ristori solo alle attività che, come prerequisito, possono dimostrare di aver chiuso le vertenze con i fornitori agricoli. Infine, siamo d’accordo con la decisione di rinviare il Vinitaly al 2022, come richiesto anche dalla nostra Federazione».

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In copertina, Michele Pace Perusini confermato nella Federazione Nazionale Produttori Vitivinicoli di Confagricoltura.