No allo spreco alimentare! A Roma oggi sono al via le celebrazioni della Giornata nazionale dedicata alla prevenzione

È questione di cuore, preservare il futuro del pianeta: un obiettivo trasversale alle generazioni. Ma è anche e soprattutto questione di metodo la prevenzione degli sprechi, la rigenerazione del cibo avanzato, la pianificazione degli acquisti e la fruizione stagionale – quindi qualitativa e salutare, non meramente quantitativa – degli alimenti alla base della nostra dieta. Il nostro rapporto col cibo si gioca nel quotidiano su un piano squisitamente organizzativo, questo ci insegna il Cross generation Food Report dell’Osservatorio Waste Watcher International, che si presenterà a Roma oggi, 3 febbraio, in vista della 13ma Giornata nazionale di Prevenzione dello spreco alimentare – giovedì 5 febbraio – quest’anno focalizzata su “2030 Calling”, ovvero l’ultimo sprint utile per metterci in pari con gli Obiettivi di sostenibilità dell’Agenda 2030 delle Nazioni Unite, per misurare e di cogliere concretamente i traguardi fissati nel 2015, al momento della sua adozione. Il Rapporto è un’iniziativa della Campagna pubblica di sensibilizzazione Spreco Zero di Last Minute Market, che promuove e organizza la Giornata nazionale di Prevenzione dello spreco alimentare il cui evento ufficiale è già in programma a Roma stamane, dalle 11 nello Spazio Esperienza Europa di piazza Venezia. I dati del Rapporto sono stati raccolti da Ipsos Doxa ed elaborati, per la cura del direttore scientifico Waste Watcher Andrea Segrè, dal team dell’Università di Bologna – Dipartimento di Scienze e Tecnologie Agroalimentari, coordinato da Luca Falasconi, curatore del Rapporto Waste Watcher “Il caso Italia”.
Il divario generazionale, dimostra il Cross Generation Food Report dell’Osservatorio Waste Watcher, si riflette nella capacità di tenere viva l’attenzione ogni giorno intorno alla prevenzione dello spreco alimentare. Se i Boomers (nati fra il 1946 e il 1964) rappresentano la generazione più strutturata e storicamente focalizzata sul tema (ben 96% dichiara un’elevata attenzione alla questione dello spreco di cibo), la Generazione Z (nati fra il 1997 e il 2012) è consapevole della questione e autocritica sulle proprie responsabilità, ma è meno organizzata e meno disposta a ritagliare il tempo necessario alla pianificazione, tende ad acquistare in eccesso “per sicurezza”, dimentica il cibo in frigo, rifiuta più spesso la rigenerazione degli avanzi. Millennials (nati fra il 1981 e il 1986) e Generazione X (nati fra il 1965 e il 1980) occupano una posizione intermedia: mostrano maggiore consapevolezza dei giovani e buone competenze organizzative, ma faticano a stabilizzare le pratiche nel tempo. Solo il 36% dei Gen Z pianifica la spesa con una lista, contro il 45% dei Millennials e Generazione X. Al contrario, i Boomers eccellono nella gestione: il 60% acquista rigorosamente stagionale, il 63% consuma prioritariamente ciò che sta per scadere e il 55% controlla se è ancora buono, prima di decidere se utilizzarlo o gettarlo, contro solo il 45% della Generazione Z (52% per Millenials e 51% per Generazione X).

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Il nuovo libro di Segrè

«Il cibo, e lo spreco che è la sua negazione – spiega l’agroeconomista e accademico Andrea Segrè, fondatore dell’impegno contro lo spreco alimentare in Italia e in Europa – sono il punto di partenza centrale per interrogarsi sui limiti del nostro modello di sviluppo e immaginare un’economia diversa, di cura ed equilibrio ecologico. Un sistema dove il valore del cibo si misura non solo nel prezzo, ma nel rispetto per le persone, la natura e il tempo». È questo il filo rosso del nuovo saggio che Andrea Segrè firma per Treccani Libri, in libreria da oggi, 3 febbraio: “Contro lo spreco. Cibo, valore, futuro” (Collana Voci, 136 pagine euro 12), con la prefazione dello storico dell’alimentazione Massimo Montanari, guida del comitato scientifico che ha portato la cucina italiana a patrimonio Unesco, e la postfazione del poeta e scrittore Davide Rondoni, alla guida del Comitato per le iniziative degli 800 anni dalla morte di San Francesco (1226 – 2026). Nel saggio, infatti, la visione del Frate di Assisi legata al cibo come a un dono da condividere e non sprecare, si rifrange come una luce profetica, capace di illuminare il nostro percorso, ottocento anni dopo.

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«Ma alle soglie del 2030 – spiega il direttore scientifico Waste Watcher Andrea Segrè – un patto fra le generazioni è prioritario, per sostenere le strategie concrete di gestione del cibo. Un cambio di paradigma pragmatico, che punta a salvare gli alimenti, prevenire gli sprechi e concretamente contribuire a un nuovo modello di sviluppo». Per questo la Giornata nazionale di Prevenzione dello spreco alimentare estende il suo raggio d’azione al fine settimana successivo e promuove una “challenge” inedita, il primo Wastebusters Pride Weekend, sabato 7 e domenica 8 febbraio. Una sfida di alfabetizzazione operativa, 48 ore nelle quali ritagliarsi 15 minuti per l’operazione #FrigoTrasparente: l’azione collettiva #sprecozero che porterà in prima fila il sapore, attenzionando il cibo in scadenza imminente, nel segno della prevenzione degli sprechi «Lo spreco alimentare si affronta con le micro-competenze quotidiane – sottolinea Luca Falasconi, curatore del Cross Generation Food Report – Dobbiamo trasformare la velocità digitale dei giovani in consapevolezza organizzativa. Il frigorifero è il luogo dove il cibo diventa invisibile prima di diventare rifiuto. Renderlo trasparente significa restituirgli valore». Operativamente, #frigotrasparente sarà non una “’ispezione”, ma una liberazione di sapori. Rendere il frigorifero ‘trasparente’ significa smettere di nascondere il cibo per iniziare a cucinarlo, un gesto concreto per trasformare la dimenticanza – causa principale dello spreco soprattutto per i più giovani – in una nuova abitudine organizzativa. #Frigotrasparente diventa così una challenge articolata in 15 minuti: si parte con la Ricognizione (minuti 0-4), ovvero l’Appello del Frigo: non guardare solo cosa c’è dentro, ma guarda dove è finito. Apri il frigorifero e svuotalo parzialmente, spesso il cibo va a male perché diventa invisibile. Cerca di estrarre e attenzionare tutto ciò che è nascosto negli angoli bui del tuo frigo. Si prosegue con l’Azione e la Gerarchia del Sapore (minuti 5-9): perché non tutti i cibi sono uguali, alcuni hanno fretta e meritano la Prima Fila. Identifica i “codici rossi” con scadenza entro 48 ore, o poco più. Spostali fisicamente sul ripiano ad altezza occhi. Quello è il tuo “VIP lounge del sapore”. Terzo step, l’Arte del Raggruppamento (minuti 10-13), un modulo di organizzazione visiva. I Boomers insegnano: la stagionalità e l’ordine salvano la spesa, cerca di unire gli avanzi in contenitori trasparenti (se non li vedi, non li mangi). Dividi i cibi freschi da quelli a lunga conservazione.
E infine, quarto e ultimo passaggio: lo Scatto d’orgoglio (minuti 14-15). Ecco la tua testimonianza Wastebuster, rendi pubblico il tuo impegno perché la consapevolezza cresce, se condivisa. Scatta una foto al tuo frigo “riordinato, sarà la tua risposta al 2030 Calling. Postala con gli hashtag #sprecozero #2030Calling, #FrigoTrasparente e #WastebustersPride.

 

Allevatori Fvg, possibili strategie per ridurre l’utilizzo di antibiotici nelle stalle: la fitoterapia può essere di grande aiuto

L’Italia, dopo la Polonia, è il Paese europeo con il più alto consumo di antibiotici a uso zootecnico, con una quantità doppia per animale rispetto alla media. Negli ultimi 10 anni, però, l’utilizzo di questi farmaci si è ridotto del 57,5%, in linea con quello degli altri Paesi del continente. Ma l’Ue ha fissato obiettivi più ambiziosi all’interno dell’approccio One Health con la richiesta (ai 27 Stati membri) di una riduzione della vendita del 50% entro il 2030, sulla base dei consumi del 2018. La richiesta è giustificata dal fatto che la resistenza agli antibiotici, negli animali e negli uomini, è salita a livelli preoccupanti rendendo pure infezioni comuni sempre più difficili da trattare anche a motivo della diffusione di batteri resistenti (trasferibili all’uomo) all’interno dei prodotti di origine zootecnica (latte, carne, uova). Dunque, gli allevatori e i veterinari, nel gestire la salute degli animali, sono chiamati a un percorso di prudenza di utilizzo, di rispetto delle regole sempre più stringenti e della ricerca di strategie di cura alternative. Tutte le norme sul benessere animale vanno in questa direzione ma anche, ad esempio, l’utilizzo dei principi attivi ricavati dalle piante come hanno illustrato i veterinari di GreenVet, Alice Caneschi e Maurizio Scozzoli, durante un recente incontro organizzato a Codroipo dall’Associazione Allevatori del Friuli Venezia Giulia.
«Il nostro impegno sulla formazione degli allevatori consapevoli è costante. Tanti progressi nella riduzione dell’uso degli antibiotici sono stati fatti rispetto agli ultimi dieci anni – spiega il direttore dell’Associazione, Marco Bassi -, ma forse dobbiamo imparare a raccontarci meglio al pubblico. Incontri come quello odierno (e altri sono in programma) aiutano noi e le aziende a essere più forti quando ci si rivolge al mercato».
«Da trent’anni ci occupiamo dell’impiego delle erbe officinali, in forma di miscele di piante, estratti e oli essenziali, in ambito zootecnico – sottolinea Scozzoli -. L’efficacia di questi prodotti è stata testata da molte Università italiane ed estere. Possiamo dire, perciò, che i prodotti botanici, se utilizzati correttamente, possono sostituire con efficacia dal 50 al 70% degli antibiotici somministrati in zootecnia. I costi dei trattamenti sono abbastanza simili, ma non bisogna dimenticare i tanti benefici collaterali generati dall’uso di prodotti vegetali. Perciò, gli allevatori (in particolare quelli biologici) sono molto sensibili verso le potenzialità delle cure zootecniche a base vegetale e la ricerca sta facendo notevoli passi avanti. Per aumentarne la diffusione, troviamo ancora un po’ carente l’aspetto legislativo europeo dove attualmente, su questi temi, ogni Paese si muove per conto suo senza un quadro di riferimento unico. Anche la formazione universitaria veterinaria, a mio avviso, dovrebbe dimostrare qualche apertura in più. Se abbiamo i prodotti che funzionano, ma non conosciamo bene le loro caratteristiche e non sappiamo come consigliarli e utilizzarli al momento giusto e con i corretti dosaggi, non facciamo alcun progresso», è la conclusione del veterinario.

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In copertina, i bellissimi fiori dell’arnica coltivata sul Piancavallo nel Pordenonese.

Città del vino, Angelo Radica eletto anche presidente della Rete europea Recevin. Dal Vigneto Fvg (impegnato nelle Grandi Verticali) auguri di buon lavoro per una nuova promozione del settore vitivinicolo

di Giuseppe Longo

È stata accolta con vivo compiacimento anche da parte delle Città del vino del Friuli Venezia Giulia la nomina del leader nazionale Angelo Radica a presidente della Rete Europea delle Città del Vino (Recevin) che raccoglie oltre mille Comuni di Italia (da sola ne conta più di 500!), Francia, Spagna e Portogallo. L’investitura nel prestigioso incarico è avvenuta giovedì scorso, lo stesso giorno in cui a Nimis si teneva, con notevole successo – protagonisti il Ramandolo Docg e altri pregiati vini di questo rinomato angolo dei Colli orientali del Friuli -, la seconda serata della terza edizione delle Grandi Verticali.

Angelo Radica con i tre presidenti nazionali.


Angelo Radica, sindaco di Tollo, cittadina altamente vocata alla vitivnicoltura in provincia di Chieti in Abruzzo, è stato eletto in Spagna, a Carinena, nel corso della cerimonia di chiusura dell’evento di Città Europea del Vino. Hanno votato i 16 consiglieri rappresentanti dei quattro Paesi aderenti. Recevin è una rete costituita come strumento essenziale per rappresentare le esigenze e difendere con una sola voce gli interessi delle amministrazioni locali europee economicamente legate al vino. Allo stesso tempo fornisce una piattaforma comune per lo scambio di esperienze, conoscenze, contatti e partnership. Come detto, Recevin è costituita da oltre 1.000 Comuni delle quattro Associazioni nazionali del vino presenti in Spagna, Francia, Italia e Portogallo – praticamente i Paesi maggiori produttori di vino a livello mondiale, dei quali il nostro è capofila – e collabora con una decina di Paesi europei e non. Nata nel 2000, Recevin promuove il turismo del vino, sviluppa progetti, interloquisce con le istituzioni europee e nazionali, sviluppa le attività dei territori.
«È con grande onore, orgoglio e determinazione che assumo la carica di presidente di Recevin, la Rete Europea delle Città del Vino – ha affermato Angelo Radica, appena eletto, esprimendo riconoscenza per la stima riservatagli -. Credo fermamente che questo sia un momento determinante per Recevin, di vera e propria svolta, in cui l’impegno di tutti rafforzerà la rete, rendendola un catalizzatore per lo sviluppo dei territori europei del vino. Assumo, pertanto, questa leadership con la consapevolezza che siamo di fronte a un progetto di squadra, in cui è evidente la necessità di lavorare in modo cooperativo, contribuendo così allo sviluppo sostenibile europeo. Per il prossimo biennio rappresenterò in Europa gli interessi dei viticoltori e dei territori vitivinicoli europei attivando da subito una stretta collaborazione con la Commissione, i parlamentari e i funzionari dell’Unione. Abbiamo il dovere di unire le sinergie, permettendo così al vino di essere leva per la promozione dei nostri territori e dell’intero mondo rurale. A questo scopo abbiamo già a disposizione documenti e progetti consolidati negli ultimi anni, quali la Carta del turismo del vino europeo, il Vademecum dell’enoturismo europeo, la Giornata europea del turismo del vino, la Città Europea del Vino, il Concorso enologico internazionale e gli Stage annuali per giovani viticoltori europei».
Il neopresidente ha quindi sottolineato: «Nei prossimi anni il mio impegno sarà concentrato nella valorizzazione della ricchezza dei territori del vino e delle loro denominazioni di origine, nella rappresentazione delle problematiche che assillano i viticoltori europei, ma soprattutto a rafforzare la nostra azione politica in modo da rendere incisiva la nostra presenza presso le istituzioni europee. Far sentire la voce dei territori del vino al Parlamento europeo, legare gli Stati allo sviluppo di un’Europa delle città e delle regioni e aumentare le sinergie con l’Arev e l’Oiv: questa è la missione che sono profondamente orgoglioso di guidare, in uno spirito di condivisione e cooperazione».
Una bellissima e importante notizia, dunque, per le Città del vino anche del Friuli Venezia Giulia – sono, come è noto, una quarantina – che, con il coordinatore regionale Tiziano Venturini e lo staff operativo, formulano ad Angelo Radica i migliori auguri di buon lavoro per una sempre più incisiva attività a favore della promozione e dell’affermazione del vino europeo e quindi italiano e pure del Vigneto Fvg, piccolo per i livelli quantitativi ma non certamente per la qualità che è ai massimi livelli ed è riconosciuta in tutto il mondo.

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In copertina, passaggio di consegne tra la spagnola Rosa Melchor e il neo-presidente della europea Recevin Angelo Radica.

Confagricoltura Fvg: nuove opportunità per le nostre imprese dopo l’accordo economico tra Unione Europea e India

L’Unione Europea e l’India hanno annunciato la conclusione dei negoziati per un accordo di libero scambio che mira a ridurre drasticamente o eliminare le barriere tariffarie su una larga parte degli scambi commerciali tra i due blocchi economici. Questo accordo storico prevede che i dazi indiani su molte esportazioni agroalimentari europee saranno gradualmente abbattuti, creando un contesto più favorevole per l’export italiano di prodotti di qualità. Tra i principali benefici attesi figura la riduzione dei dazi sul vino, che passeranno dall’attuale livello del 150% a livelli più competitivi, e la cancellazione dei dazi sull’olio d’oliva entro cinque anni. Anche i dazi su prodotti trasformati come pane e dolci verranno eliminati, favorendo l’accesso a un mercato in forte crescita.

Posizione di Confagricoltura – Confagricoltura ha accolto con favore la notizia, sottolineando come la drastica riduzione, e in alcuni casi l’eliminazione, delle tariffe doganali rappresenti un’importante opportunità per le imprese agricole italiane ed europee. Secondo l’Organizzazione, le nuove regole sugli scambi tra Bruxelles e Nuova Delhi potranno favorire una crescita significativa dell’export agroalimentare, con particolare attenzione a prodotti come vino, olio d’oliva e succhi di frutta. Sulla stessa linea di pensiero anche il presidente di Confagricoltura Friuli Venezia Giulia, Nicolò Panciera di Zoppola Gambara: «La conclusione di questo accordo commerciale rappresenta un passaggio strategico per l’agricoltura europea e italiana e può essere una leva anche per le imprese agricole del Friuli Venezia Giulia, soprattutto per quelle orientate alla qualità e all’export. È però fondamentale che questi accordi garantiscano piena reciprocità negli standard produttivi e sanitari e che le istituzioni accompagnino le aziende, soprattutto le medio-piccole, nell’accesso a mercati complessi come quello indiano».

Tutela dei settori sensibili – Un elemento centrale dell’accordo è la protezione dei settori agricoli più sensibili, esclusi dalla liberalizzazione, tra cui carne bovina, carne di pollo, riso, miele e zucchero, garantendo che queste filiere restino tutelate. Confagricoltura ha ribadito l’importanza del principio di reciprocità negli standard di produzione e sicurezza alimentare, ritenuto fondamentale per qualsiasi accordo commerciale che coinvolga prodotti di origine agricola.

Valorizzazione dei prodotti europei – Parallelamente all’accordo commerciale, l’Ue e l’India stanno negoziando un’intesa sulle Indicazioni Geografiche. Questo progetto mira a tutelare e valorizzare i prodotti tipici europei nel mercato indiano, contrastando le imitazioni e favorendo il riconoscimento delle denominazioni protette. Tale misura potrà contribuire a rafforzare la competitività delle produzioni agricole tradizionali italiane, come olio extravergine di oliva, vini tipici e altri prodotti a denominazione.

Vigneto Fvg in lutto, a Cormons è scomparsa Daniela Coser: aveva fondato con il marito il Ronco dei Tassi

Grave lutto nel Vigneto Fvg. È mancata, a 67 anni, dopo una lunga malattia Daniela Macor, fondatrice assieme al marito Fabio Coser dell’azienda vitivinicola Ronco dei Tassi di Cormons, autentica portabandiera della migliore enologia del Friuli Venezia Giulia. Con la sua scomparsa, il mondo del vino friulano perde una figura chiave, discreta e determinante, che ha contribuito in modo sostanziale alla costruzione di una delle realtà vitivinicole di riferimento del territorio. Una donna capace di unire visione imprenditoriale, sensibilità umana e un amore autentico per la terra.

Cuore, anima e mente della cantina fin dalla sua nascita nel 1989, Daniela è stata molto più di una cofondatrice: è stata il perno silenzioso attorno al quale si è costruita un’esperienza imprenditoriale oggi riconosciuta e apprezzata ben oltre i confini regionali. Il suo lavoro instancabile, la sua capacità di leggere il presente e immaginare il futuro, la sua dedizione quotidiana hanno accompagnato ogni fase della crescita di Ronco dei Tassi, trasformando un progetto familiare in una realtà vitivinicola di riferimento. Lascia un vuoto profondo nel marito Fabio e nei figli Matteo ed Enrico, che negli anni si sono affiancati ai genitori nella gestione dell’azienda, in un passaggio generazionale fluido, naturale e fortemente voluto. Un percorso che Daniela ha seguito con attenzione e orgoglio, consapevole che la continuità familiare non è solo una scelta organizzativa, ma un valore culturale e umano. Per lei, l’impresa non è mai stata separata dalla famiglia: ne era, piuttosto, una sua naturale estensione.
Il forte legame familiare è sempre stato il segno distintivo della cantina, un tratto identitario che Daniela ha saputo coltivare con intelligenza e sensibilità, facendo dell’armonia tra le persone uno dei pilastri del successo aziendale. Una leadership mai urlata, esercitata con l’esempio, l’ascolto e una straordinaria capacità di tenere insieme visione e concretezza. “Se noi come famiglia abbiamo costruito tutto questo, l’unione della famiglia e l’azienda, il merito principale in assoluto va dato a mia moglie Daniela – ricorda commosso Fabio Coser -. Senza di lei, senza il suo sostegno sia materiale che morale, non credo che sarei riuscito a raggiungere questi obiettivi. Mi ha sempre sostenuto nei momenti difficili, è stata la mia forza. Mi trasmetteva la carica per andare avanti ed è stata determinante nel progettare i passaggi che ci hanno fatto crescere e nel trovare soluzioni a ogni problema”
Accanto al ruolo imprenditoriale, Daniela ha incarnato con naturalezza quello di madre. Una madre presente, capace di supplire alle assenze imposte dai ritmi del lavoro del marito e di trasmettere ai figli i valori fondamentali su cui si è costruita la famiglia Coser: il rispetto per la natura che amava profondamente (piante ed animali erano la sua passione e se ne era circondata a Ronco dei Tassi), l’amore per la terra e per il lavoro del vignaiolo, inteso non solo come mestiere, ma come forma di responsabilità verso il territorio. La sua eredità non è fatta solo di vini apprezzati e riconoscimenti, ma di uno stile, di un modo di essere e di fare impresa che resterà vivo nelle persone che l’hanno conosciuta e nella continuità della cantina. Daniela Coser lascia un segno profondo, fatto di coerenza, passione e umanità: un’eredità silenziosa, ma destinata a durare nel tempo.

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In copertina e all’interno due belle immagini di Daniela Coser che lascia il marito Fabio e i figli Matteo ed Enrico.

Da domani San Vito al Tagliamento avrà un Polo vitivinicolo per tutto il Triveneto

Domani, 31 gennaio, sarà inaugurato a San Vito al Tagliamento, in provincia di Pordenone, il Polo Vitivinicolo del Triveneto, frutto di un importante progetto avviato oltre dieci anni fa da Triveneta Certificazioni, società nata sulla base di un accordo tra tre Organismi di controllo – Ceviq, Siquria e Valoritalia – incaricata di certificare la Doc Pinot grigio delle Venezie, che per numero di bottiglie prodotte è la seconda denominazione italiana, e l’Igt Trevenezie.
L’evento, con accesso su invito, segna anche l’apertura della nuova sede di Triveneta Certificazioni, che diventa così un punto di riferimento e un collegamento operativo per il comparto. La giornata avrà inizio nelll’auditorium Concordia, dove alle ore 10 si terrà il convegno “Costruire legami, costruire futuro”. All’appuntamento saranno presenti i vertici di Triveneta Certificazioni e dei tre Organismi di certificazione, oltre ai rappresentanti del Consorzio Doc Pinot grigio delle Venezie, del Consorzio Doc Friuli, del Consorzio Doc Friuli Grave, del Consorzio Prosecco Doc, che all’interno della struttura avranno un proprio spazio, e di AssoOdc (Associazione degli organismi di certificazione del vino). Parteciperanno inoltre autorità e rappresentanti delle istituzioni del territorio e del panorama nazionale.
Il convegno prevede una tavola rotonda con la partecipazione dei rappresentanti di Federdoc, Valoritalia, del Gruppo di lavoro Vino del Copa-Cogeca e di AssoOdc. Saranno approfonditi i principali temi e le sfide della filiera vitivinicola in un’ottica di collaborazione e lavoro coordinato, con l’obiettivo di promuovere maggiore efficienza e trasparenza: dalla riforma della governance dei consorzi alle richieste del mercato globale, dalle nuove forme di tracciabilità all’evoluzione delle certificazioni come asset competitivo, fino all’enoturismo e al rafforzamento dell’identità dei territori. Al termine del convegno seguirà la cerimonia del taglio del nastro del Polo, alla presenza delle istituzioni e degli ospiti.

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In copertina, il tipico terreno delle Grave del Friuli che ospita i vigneti anche di San Vito al Tagliamento.

Donne del Vino, Elena Roppa riconfermata alla guida della delegazione Fvg: rinnovato impegno a favore dell’eccellenza vitivinicola regionale

Elena Roppa ancora alla guida delle Donne del Vino del Friuli Venezia Giulia. La riconferma della delegata regionale è avvenuta nel corso dell’assemblea che si è appena riunita e rappresenta un segno di continuità e fiducia nel lavoro svolto negli ultimi anni a favore della valorizzazione del ruolo femminile nel mondo enologico. Ad affiancarla nella gestione delle attività della delegazione è stata riconfermata anche la vicedelegata Maria Teresa Gasparet, sommelier professionista e titolare di Sorsi e Percorsi. L’impegno è quello di continuare a guidare la delegazione Fvg dell’Associazione nazionale con l’obiettivo di rafforzare la presenza delle Donne del Vino sul territorio, promuovendo iniziative culturali, formative e di comunicazione che mettano in luce l’eccellenza vitivinicola del Friuli Venezia Giulia e il contributo delle donne stesse, ognuna nel proprio ruolo, lungo tutta la filiera produttiva.


Elena Roppa è una professionista e docente con una consolidata esperienza nel marketing, comunicazione ed eventi. Laureata in Filosofia, ha sviluppato un forte legame con il mondo del vino attraverso percorsi professionalizzanti e una lunga carriera nel turismo enogastronomico e nella promozione dei territori. Dal 2025 è resposabile dell’Ufficio Marketing per il Teatro Nuovo Giovanni da Udine. Fa parte dell’Associazione Nazionale Le Donne del Vino dal 2015, di cui ha ricoperto ruoli legati alla comunicazione digitale a livello nazionale. Dal 2023 è stata eletta delegata regionale per la delegazione del Friuli Venezia Giulia, incarico che ha diretto con impegno anche nei successivi anni. Nel suo ruolo di delegata coordina progetti e iniziative che valorizzano il contributo professionale delle donne nel settore vitivinicolo, promuovendo eventi culturali, attività formative e collaborazioni con istituzioni e realtà del territorio. Tra i progetti di rilievo sostenuti vi sono iniziative di educazione al vino nelle scuole e percorsi di networking per promuovere la visibilità delle associate.
Ma chi sono Le Donne del Vino? Fondata nel 1988, l’Associazione nazionale Le Donne del Vino riunisce produttrici, enologhe, sommelier, ristoratrici, giornaliste e professioniste del settore vitivinicolo. L’associazione si impegna a promuovere la cultura del vino, il consumo consapevole e la conoscenza dei territori, valorizzando al contempo il ruolo delle donne nella filiera enologica. Attraverso eventi, incontri e progetti culturali, Le Donne del Vino operano come una rete dinamica e inclusiva, capace di coniugare vino, cultura e responsabilità sociale. La delegazione del Friuli Venezia Giulia si inserisce attivamente in questo percorso, lavorando per raccontare l’identità vitivinicola regionale e sostenere il dialogo tra produttori, professionisti e pubblico.

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In copertina, Elena Roppa confermata presidente; all’interno, le Donne del vino Fvg presenti all’assemblea.

Compie 25 anni il Ramandolo Docg vanto dei vignaioli di Nimis e Tarcento: lungo e complesso l’iter di tutela che ha segnato una svolta per il prestigioso bianco

di Giuseppe Longo

Epifania 2026, una edizione-chiave per festeggiare, con questa nuova uscita della storica rivista annuale “Il Pignarûl”, un anniversario molto importante: i primi 25 anni del Ramandolo Docg, il famoso bianco prodotto sulle suggestive colline tra Nimis e Tarcento. Un’occasione, dunque, adatta per compiere alcune riflessioni, ma anche opportune rievocazioni, se non altro per rendere merito a chi ha contribuito a raggiungere il brillante e atteso risultato che ha segnato una vera e propria svolta nella produzione di questo nettare. Un’analisi che segue e riprende quanto, qualche anno fa, avevo avuto occasione di proporre su Agenda Friulana, la bellissima pubblicazione che festeggia mezzo secolo di vita, visto che Chiandetti Editore la ideò proprio lo stesso anno del terremoto che sconvolse decine di paesi del nostro Friuli, tra cui anche Nimis e Tarcento che danno origine a questo prestigioso vino.

Oro antico – “Oro di Ramandolo”. Non poteva essere definito in modo migliore il grande bianco, “dolce-non dolce”, tannico, passito, aromatico con una sinfonia di profumi che lo rende unico. E giallo, appunto, come l’oro antico. “Oro di Ramandolo” è il nome che un gruppo di produttori lungimiranti ha voluto dare a una manifestazione che celebrasse nella ricorrenza di San Martino questo nettare, orgoglio e vanto dei viticoltori di Nimis e Tarcento che hanno voluto difenderlo tenacemente, ottenendo con fatica, ma alla fine con immensa soddisfazione, la prima Docg del Friuli Venezia Giulia. Come dire che proprio in questi vigneti coltivati non senza sacrifici – c’è chi l’ha definita “viticoltura eroica”! – sulle pendici del monte Bernadia e sulle colline più prossime si ottiene un vino che ha avuto il privilegio di essere contrassegnato con il marchio di qualità più prestigioso, cioè la denominazione di origine controllata e garantita.
Un riconoscimento ottenuto nell’ormai lontano 2001, dopo un iter legislativo molto complesso, che nel suo ventennale si desiderava festeggiare adeguatamente. Ma l’emergenza saniitaria scatenata dal Covid o Coronavirus che dir si voglia – i nomi con cui sarà tristemente ricordato il tremendo morbo che ha sconvolto per tre anni le vite di noi tutti – ha impedito ogni iniziativa. Come pure non è stato possibile celebrare il mezzo secolo di vita dei Colli orientali del Friuli – nel cui lembo più settentrionale si trova proprio il “cru” del Ramandolo vegliato dalla storica chiesetta-simbolo di San Giovanni Battista -, la seconda Doc nata nella nostra regione, era il 1970, dopo quella del Collio che aveva fatto da coraggioso apripista all’indomani dell’approvazione della legge istitutiva – la famosa 930 del 1963 – delle denominazioni di origine italiane. Ma al di là dei festeggiamenti mancati – e che, comunque, possono essere recuperati proprio in questo venticinquesimo della Docg -, il dato che conta è quello di poter fruire di uno straordinario strumento di tutela che metta al riparo da frodi o sleali concorrenze, riconoscendo altresì i meriti di questi produttori che, pur rimanendo fedeli alla tradizione, hanno saputo soprattutto in questi ultimi decenni crescere e innovarsi, dando vita a un vino fra i più prestigiosi del Vigneto Fvg e che proprio la definizione “Oro di Ramandolo” fotografa nel migliore dei modi. Veramente bravi quanti hanno avuto questa geniale intuizione!

Oltre 40 anni fa – La Docg Ramandolo è dunque stata la prima ad essere istituita nella nostra regione – correva l’anno 2001 – e prima, ovviamente, nei Colli orientali del Friuli, l’unica denominazione di origine controllata del Vigneto Fvg che può vantare delle Docg, il massimo blasone di qualità per un vino. Infatti, dopo il Ramandolo, le colline “protette” dallo Spadone di Marquardo hanno meritato, nel volgere di pochi anni, il prestigioso riconoscimento per il Picolit e per gli storici vigneti che abbracciano l’Abbazia di Rosazzo, al fine di valorizzare un uvaggio bianco prestigioso formato per almeno il 50 per cento da Friulano (ex Tocai) e quindi da Sauvignon, Pinot bianco e/o Chardonnay e Ribolla gialla, storico vitigno autoctono che in questi ultimi anni ha registrato una vera e propria riscoperta, registrando un clamoroso successo con la versione spumantizzata. Tutti vini bianchi, dunque, con il massimo riconoscimento di qualità: d’altra parte, il Friuli non è indicato da tutti come terra d’eccellenza per vini bianchi che si sono fatti conoscere, e amare, in tutto il mondo? Ma tornando al Ramandolo, e facendo un po’ di storia, bisogna riconoscere che l’iter per il raggiungimento della denominazione di origine controllata e garantita non è stato né breve, né facile. L’azione di difesa del nome geografico che fa capo alla piccola borgata a nord di Nimis – e del quale beneficiano anche i vigneti tarcentini delle colline che vanno da Sedilis a Coia – è partita agli inizi degli anni Ottanta, pochi anni dopo il terremoto mentre era ancora in corso la ricostruzione delle case: all’epoca ero assessore all’agricoltura nella Giunta guidata dal sindaco Giovanni Roberto Mattiuzza. All’origine dell’iter la richiesta di tutela avanzata dalla Cooperativa agricola di Ramandolo, in quegli anni guidata dal giovane viticoltore Dario Coos, e un ordine del giorno approvato dal Consiglio comunale di Nimis e fatto proprio dall’allora Comunità montana Valli del Torre, presieduta dal compianto Sergio Sinicco. Il percorso legislativo fu quindi abbastanza complesso in quanto il primo decreto di riconoscimento della Doc (si badi bene, non ancora Docg) non veniva incontro alle richieste dei prodouttori locali, in quanto il nome geografico Ramandolo – al posto di quello della varietà di vite, Verduzzo friulano – poteva essere utilizzato in tutta l’area dei Colli orientali con comprensibile grave danno per i richiedenti del Comune di Nimis.

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L’omaggio del Pignarûl

(g.l.) Le Grandi Verticali del Vino oggi, 29 gennaio, approdano, dunque, a Nimis per la degustazione del Ramandolo Docg coordinata dal dottor Matteo Bellotto: l’appuntamento è alle 19.30 nella sede della famosa disttilleria “Giacomo Ceschia”, la più antica del Friuli. La manifestazione è organizzata, come è noto, dalle Città del vino del Friuli Venezia Giulia guidate da Tiziano Venturini. E al prestigioso bianco ottenuto nei vigneti ai piedi del monte Bernadia, tra Nimis e Tarcento, ha reso omaggio “Il Pignarûl”, la bellissima rivista annuale, pubblicata in occasione dell’Epifania tarcentina e diretta da decenni dal professor Luigi Di Lenardo. Si tratta di un ampio articolo che riproponiamo oggi integralmente su questo blog proprio in occasione della Grande Verticale dedicata al Ramandolo Docg.

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Anche il Tribunale – Il nome Ramandolo “svenduto” a tutti i Colli orientali? Inaccettabile e bocciato senza possibilità di appello il pronunciamento del Ministero dell’Agricoltura che, con un escamotage apparso subito molto controverso, aveva cercato di accontentare sia i vignaioli di tutta l’area Doc sia quelli di Nimis e Tarcento concedendo agli stessi la possibilità di vendere il loro vino come “Ramandolo Classico”. Suggestiva e affascinante la “trovata” per gli esperti, ma fonte di sicura confusione commerciale per il consumatore medio, con grave danno per la produzione nel suo complesso. Per cui l’unica cosa che rimaneva da fare per correggere lo “svarione” legislativo era il ricorso dinanzi al Tribunale amministrativo del Lazio. Ricordo ancora i viaggi che feci a Roma assieme al presidente della Cooperativa agricola di Ramandolo per concordare la strategia rivendicativa e difensiva con gli avvocati Cappelli e De Caterini cui era stato affidato il ricorso. Dal Friuli faceva da tramite lo studio legale dell’avvocato Antonio Comelli, allora presidente della Regione Fvg – che dall’inizio aveva seguito con grande interesse e partecipazione l’iter avviato dai suoi concittadini per la tutela del nome Ramandolo -, con l’apporto tecnico di Orfeo Salvador (anche nella sua qualità di componente del Comitato nazionale per le denominazioni di origine dei vini) e di Ennio Nussi, presidente e direttore del Centro regionale vitivinicolo. Tre persone che ormai da molti anni mancano tra noi e alle quali i viticoltori di Nimis debbono riconoscenza. Alla fine, la causa dinanzi al Tar fu coronata dal tanto auspicato successo, tanto che il nuovo decreto, pubblicato nel 1992, prevedeva che il nome Ramandolo potesse essere usato soltanto per il vino prodotto in una piccola area ritagliata a cavallo tra Nimis e Tarcento, mentre nel resto dei Colli orientali del Friuli l’etichetta avrebbe dovuto riportare soltanto l’indicazione del nome della varietà di vite, e cioè Verduzzo friulano. La tenacia dei produttori, ma anche dei loro rappresentanti e dei pubblici amministratori, aveva vinto, tanto da meritare il prestigioso premio Risit d’Aur delle Distillerie Nonino di Percoto. A quel punto non rimaneva che tentare la scalata all’ultimo tratto della “piramide” dei vini: quella, appunto, della denominazione di origine controllata e garantita, la Docg. Cosa che, fortunatamente, avvenne in tempi molto più rapidi rispetto a quelli richiesti per la delimitazione dell’area produttiva e l’approvazione del primo disciplinare.

Piramide di qualità – L’apice della “piramide” dei vini alla fine è stato felicemente raggiunto. Motore della nuova iniziativa di riconoscimento il Consorzio di tutela del Ramandolo, che nel frattempo era stato costituito, anche in questa occasione con il sostegno del Comune di Nimis allora guidato dal sindaco Renato Picogna. L’associazione fra produttori, presieduta dal giovane Paolo Comelli, avviò la procedura di riconoscimento con una pratica correttamente impostata, ancora con il supporto del citato Orfeo Salvador, ottenendo in poco tempo un risultato che poneva Nimis, con il suo Ramandolo, al vertice dei vini più prestigiosi, avendo ottenuto per primo in Friuli Venezia Giulia il massimo riconoscimento. In tutto l’iter, dai suoi primi passi al successo finale con la pubblicazione del decreto di riconoscimento, avvenuto appunto nel 2001, era durato una ventina d’anni: tanti, certamente, e pure complicati, almeno in quella prima parte che mi vide testimone. Al riconoscimento l’agronomo Claudio Fabbro, grande conoscitore della viticoltura friulana, ha dedicato interessanti e documentati lavori che gli interessati possono facilmente reperire in Internet. Inoltre, nel citato 2001 il Consorzio di tutela dette alle stampe un bellissimo volume, con testi di qualità in italiano e in inglese, corredati da fotografie meravigliose, dal titolo “Il Ramandolo sui Colli orientali del Friuli” (Edizioni Archivio Tommasoli di Verona). Immagini di Alessandra e Sirio Tommasoli con contributi dei citati Claudio Fabbro e Orfeo Salvador, di Piero Pittaro (anche lui, purtroppo, non c’è più) e Fulvio Ursini, oltre che del sottoscritto. Il libro venne realizzato grazie alla collaborazione della Fondazione Cassa di Risparmio di Udine e Pordenone e dell’allora Camera di Commercio Industria Artigianato Agricoltura di Udine, con il contributo dell’Unione Europea tramite l’Obiettivo 5B. Un volume, presentato durante un corposo convegno, che costituì la base di partenza di una capillare e mirata azione promozionale per la valorizzazione e la divulgazione presso una cerchia sempre più vasta di consumatori del “Ramandolo Docg”. Azione che di lì a poco non vide più diretto protagonista il Consorzio di tutela con sede a Nimis, in quanto lo stesso confluito nel ben più grande Consorzio per la tutela dei Colli orientali del Friuli (oggi Friuli Colli orientali) con l’aggiunta della specificazione “Ramandolo”, che oggi però non ha più sede a Cividale bensì nella lontana Corno di Rosazzo, all’estremo lembo sud della Doc collinare.

Vigna-giardino – Ma dove viene prodotto il Ramandolo Docg? La sottozona ritagliata nell’area più settentrionale dei Colli orientali del Friuli – più simpatico ed efficace chiamarla “cru” con un francesismo che va tanto di moda come, per esempio, “terroir” per specificare soprattutto territorio e condizioni ambientali, come il microclima – si estende, ai piedi del monte Bernadia, a cavallo dei Comuni di Nimis e Tarcento, vale a dire nei vigneti più vocati di Nimis, Ramandolo e Torlano per continuare con quelli di Cloz, Sedilis e Moric, fino a Coja dove la sera dell’Epifania si accende il famoso “Pignarûl Grant” che, secondo antica tradizione, indica come sarà la successiva annata agraria. Si tratta della cosiddetta “vigna-giardino” coltivata, non senza sacrifici da una forza-lavoro che purtroppo si riduce e invecchia sempre più, su colline marnose, di origine eocenica, costituite di un’argilla friabile che non fa ristagnare l’acqua, nota da queste parti come “ponca”. Si tratta di un’area minuscola, se rapportata ad altre zone del Vigneto Fvg o ai colossi di altre regioni. Gli ettari rivendicati alla Docg, secondo i più aggiornati dati Ismea risalenti al 2020, sono appena una quarantina dai quali non si riesce a raggiungere un migliaio di ettolitri. Poca cosa si dirà. Certamente, ma di alta qualità, tale da costituire il fiore all’occhiello della produzione vitivinicola locale, che si esprime anche nella produzione, con le sue bionde vinacce, della famosissima Grappa di Ramandolo, che esce dagli alambicchi della locale Distilleria “Giacomo Ceschia”, la pià antica della regione in quanto fu fondata nel lontano 1886, appena vent’anni dopo che il Friuli era diventato italiano. Il vitigno idoneo alla produzione del vino in questione è il Verduzzo friulano che in questa zona è ampiamente coltivato nel clone “giallo”. I vigneti, sono allevati nella stragrande maggioranza dei casi con la forma cosiddetta alla “cappuccina” (doppio capovolto), anche se nei tempi più recenti molti produttori hanno introdotto sistemi innovativi che danno ottimi risultati in termini di qualità, perché quantitativamente qualunque sia la forma di allevamento la produzione è molto bassa, tale da rispettare facilmente i limiti previsti dal disciplinare. La raccolta delle uve è tardiva, molto spesso con una leggera supermaturazione sulla pianta tanto che, nelle annate favorevoli, la vendemmia tutta manuale può anche arrivare a fine ottobre. Ma per ottenere l’appassimento richiesto, tanti produttori preferiscono raccogliere le uve direttamente in cassette da sottoporre a una ventilazione controllata per poter ridurre l’acqua dei grappoli (abbassando ulteriormente la resa per ettaro) ed aumentare la concentrazione zuccherina.

Piace a tutti – All’inizio di queste riflessioni-rievocazioni sul Ramandolo Docg avevo fatto cenno a un vino “dolce-non dolce”. Detta in questi termini, sembrerebbe un controsenso, una sorta di ossimoro. Invece è proprio così, perché la frazione dolce espressa dall’alta concentrazione di zuccheri – ottenuta, come osservavo con una supermaturazione naturale sulla vite, posticipando la vendemmia, o con un appassimento “forzato” – viene mitigata e armonizzata dalla significativa presenza di acidi e tannini, prerogativa riconosciuta alla varietà coltivata, vale a dire il Verduzzo friulano clone giallo. Si tratta, infatti, di un’uva nelle cui bucce sono abbondantemente rappresentati questi polifenoli e la loro armonizzazione con la componente glucidica è dovuta alla sapienza di produttori ed enologi, i quali soprattutto in questi ultimi decenni hanno saputo sposare la tradizione con l’innovazione ottenendo vini di grande pregio. “L’interazione delle condizioni climatiche, della conformazione del territorio e delle pratiche vitivinicole dei produttori si traducono – informa il disciplinare di produzione – in un vino di color oro, leggermente tannico, di corpo, amabile, con profumo di acacia, di frutta matura come le susine, le albicocche ed il miele di montagna, molto equilibrato e piacevole, l’acidità totale è buona, mentre l’acidità volatile, come tutti i grandi vini da meditazione che hanno avuto un periodo di appassimento più o meno marcato, raggiunge valori anche al di sopra della media, senza risultare però mai squilibrata, considerata l’elevata struttura data da un estratto non riduttore sicuramente importante”. Un vino, quindi, con una ricca personalità che sarebbe sbagliato indicare sbrigativamente soltanto “da dessert”. Va bene, anzi benissimo, con una pasticceria secca a cominciare dai tradizionali “uessuz” di cui era famoso il forno della famiglia Grassi (“Frare”) nella borgata di San Gervasio, la cui ricetta “top secret” oggi è “imitata” da altri pasticceri friulani, ma l’intesa è molto efficace anche con i formaggi erborinati e stagionati, fra cui quello, veramente ottimo, aromatizzato proprio con le vinacce del Verduzzo giallo. Ma anche con il delicato “foie gras” che piace molto ai gourmet. Tanti, però, preferiscono non abbinarlo affatto, sorseggiandolo semplicemente così, conversando o leggendo un libro. Il Ramandolo è, infatti, anche vino “da meditazione”. Insomma, adatto per accontentare diversi gusti e palati..

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In copertina, belle bottiglie nell’ultima edizione di “Oro di Ramandolo”; all’interno, grappoli di Verduzzo friulano, la zona produttiva ai piedi del monte Bernadia a Nimis e a Sedilis.

Città del vino, per i “dealcolati” più chiari (anche se complessi) i termini produttivi. Con Angelo Radica un’approfondita analisi del nuovo decreto ministeriale

di Giuseppe Longo

«Con l’adozione del decreto interministeriale emanato dal Ministero dell’Economia e delle Finanze e dal Ministero dell’Agricoltura, della Sovranità alimentare e delle Foreste, l’Italia compie un passaggio decisivo: la produzione di vini dealcolati può avvenire sul territorio nazionale, in un quadro normativo certo e strutturato. Il provvedimento era atteso da tempo dal settore vitivinicolo. In assenza di regole fiscali chiare, molte imprese italiane avevano già sperimentato i vini dealcolati, ma erano state costrette a svolgere le operazioni di dealcolazione all’estero, con costi logistici rilevanti e una perdita di controllo industriale. Con questo decreto si chiude quella fase transitoria». È quanto afferma Angelo Radica, presidente nazionale delle Città del vino, la rete alla quale aderiscono anche una quarantina dei Comuni più vocati alla coltivazione della vite del Friuli Venezia Giulia.
«Il cuore del decreto – spiega Radica – non riguarda tanto il vino dealcolato in sé – che resta un prodotto vitivinicolo –, quanto l’alcol etilico che si ottiene come risultato del processo di dealcolazione. Su questo punto il legislatore è molto chiaro: il vino dealcolato non è soggetto ad accisa, ma l’alcol estratto dal vino è sempre fiscalmente rilevante e deve essere gestito secondo le regole del Testo Unico Accise. Da qui discende l’intero impianto autorizzativo e di controllo previsto dal decreto. Uno degli aspetti più rilevanti, e che richiede maggiore attenzione da parte delle imprese, è la distinzione tra produzione “sotto soglia” e produzione “sopra soglia”. Non si tratta di una distinzione teorica, ma di una scelta strategica che incide direttamente sull’organizzazione aziendale, sugli investimenti necessari e sul livello di complessità amministrativa».

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La Verticale del Ramandolo

(g.l.) Dealcolati? Chi deciderà di produrli avrà sicuramente delle logiche aziendali e delle strategie di mercato che giustificheranno tale scelta. Ma, in ogni caso, si tratterà di una tipologia produttiva che non ha nulla a vedere con quanti amano il vero vino, con gusti e profumi inconfondibili. Come coloro che domani sera, 29 gennaio, saranno ai tavoli di degustazione allestiti alla famosa Distilleria “Giacomo Ceschia”, a Nimis, dove si terrà la seconda serata della terza edizione delle Grandi Verticali del Vino, che stavolta avranno ovviamente come protagonista il pregiato Ramandolo Docg, vanto della storica Città del vino e della vicina Tarcento. Saranno presenti con le proprie bottiglie le cantine Ca’ Felice, Comelli, Giovanni Dri Il Roncat, Anna Berra, La Roncaia e Ronco dei Frassini. Costo 35 euro a persona; per verificare se c’è ancora qualche possibilità di partecipazione, contattare la Pro Loco Mitreo Duino Aurisina prolocoaurisina@libero.it, telefono 348.5166126.

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Vediamo, allora, di chiarire la questione. «Nel regime “sotto soglia” – riprende il leader delle Città del vino – rientrano le cantine e gli operatori che producono vino dealcolato entro un determinato limite annuo stabilito dalla normativa sulle accise. Questo regime è stato pensato per consentire alle imprese vitivinicole di avvicinarsi al mercato dei dealcolati senza trasformarsi, di fatto, in distillerie. In questi casi non è richiesta una nuova licenza per la produzione di alcol etilico: è sufficiente aggiornare la licenza fiscale già esistente, indicando l’attività di dealcolazione. La dealcolazione deve, però, avvenire in un’area dedicata e ben delimitata all’interno della cantina, e l’alcol estratto non può essere gestito liberamente. Deve essere raccolto in appositi contenitori sigillati, misurato con strumenti fiscali certificati e successivamente trasferito verso un deposito autorizzato. Anche nel regime semplificato, quindi, la tracciabilità dell’alcol è totale e i controlli da parte dell’Agenzia delle Dogane e dell’Icqrf restano centrali».
«Questo regime – precisa poi Radica – risulta particolarmente adatto alle cantine che intendono sviluppare una prima linea di vini dealcolati, magari destinata soprattutto ai mercati esteri, o che vogliono testare il segmento NoLo senza impegnarsi in una riconversione strutturale dell’impianto produttivo. È però essenziale monitorare attentamente i volumi, perché una volta raggiunta la soglia annua consentita la produzione deve essere immediatamente sospesa e comunicata alle autorità competenti. Diverso è il quadro per chi intende superare stabilmente tali limiti. Nel regime “sopra soglia” la dealcolazione assume  invece una dimensione industriale vera e propria. In questi casi l’operatore deve ottenere una licenza di esercizio per la produzione di alcol etilico, con un assetto fiscale che avvicina l’impianto a quello di una distilleria. Le aree produttive devono essere fisicamente separate, le cauzioni sono più elevate e i controlli più stringenti».
Il presidente Radica delinea, quindi, il “modus operandi” più adatto. «In modo semplificato – spiega -, chi intende produrre vino dealcolato deve: presentare istanza all’Agenzia delle Dogane; indicare: impianti utilizzati; volumi stimati; serbatoi e aree dedicate; superare una verifica tecnica; ottenere: aggiornamento della licenza esistente, oppure nuova licenza di esercizio (se “sopra soglia”)». Ma chi può produrre vino dealcolato? «Possono effettuare la dealcolazione: depositi fiscali di vino o prodotti alcolici intermedi, già autorizzati; soggetti che operano entro determinati limiti quantitativi (regime semplificato); soggetti che superano tali limiti, previa licenza specifica. Il decreto distingue tra: operatori “sotto soglia” (regime più semplice); operatori “sopra soglia” (regime assimilato alle distillerie)».
E la tassazione come funziona? «Punto centrale del decreto – prosegue Radica – è la gestione dell’alcol estratto dal vino. L’alcol etilico ottenuto dalla dealcolazione: è sottoposto ad accisa; deve essere raccolto, misurato e tracciato. L’alcol: non può essere liberamente smaltito; deve essere trasferito verso depositi fiscali autorizzati. Sono previsti: misuratori obbligatori; registri di carico e scarico; verifiche doganali. Il vino dealcolato, invece, non è soggetto ad accisa».
Il presidente nazionale delle Città del vino osserva infine: «Il decreto consente comunque alcune semplificazioni tecniche, ma il principio di fondo non cambia: l’alcol prodotto può derivare esclusivamente dalla dealcolazione del vino e non può essere ulteriormente lavorato senza specifiche autorizzazioni. Si tratta quindi di un regime adatto a grandi cantine, cooperative o operatori che fanno della dealcolazione un’attività centrale e continuativa». E conclude: «Alla luce di questo nuovo quadro normativo, la valutazione preliminare diventa decisiva. Prima di investire in un impianto di dealcolazione, ogni impresa dovrebbe interrogarsi non solo sui volumi attesi, ma anche sull’impatto fiscale dell’alcol estratto, sulla sostenibilità organizzativa del regime prescelto e sulla coerenza con la propria strategia di mercato».

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In copertina, Angelo Radica presidente nazionale delle Città del vino.

Tagli Pac azzerati, da Bruxelles dieci miliardi in più per gli agricoltori italiani. Soddisfatta Coldiretti che ringrazia il Governo e ribadisce il no a un Mercosur che non garantisca parità di trattamento

«L’annuncio sui 10 miliardi in più per gli agricoltori italiani sulle risorse destinate alla Pac 2028-2034, che arriva grazie al ruolo determinante svolto dal Governo italiano e dal ministro Lolobrigida, risponde alle richieste avanzate da mesi dalla Coldiretti anche attraverso diverse mobilitazioni in Italia e in Europa. Si tratta di un miliardo in più in confronto alla programmazione attuale, con un netto passo indietro rispetto al folle tentativo della Von der Leyen di tagliare fondi agli agricoltori». È quanto riferisce, con soddisfazione, Il Punto Coldiretti che continua: «Allo stesso tempo abbiamo chiesto di azzerare subito il dazio sui fertilizzanti introdotto con il “Meccanismo di Adeguamento del Carbonio alle Frontiere” (Cbam). Ora – ribadisce Coldiretti -, agli annunci devono seguire atti legislativi europei che, senza ogni dubbio e discrezionalità, garantiscano che questi soldi siano destinati alla difesa del reddito degli agricoltori. Importante anche sottolineare la modifica legata alle aree rurali che consentirà di utilizzare per gli agricoltori il 10% delle del Fondo unico, circa 48 miliardi, che è stato uno degli elementi che Coldiretti fin dall’inizio ha portato all’attenzione del Governo italiano e di cui si è fatta carico in tutti i dibattiti a livello europeo, ponendolo come elemento centrale. Queste risorse potranno essere utilizzate in modo concreto per affrontare il tema delle aree interne, delle aree collinari e delle aree montane, destinandole ai contadini che vivono e lavorano stabilmente in quei territori» .
Nel comunicato si ribadisce, poi, che «la Pac non è fatta solo di risorse, ma anche di regole. Per questo va sventato ogni tentativo di rinazionalizzazione della Pac della presidente Von der Leyen e della sua cerchia di tecnocrati bruxellesi e Coldiretti continuerà a presidiare affinché non vengano posti ostacoli tecnici e burocratici al pieno utilizzo dei fondi assegnati alle imprese agricole. Coldiretti continua a non fidarsi dell’alta tecnocrazia di Bruxelles». A tal proposito, la organizzazione agricola prosegue la sua mobilitazione permanente , tanto che ha annunciato una serie di manifestazioni fino alla fine di gennaio che coinvolgeranno oltre 100mila soci. «Occasioni – conclude Coldiretti – per raccontare e difendere le conquiste ottenute nel negoziato sulla Pac e chiarire la nostra posizione di contrarietà ad un accordo Mercosur che non garantisca parità di trattamento tra agricoltori europei e sudamericani».

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In copertina, manifestazione degli agricoltori a Strasburgo contro l’ipotesi di accordo Mercosur.