Gli scambi con i primi 65 partner Ue nell’anno pre Covid-19 sono cresciuti del 3,4 per cento, con un balzo di Canada e Giappone. Lo scrive il IV Rapporto Ue sugli accordi commerciali. Nel Sol Levante, in particolare, l’export agroalimentare cresce del 14 per cento per il vino, del 12 per la carne suina e del 10 per i formaggi. Così i tanto contestati (da qualcuno) accordi commerciali Ceta (Comprehensive Economic and Trade Agreement tra Ue e Canada) e Jefta (Japan-Eu Free Trade Agreement) fanno volare l’export agroalimentare europeo e italiano. Dal documento della Commissione Ue, emerge che «gli accordi hanno continuato a facilitare un commercio equo e sostenibile e a consolidare il quadro delle regole internazionali». Infatti, mentre il commercio con i 65 partner preferenziali è cresciuto del 3,4 per cento nel 2019, il commercio estero complessivo dell’Ue è salito “solo” del 2,5 per cento. Sono proprio gli accordi commerciali dell’Ue con il Canada e il Giappone ad aver dato particolare impulso all’incremento del commercio pre Covid-19, con un contributo rispettivamente del 25 e del 6 per cento circa, dalla loro entrata in vigore.
«Gli accordi bilaterali, che coinvolgono pure i nostri vini, le grappe e il San Daniele Dop, stanno dando finora buoni risultati – afferma Philip Thurn Valsassina, presidente di Confagricoltura Fvg – con numeri incoraggianti che possono ancora essere migliorabili se si ragiona in prospettiva, visti anche i recenti accordi approvati dal Parlamento Ue e dalla Cina, che interessano 26 eccellenze agroalimentari del “Made in Italy”».
Particolarmente significativa per la bilancia agroalimentare la performance del Giappone che, in un solo anno, è diventato il secondo mercato per l’export dell’Ue dopo la Svizzera. Gli scambi bilaterali di prodotti agroalimentari tra l’Ue e il Paese del Sol Levante, infatti, sono aumentati del 16 per cento e le esportazioni di carne di maiale, formaggio e vino dell’Ue sono aumentate, rispettivamente, del 12, del 10 e del 14 per cento. Per il vino il merito è nel fatto che il Giappone abbia approvato e riconosciuto le pratiche enologiche dell’Ue grazie all’accordo Jefta.
Philip Thurn Valsassina
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In copertina, il prosciutto di San Daniele Dop, prodotto che piace molto all’estero.
Importante semaforo verde a Bruxelles per il Vigneto Fvg. Le denominazioni “Friuli” e “Friuli Venezia Giulia”, con le rispettive traduzioni in sloveno “Furlanija” e “Furlanija Julijska Krajina”, sono state infatti ufficialmente iscritte nel Registro europeo dei vini Dop, quelli che da sempre – vale a dire dagli anni Sessanta – siamo abituati a chiamare a Doc, cioè a denominazione di origine controllata. Il nome geografico con la relativa tutela, come stabilito dalla Commissione europea che ha dato l’ok all’atteso provvedimento, è riservato a un gruppo di vini fermi e frizzanti originari delle provincie di Gorizia, Pordenone, Trieste e Udine.
Precedente, ma di poco, a questo pronunciamento della stessa Unione Europea è il via libera al Prosecco Rosè, tipologia produttiva che si aggiunge a quella del classico vino frizzante prodotto tra Friuli Venezia Giulia e Veneto, fruendo dell’utilizzo del nome del piccolo paese del Carso Triestino per la etichettatura ufficiale dei prodotti Doc e Docg. Una versione aggiuntiva, insomma, attraverso la quale si conta di conquistare una nuova importante fetta di mercato che si aggiungerebbe all’enorme successo che queste bollicine hanno conquistato sulla scena mondiale. E’ noto a tutti, infatti, come il Prosecco sia diventato il vero fenomeno produttivo soprattutto dell’ultimo decennio, dovuto proprio all’approvazione della Doc interregionale che ha vincolato il nome geografico carsico a quello del vino.
Via libera dunque alla produzione del Prosecco dal colore rosa che, come è auspicio dei produttori, apporterà una salutare boccata d’ossigeno in un momento molto difficile anche per la vitivinicoltura del Nord-Est che lamenta preoccupanti contrazioni nelle vendite, in Italia e all’estero, a causa dell’emergenza sanitaria che, purtroppo, ancora non accenna ad attenuare la morsa. La modifica ordinaria al disciplinare di produzione è stata pubblicata sulla Gazzetta ufficiale dell’Unione europea C 362/26.
Il Prosecco Rosè.
Tornando alle denominazioni “Friuli” e “Friuli Venezia Giulia”, va rilevato che questo importante provvedimento dell’Unione Europea amplia notevolmente le tipologie produttive finora approvate, sia per quanto riguarda i vini Doc (e quindi, più correttamente, Dop) che Docg e Igp. La normativa italiana delle denominazioni di origine – poi recepita in quella comunitaria dei Vqprd, i vini di qualità prodotti in regioni determinate – ha ormai, come si diceva, una storia di quasi sessant’anni. E’ infatti contenuta nella famosa legge 930 del 1963: i primi viticoltori a beneficiarne nella nostra regione furono quelli del Collio che dettero origine al primo disciplinare di produzione con relativo consorzio di tutela. Seguirono nel 1970 le Doc Colli orientali del Friuli e Grave del Friuli che pertanto compiono esattamente mezzo secolo di vita e che oggi si chiamano ufficialmente Friuli Colli orientali e Friuli Grave. La stessa area collinare ha poi dato vita, quasi vent’anni fa, alla Docg Ramandolo, la prima ad essere istituita nella nostra nostra regione e che ha fatto da apripista ad altre denominazioni di origine controllata e garantita – il massimo grado di tutela della qualità – sempre all’interno della medesima zona vitivinicola. Appartengono invece ad anni successivi, a partire dal 1975, le altre Doc Fvg.
Secondo l’ultima indagine Waste Watcher dopo il primo lockdown, 4 italiani su 10 hanno cambiato il loro stile alimentare e 6 italiani su 10 dichiarano di privilegiare abitualmente un regime nutrizionale ispirato alla dieta mediterranea perché più salutare, con cibi freschi, molta frutta e verdura, legumi e proteine prevalentemente vegetali. Italiani dunque consum-attori: protagonisti della loro spesa e non vittima di carrelli assemblati in modo estemporaneo. Lo spiega l’indagine dell’Osservatorio Waste Watcher (Last Minute Market/Swg) “Il cibo è un vaccino? A tavola con gli italiani nel 2020 pandemico”, realizzata in occasione del 16 novembre 2020, decennale della proclamazione della Dieta Mediterranea a patrimonio immateriale Unesco. La ricerca va di pari passo con la “scoperta” di una tesi di laurea discussa il 10 novembre all’Università di Bologna: scegliere mediterraneo permette di risparmiare 7 euro alla settimana: il carrello per la spesa della dieta mediterranea non è solo più salutare, ma anche più conveniente e costa 46,27 euro per i menu settimanali, a differenza di quello standard che ha un costo di 53,55. Alimentarsi in modo sano e sostenibile, dunque, è alla portata del consumatore medio come dimostra la tesi di Mara Berengoi “La dieta mediterranea e le abitudini alimentari degli italiani: un confronto dal punto di vista economico e nutrizionale”, relatore il professor Andrea Segrè, correlatore il professor Luca Falasconi.
Andrea Segrè
foto di Massimo Paolone
L’indagine Waste Watcher rileva ancora che il 27% degli intervistati si dichiara attento alle scelte di un’alimentazione proteica per affrontare le difficoltà del 2020 fra la prima e la seconda ondata pandemica. Una percentuale superiore, il 33%, guarda anche ai “comfort food” come dolci e cioccolata per smorzare l’ansia del periodo e ritrovare momenti di gratificazione. Il 43,5% degli intervistati ha acquistato più verdure fresche, il 43,1% degli intervistati ha acquistato più frutta fresca e il 36,8% ha acquistato più legumi. Il 60,3% degli intervistati ha dichiarato di aver acquistato più farina e lievito e il 68% considera la dieta mediterranea determinante o utile per la prevenzione dello spreco alimentare. Soprattutto, sei italiani su 10 dichiarano di aver cambiato il modo di fare la spesa: il 25% anche in ragione di un diminuito potere d’acquisto, per sostenere i costi, ma il 18% dichiara di essere più selettivo nella qualità del cibo acquistato. Un italiano su 10 riscopre i negozi al dettaglio e il 9% si dedica all’e-commerce anche per l’acquisto di prodotti alimentari.
Ancora: 1 italiano su 2 (il 47,2%) ha introdotto la lista della spesa e il 20% dichiara di averla sistematicamente adottata. Un italiano su 2 acquista più di prima prodotti a lunga conservazione e ingredienti per piatti da preparare in famiglia (dolci, focacce, ecc). La dieta mediterranea è al centro di un’evoluzione più complessa negli stili di vita e di scelte alimentari: la lunga permanenza fra le mura domestiche, nel 2020 del Covid-19, ha introdotto buone pratiche nella pianificazione dell’acquisto, gestione e fruizione del cibo, favorendo la prevenzione degli sprechi. Un italiano su 2 (51,6%) dichiara di sprecare senz’altro di meno adesso, malgrado sia aumentato l’acquisto dei generi alimentari nel 58% dei casi. In particolare si è ridotto lo spreco di farina e lievito per il 43,2% dei cittadini, di avanzi dei pasti precedenti nel 45% dei casi, di carni rosse e bianche e di latte per 4 italiani su 10 (dati Distal Università di Bologna/SprecoZero). La maggiore disponibilità di tempo, favorita dallo smart working, permette agli italiani di dedicare più tempo alla cucina: lo dichiara il 58.6% degli intervistati. A sorpresa: il pesce (38%) attira più della carne, e di pari passo con l’attrazione per i fornelli cala l’interesse per i prodotti pronti di gastronomia (27%) e solo 1 italiano su 5 pratica talvolta il take away (21%).
«Alla Dieta Mediterranea, nel decennale dalla proclamazione a patrimonio Unesco di questo stile alimentare e di vita, è dedicata non a caso una categoria del Premio Vivere a #sprecozero – ricorda il triestino Andrea Segrè, fondatore Last Minute Market e campagna Spreco Zero -. I dati dell’indagine Waste Watcher sono importanti perché gli attuali sistemi alimentari non generano problemi solo per la salute umana, ma anche all’ambiente in cui si produce il cibo. L’agricoltura è responsabile del 30% delle emissioni di gas serra e del 70% dello sfruttamento e dello spreco delle risorse naturali. Una dieta sostenibile dovrebbe garantire la sicurezza alimentare, promuovere stili di vita sani, evitare perdite e sprechi alimentari, contribuire alla riduzione degli impatti ambientali e al miglioramento del benessere delle generazioni attuali e future. La dieta mediterranea va appunto in questa direzione: la riduzione delle perdite e degli sprechi alimentari contribuisce a migliorare la sostenibilità dei sistemi e può contribuire alla riduzione delle emissioni di gas serra. Il raggiungimento di un sistema di produzione alimentare sostenibile e la riduzione dello spreco di cibo sono fondamentali per contrastare la malnutrizione e la sottoalimentazione di larghe fasce di donne e uomini sulla terra».
Il Premio Vivere a #sprecozero 2020 ha selezionato nella short list finalista il progetto La cucina del riciclo, ricettario prodotto dal Liceo “Q. Orazio Flacco” di Portici in collaborazione con il MedEatReserarch: una ricerca antropologica sulla tradizione mediterranea di riciclare gli avanzi di cucina per rigenerarli in nuovi piatti; il progetto di Conserve Italia-Valfrutta che, in partnership con l’Istituto Oncologico Romagnolo, promuove stili di vita corretti e salutari soprattutto tra i bambini e gli adolescenti. E Il Grande viaggio vitaminico, una coinvolgente storia illustrata di sensibilizzazione alimentare prodotta per il coordinamento di Anna Eriksson, veicolata presso gli studenti delle Scuole Primarie della Provincia di Trento durante il lockdown. I vincitori saranno premiati giovedì 26 novembre, info e dettagli sprecozero.it
Ricordo di Pellegrino Artusi con Segrè domani negli Usa
Il modello italiano, ovvero la dieta mediterranea come prezioso alleato per la prevenzione e riduzione degli sprechi alimentari: è proprio “The Italian way: mediterranean diet vs food waste” il tema della lezione magistrale che domani, 17 novembre, l’agroeconomista Andrea Segrè, ordinario di Politica agraria internazionale e comparata all’Università di Bologna, terrà per l’Università del Wisconsin – Madison alle 20.15 (US time 13.15) , nell’ambito delle celebrazioni per il bicentenario della nascita di Pellegrino Artusi. In Italia il 68% dei cittadini ritiene che la Dieta mediterranea sia determinante o utile per la prevenzione dello spreco alimentare (dati Osservatorio Waste Watcher Last Minute Market / Swg, settembre 2020). Nei dieci anni dalla proclamazione Unesco della Dieta Mediterranea patrimonio immateriale dell’umanità, l’efficacia della Dieta Mediterranea nell’ottica dello sviluppo sostenibile è un dato scientifico. Gli attuali sistemi alimentari non generano problemi solo per la salute umana, ma anche per l’ambiente in cui si produce il cibo. L’agricoltura è responsabile del 30% delle emissioni di gas serra e del 70% dello sfruttamento e dello spreco delle risorse naturali. «Una dieta sostenibile – spiega il prof. Andrea Segrè – dovrebbe garantire la sicurezza alimentare, promuovere stili di vita sani, evitare perdite e sprechi alimentari, contribuire alla riduzione degli impatti ambientali. Il raggiungimento di un sistema di produzione alimentare sostenibile e la riduzione dello spreco di cibo sono fondamentali per contrastare la malnutrizione e la sottoalimentazione di larghe fasce di donne e uomini sulla terra». La lezione magistrale, proposta con accesso pubblico attraverso il link Zoom disponibile nella pagina Facebook Italian at UW-Madison, sarà preceduta dai saluti introduttivi di Thomas Botzios, console generale italiano a Chicago, Luca Di Vito, direttore dell’Istituto italiano di Cultura a Chicago, Laila Tentoni, presidente di Casa Artusi, Grazia Menechella docente all’Università del Wisconsin-Madison. Nel 2020 si festeggia il bicentenario della nascita di Pellegrino Artusi, padre della cucina italiana e autore di uno studio di riferimento, “La scienza in cucina e l’arte di mangiar bene” (1891). All’Università UW-Madison, Artusi conserva un posto di rilievo nei corsi e nelle attività accademiche, e la Biblioteca universitaria custodisce diverse edizioni speciali del suo libro. Nella sua conferenza, il professor Segrè evidenzierà le caratteristiche della Dieta mediterranea come modello di uno stile di vita sostenibile sulla base anche del motto “pensa locale, agisci globale” che sottolinea il legame fra le azioni personali e le loro implicazioni rispetto all’evoluzione del pianeta.
Pellegrino Artusi
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In copertina e all’interno i classici prodotti della dieta mediterranea.
Esattamente un mese fa, la solenne cornice di sala Ajace, nel palazzo municipale del capoluogo friulano, aveva ospitato la cerimonia di consegna dei premi della prima edizione del Concorso giornalistico Isi Benini – Città di Udine, promosso dall’Arga Fvg, l’associazione della Stampa agricola presieduta da Carlo Morandini. Oggi, dell’indimenticato giornalista nato a Moggio nel 1924 e morto prematuramente a Montevideo nel 1990, proponiamo l’affettuoso ricordo che Rosinella Celeste presentò anni addietro al Ducato dei vini friulani, il sodalizio voluto e creato proprio da Benini. Eccolo:
di Rosinella Celeste
Ringrazio la Corte ducale per avermi concesso l’opportunità di leggere un piccolo ricordo di un grande uomo, unico tra Gente Unica. E dedico questo mio scritto a tutti coloro che lo hanno conosciuto, a suo figlio Marco e alla moglie Bruna, ai Nobili di ieri e ai nuovi Nobili d’oggi. Sono pochi ma significativi ricordi: la memoria, si sa, va centellinata come il buon Vino! Isi Benini, per noi Friulani, rimarrà sempre nelle “botti” della memoria, tra i ricordi più vividi e belli, più veri e appassionati, legati all’universo Vino! Fu questo eclettico giornalista del Messaggero Veneto, poi della Rai-Ts e oggi non del tutto scomparso, ma passato “a miglior vita” (se il Paradiso fosse un vigneto…!), a far riscoprire i valori del vino friulano e regionale, a inventarlo e a darne coscienza delle sue qualità fino allora misconosciute. Cominciò a parlarne nella rubrica radiofonica, da lui voluta, “Vita nei Campi”, dove esprimeva la passione per la civiltà contadina ed enoica, con entusiasmo quasi fisiologico e a volte con impennate poetiche, quasi fosse un nuovo Orazio friulano! Ma non gli bastò: inventò la prestigiosa rivista “Il Vino”, corredata di carta patinata e artistiche fotografie, servendosi di collaboratori, giornalisti e scrittori di fama regionale e nazionale: Sergio Maldini, Piero Fortuna, Mario Soldati, Luigi Veronelli… Quest’ultimo disse di lui: “Di Isi Benini, che conobbi nel periodo più lieto e fattivo della mia vita, avevo molto da invidiare. Dico sul piano del giornalismo, della cultura e della simpatia. Lo invidiavo. La rivista “Il Vino” fu il primo veicolo per far conoscere in Italia l’enogastronomia del Friuli Venezia Giulia”. Da ultimo, fu promotore e fondatore, nel 1972, del Ducato dei vini friulani; e da allora, i nobili si sono moltiplicati a dismisura. E il Ducato ha fatto viaggiare in tutto il mondo, come per una Via lattea, anzi una Via Enoica, i nostri vini. Personalmente, conobbi Isi Benini nella sede del quotidiano Messaggero Veneto di Udine negli anni 60… e subito gli scrissi (io, pressoché ventenne) che ammiravo il suo essere giovane!
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In copertina, Rosinella Celeste con il giornalista Isi Benini in una rara foto degli anni Sessanta.
Uno studio pubblicato dal Crea (Consiglio per la ricerca in agricoltura) sull’impatto del Covid-19 sull’agroalimentare, e le politiche da seguire per favorire la ripresa, dice che secondo alcuni modelli econometrici vi sarà in Italia “una riduzione consistente del reddito agricolo (per ettaro) e zootecnico (per capo allevato), in entrambi i casi superiore all’ipotizzata variazione del Pil (9-10 per cento). Il comparto zootecnico sarebbe colpito da un maggiore calo di redditività, quello ortofrutticolo un poco meno”. «Il fatto è, però, che non tutti i protagonisti delle filiere agroalimentari soffrono allo stesso modo – precisa Philip Thurn Valsassina, presidente di Confagricoltura Fvg -. Infatti, vi sono settori che crescono sensibilmente come la Gdo (+9,6 per cento) o le vendite al dettaglio di beni alimentari che hanno realizzato un +3,3 per cento nei primi sette mesi del 2020. Nello stesso periodo è buona anche la performance dell’export agroalimentare con un +3,5 per cento (contro il -14 per cento del comparto manifatturiero). A prescindere da quelli che saranno gli esiti economici dell’attuale seconda ondata (e temiamo che saranno del tutto diversi rispetto alla prima), non possiamo non notare la consueta discrasia fra il settore primario rispetto all’industria e alla distribuzione – sottolinea Thurn Valsassina -. Detto questo, in vista della prima tranche di fondi del Recovery Plan recentemente annunciata, facciamo nostre alcune delle raccomandazioni per l’agricoltura del già citato studio Crea».
Il prosciutto di San Daniele.
«Bisogna evitare – spiega il presidente di Confagricoltura Fvg – ogni carenza di manodopera; facilitare i trasporti dei prodotti deperibili; garantire liquidità alle imprese evitando restrizioni del credito, introducendo sussidi salariali, sospendendo i pagamenti delle imposte e l’applicazione del regolamento dei minimis; evitare ogni tipo di speculazione; riconoscere come “essenziali” tutte le parti della filiera, a monte e a valle, comprese la mangimistica e il packaging, al fine di non intaccare la catena produttiva; garantire l’integrità della filiera attraverso misure che rafforzino la tracciabilità per evitare ingiustificate crisi di fiducia sulla food safety e, al tempo stesso, rafforzare i controlli anche alle frontiere; nelle relazioni commerciali, vigilare su eventuali barriere sanitarie e fitosanitarie non giustificate e collaborare con il settore privato per individuare eventuali problematiche che dovessero manifestarsi; evitare ogni forma di speculazione che potrebbe avere un impatto negativo sui consumatori attraverso ingiustificati aumenti dei prezzi; garantire l’accesso al cibo alle fasce più vulnerabili della popolazione. Maltrattare agricoltori e consumatori – conclude il leader degl imprenditori agricoli Fvg – non fa bene al cibo “Made in Friuli Vg” e “Made in Italy” che ha avuto il suo riconoscimento importante anche dal recente voto favorevole del Parlamento europeo all’accordo commerciale con la Cina che comprende anche 26 eccellenze italiane (prosciutto di San Daniele e grappe comprese)».
Fvg famoso per la grappa.
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In copertina, il presidente di Confagricoltura Fvg Philip Thurn Valsassina.
Il successo negli Usa del Pinot grigio delle Venezie – vale a dire Friuli Venezia Giulia, Trentino e Veneto -, ai tempi del lockdown, diventa un caso di studio internazionale che sarà al centro dell’attenzione della settima edizione del Wine2wine, quest’anno in chiave digital. Il Business Forum organizzato da Vinitaly International punterà i riflettori sull’era post Covid-19, scenario che sta mettendo l’industria del vino di fronte a una sfida senza precedenti, indagando anche quelle realtà “in controtendenza”, che dimostrano quanto le strade del mercato e dei consumatori siano spesso imprevedibili. Il “casus” saranno le performance straordinarie avute dal Pinot grigio negli States durante il lockdown che verranno analizzate nel talk organizzato dal Consorzio delle Venezie Doc martedì 24 novembre, dalle 17.15 alle 17.45.
Albino Armani
Un caso davvero unico dove non solo si registrano lievi incrementi nei consumi rispetto al trend mondiale, ma pare rivelare un cambio di approccio da parte del consumatore nei confronti del Pinot grigio che, nell’era pandemica, torna ad essere oggetto di scelta di acquisto sempre più consapevole come uno dei vini preferiti da consumare nell’ambiente familiare.
Da “commodity” a “uso domestico”, dunque, sarà il punto di partenza di un’analisi di mercato negli Usa che vedrà interventi di autorevoli esponenti della produzione e della distribuzione oltreoceano di Pinot grigio, a partire dal MW Nicholas Paris, direttore del Global Sourcing dei vini europei per il colosso E. & J. Gallo Winery, e Sandro Sartor, Ad di Ruffino e Constellation Brands, entrambi introdotti dal presidente del Consorzio delle Venezie Doc, Albino Armani. Ad aprire il forum, la Ceo di Wine Intelligence, Lulie Halstead, che, attraverso un’indagine qualitativa, racconterà come il 2020 abbia cambiato tendenze di mercato e modi di acquisto e di consumo negli States, concentrandosi sulle opportunità del Pinot grigio.
Per accedere al forum sarà necessario registrarsi alla piattaforma digitale di Wine2wine. Per ulteriori informazioni sul Business Forum e sulle modalità di iscrizione consultare il sito www.wine2wine.net
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In copertina, grappoli di Pinot grigio, varietà che dà un vino di grande successo negli Stati Uniti d’America.
La caduta libera del prezzo del latte alla stalla sarà il problema più scottante che si troverà di fronte Renzo Livoni, appena confermato leader dell’Associazione allevatori del Friuli Venezia Giulia. Il consiglio direttivo, uscito dal recente rinnovo, lo ha infatti rieletto alla presidenza. Per l’allevatore di Merlana, affiancato alla vicepresidenza da Franco Baselli e Lino Mazzolini, è il terzo mandato consecutivo alla guida dell’importante organizzazione zootecnica. Una conferma naturalmente gradita, che Livoni ha però intenzione di interpretare con senso prospettico, formando in questi tre anni coloro che dalle sue mani e da quelle dei consiglieri più “anziani” nel prossimo futuro riceveranno le redini dell’associazione. «Perché noi – esordisce il presidente – non siamo eterni e per questo abbiamo apportato nuova linfa al consiglio direttivo dell’AaFvg con ben metà dei consiglieri eletti che sono new entry». Sette su tredici sono infatti alla loro prima esperienza in consiglio. Così è per Maurizio Sain, Matteo Stefanutti, David Allegro, Lino Mazzolini, Moreno Caron, Riccardo Castellani e Nicolò Panciera di Zoppola Gambara, affiancati da consiglieri già in forze quali Baselli e Mazzolini, Matteo Delle Vedove, Gabriele Giacchetto, Agostino Listuzzi e Omar Maruccelli.
Il mandato del nuovo consiglio si apre con un ordine del giorno carico di problemi ormai annosi. Su tutti, come dicevamo all’inizio, la caduta libera del prezzo del latte. «L’allevamento delle bovine da latte sta nuovamente facendo i conti con un prezzo del litro di latte alla stalla crollato a 35 centesimi», denuncia Livoni evidenziando che sono troppo pochi anche solo per coprire le spese di produzione. Il differenziale tra il prezzo di un litro di latte alla stalla e quello che il consumatore trova sul banco frigo è abissale. In media si va oltre 1,30 euro, in molti casi anche oltre. A guadagnarci sono la rete distributiva e quella commerciale a discapito delle stalle. «Siamo ancora una volta alle prese con una dinamica speculativa messa in atto in particolare dalle grandi catene commerciali. L’obiettivo – conclude il neo-rieletto presidente – dev’essere quello di cercare di trattenere una maggior quota di valore aggiunto nelle stalle, che sono obiettivamente quelle che fanno i maggiori sacrifici e garantiscono la qualità del prodotto, ma che oggi non si vedono adeguatamente remunerato lo sforzo».
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In copertina, il neo-rieletto Renzo Livoni nella sua stalla di Merlana.
Undici novembre, ricorrenza di San Martino e, nelle campagne del Friuli, Giornata del Ringraziamento. Una tradizione che oggi si ripete puntuale, ma in tono minore, a Dolegna del Collio dove da parecchi anni ormai questa è la “festa delle feste”, perché abbinata a due famosi Premi: il Falcetto e la Foglia d’Oro, giunti rispettivamente alla 24ª e alla 19ª edizione. Riconoscimenti che, quest’anno, complice Coronavirus, non saranno assegnati, perché il Comune e la Coldiretti, rappresentati dal sindaco Carlo Comis e dal presidente sezionale Michele Buiatti, hanno deciso di soprassedere alla manifestazione nel rispetto delle prescrizioni anti-contagio. Per cui, alle 11, nella parrocchiale di San Giuseppe, che sorge accanto al Municipio, sarà reso omaggio al Vescovo di Tours (ma in Chiesa potranno accedere soltanto quaranta persone) e al termine sulla piazzetta seguirà la consueta benedizione delle macchine agricole.
Stamane, quindi, soltanto il rito religioso nella festa che si rinnova da 70 anni, mentre tutto il resto è necessariamente rinviato al 2021, quando dell’emergenza sanitaria – questo è l’auspicio di tutti – non resterà che un triste ricordo, pur tra gli innegabili contraccolpi economici che purtroppo si ripercuoteranno a lungo. La pandemia ha infatti causato, e continua a causare con la recrudescenza in atto, gravissimi anche all’agricoltura e in particolare al mondo della vite e del vino, essendo stato pesantemente colpito il settore della ristorazione.
Ed è un vero peccato che, per la prima volta, la festa per la consegna degli ambiti riconoscimenti sia stata cancellata. Perché l’attenzione del mondo agricolo non solo del Collio, ma anche del Friuli, è ogni anno calamitata dalla bellissima manifestazione della “piccola” Dolegna – un Comune di poco più di 300 residenti, tra il fiume Judrio e il confine con la Slovenia – che però diventa “grande” proprio con questa qualificata iniziativa. Come è noto, in tale circostanza, la Coldiretti di Dolegna, conferisce il Falcetto d’Oro e il Comune collinare la Foglia d’Oro, Premi assegnati a illustri personalità che hanno promosso l’agricoltura e la viticoltura e, in generale, la cultura rurale in regione, in Italia e nel mondo sui cui nomi, tradizionalmente, il riserbo rimane assoluto fino al momento della cerimonia. Negli ultimi anni, l’evento – sempre sostenuto da Civibank – ha acquisito un notevole spessore per aver insignito viticoltori, tecnici, giornalisti, ristoratori, istituti e associazioni, come quella vicinissima dello Schioppettino di Prepotto. Ricordiamo, infatti, che il Falcetto viene assegnato a chi, attentamente selezionato, ha valorizzato settore primario e territorio, come pure la Foglia viene attribuita a personaggi di chiara fama. Tanto per soffermarci sull’ultima edizione, quella appunto di un anno fa, il Premio della Coldiretti era andato al dottor Gabriele Di Gaspero, che opera al Centro di genomica applicata di Udine, i cui studi hanno dato un importante apporto per la creazione dei vitigni speciali, le cosiddette “viti resistenti”. Mentre il Premio istituito dal Comune di Dolegna era stato attribuito al consigliere regionale ed ex sindaco Diego Bernardis, per il suo instancabile impegno a favore della vite e del vino, nonché, appunto, per il rilancio e la valorizzazione della stessa Giornata del Ringraziamento.
Quest’anno, dunque, la parte “civile” dedicata ai riconoscimenti non ci sarà. Ma, come detto, il tutto sarà limitato soltanto alla Messa – per molti anni celebrata dal compianto arcivescovo Dino De Antoni – con la quale i credenti, esprimeranno gratitudine, per un’annata che, pandemia a parte, è andata bene e che regalerà grandi vini. «Anno bestiale, ma almeno abbiamo avuto una vendemmia speciale! Su col morale: non potrà piovere sempre», ha detto infatti Claudio Fabbro, presidente della Giuria che ogni anno assegna i Premi e impareggiabile animatore della festosa cerimonia. Ha ragione, prima o poi le cose si rimetteranno a posto. Ogni pestilenza ha avuto un inizio, ma anche una fine. E anche questa passerà. Arrivederci, allora, al San Martino 2021!
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In copertina, l’arcivescovo Redaelli alla benedizione dei trattori di due anni fa e qui sopra una foto ricordo della bellissima festa del 2019.
“Il contenimento della crisi economica ed il sostegno alle imprese sono vitali, dato che appare purtroppo ancora lontano il superamento dell’emergenza epidemiologica. In questo contesto, la Regione ha quindi ampliato l’operatività del Programma anticrisi Covid-19 a favore del comparto agroalimentare”. Lo ha annunciato l’assessore regionale alle Risorse agroalimentari, forestali, ittiche e alla montagna, Stefano Zannier, evidenziando che “sul sito istituzionale dell’Amministrazione regionale sono pubblicati i criteri, le modalità, la modulistica ed ogni altra indicazione utile alle imprese per richiedere aiuti, in base alla norma varata ad hoc dal Consiglio regionale lo scorso agosto, per realizzare progetti di investimento aziendale tramite una innovativa modalità di agevolazione che prevede l’erogazione, da parte del Fondo di rotazione in agricoltura, di finanziamenti per i quali la Regione può rinunciare, ad investimenti conclusi, a parte del rientro delle quote di ammortamento”.
Il meccanismo delle agevolazioni – informa una nota Arc – prevede che, in luogo di contributi già concedibili ai sensi di determinate leggi regionali, l’impresa possa optare per l’erogazione di un finanziamento agevolato godendo poi, al momento della sua restituzione, di uno “sconto” per un importo pari ai contributi stessi. “In pratica, se per l’investimento aziendale l’impresa ha la possibilità di richiedere una contribuzione pari al 40% della spesa sostenuta, nell’ambito del Programma anticrisi può scegliere di realizzare l’investimento ricorrendo ad un finanziamento agevolato a tasso zero per l’intero importo, del quale restituirà al Fondo il 60%, in un periodo massimo di 15 anni. Inoltre, va evidenziato che aderendo a questa iniziativa della Regione tutti i richiedenti otterranno il finanziamento del loro investimento garantendo, di fatto, la concessione del contributo”.
In base alla normativa, è la Giunta regionale a determinare le tipologie di investimenti alle quali applicare, in prima battuta, le nuove opportunità offerte dal Programma anticrisi, quindi l’Esecutivo Fvg ha scelto di individuare gli investimenti già oggetto di contribuzione attraverso la legge regionale 24/2019, con la quale è stata promossa la razionale utilizzazione dei territori montani e lo sviluppo di attività economiche in ambito agricolo e forestale.
“L’obiettivo è favorire la residenzialità dei giovani evitando l’abbandono e il conseguente dissesto idrogeologico delle aree montane e a questo scopo sono impiegate modalità e intensità di aiuti eccezionali che hanno riscosso un notevole consenso da parte delle imprese: sono infatti oltre 160 i progetti sin qui presentati in Regione – ha concluso Zannier -. Un centinaio di questi sarà nelle prossime settimane finanziato con la contribuzione ricorrendo alle disponibilità stanziate dal bilancio regionale. Per gli altri progetti è già possibile usufruire della nuova modalità di agevolazione tramite il Fondo di rotazione”.
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In copertina, scorcio della montagna carnica in un’immagine da Wikipedia.
Ci sono quasi 4 milioni di euro a disposizione degli agricoltori del Friuli Venezia Giulia per far fronte ai gravi danni subiti a causa della enorme diffusione, in certe zone, della ormai tristemente famosa cimice asiatica. Lo ha reso noto l’assessore regionale alle Risorse agroalimentari e forestali, Stefano Zannier, il quale ha evidenziato che si tratta del risultato dell’intesa raggiunta in sede di Conferenza Stato-Regioni per la distribuzione nei territori italiani interessati dal fenomeno della somma complessiva di 110 milioni di euro, destinata proprio agli indennizzi agli agricoltori. In Fvg sono state presentate 100 domande per l’accesso ai benefici a ristoro dei danni causati della diffusione dell’insetto infestante (Halyomorpha halys).
Stefano Zannier
La somma complessiva di 110 milioni di euro – come si legge in una nota Arc – verrà prelevata dal Fondo di solidarietà nazionale e sarà ripartita tra Friuli Venezia Giulia, Piemonte, Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna. Dei 3,68 milioni di euro effettivamente destinati alla nostra regione, 2,34 milioni potranno essere utilizzati nel 2020, 670mila euro nel 2021 e altrettanti nel 2022. Dopo la sigla dell’intesa tra il Governo e la Conferenza delle Regioni e il relativo riparto, il provvedimento dovrà ora essere approvato dal Consiglio dei ministri. Successivamente, lo stanziamento sarà a disposizione della Regione Fvg per l’assegnazione a coloro che hanno presentato richiesta di indennizzo.
L’assessore Zannier ha espresso soddisfazione per il risultato ottenuto a favore delle aziende agricole del Friuli Venezia Giulia che hanno patito gravi danni a causa della temutissima cimice. “Si tratta di un ristoro che era atteso da tempo dal nostro mondo rurale – ha aggiunto l’assessore -. Anche per questo, non appena il provvedimento avrà concluso il suo breve iter, la Regione applicherà procedure di pagamento rapidissime, con le quali poter andare incontro alle attese degli agricoltori rispetto alle richieste presentate, a fronte dei gravi danni arrecati dal fenomeno infestante.
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In copertina, esemplare di cimice asiatica: ai produttori presto gli indennizzi per i gravi danni subiti.
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