“A cena con il mais”, oggi a Mortegliano il nuovo libro di Germano Pontoni: un’occasione anche per festeggiare la Cucina italiana Patrimonio Unesco

(g.l.) “A cena con il mais – A Mortegliano un itinerario di sapori della tradizione lungo 30 anni” è il titolo del nuovo libro di enogastronomia – ne ha fatti veramente tanti! – curato da Germano Pontoni, maestro della cucina italiana. L’opera verrà presentata questa sera, 11 dicembre, alle 18.30, nella sala consiliare del Comune di Mortegliano. Con il sindaco Roberto Zuliani, che farà gli onori di casa, interverranno il presidente di “Blave i Mortean” Edi Gomboso, il ristoratore concittadino Ivan Andrea Uanetto del famoso ristorante Da Nando e, ovviamente, il curatore del volume. Nell’occasione, verrà proiettato un cortometraggio dal titolo “Blave di Mortean” a cura di Sergio Negro. Modererà l’incontro la giornalista Ria Bragagnolo.


L’incontro è stato organizzato dal Comune di Mortegliano e da Quattro Stagioni Aps e avviene in un momento particolare, davvero molto importante. Appena ieri, infatti, la Cucina italiana è stata proclamata ufficialmente dall’Unesco Patrimonio mondiale dell’Umanità, premiando così gli sforzi e l’impegno di quanti lavorano in questo affascinante settore. Come, appunto, Germano Pontoni la cui vita è stata spesa tutta a vantaggio della nostra cucina che, sapientemente e con efficacia, coniuga la tradizione, e quindi i preziosi insegnamenti del passato, con l’innovazione. Come dire che questo non è un settore statico, bensì in continua evoluzione. E l’impegno di Pontoni continua incessantemente, anche con la pubblicazione di questi preziosi testi che esaltano e valorizzano la cucina del nostro Friuli. Tutti gli dobbiamo essere grati!

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In copertina, il maestro di cucina Germano Pontoni; all’interno, la coltivazione del mais “oro” di Mortegliano.

Dopo il riconoscimento Unesco l’annuncio di Casa Artusi: ora nascerà un Osservatorio internazionale sulla cucina e il buon gusto italiano

La Cucina italiana è stata, dunque, iscritta – come riferiamo nei due articoli precedenti – nella Lista Rappresentativa del Patrimonio Culturale Immateriale dell’Umanità dell’Unesco con l’elemento denominato “Italian cooking, between sustainability and biocultural diversity” (“La cucina italiana tra sostenibilità e diversità bioculturale”). La decisione è stata assunta nel corso della XX sessione del Comitato intergovernativo per la salvaguardia del patrimonio culturale immateriale, riunito oggi a New Delhi, in India. La candidatura era stata promossa dal Governo italiano – attraverso il Ministero della Cultura e il Ministero dell’Agricoltura, della Sovranità alimentare e delle Foreste – su impulso di tre comunità proponenti: Fondazione Casa Artusi di Forlimpopoli, Accademia Italiana della Cucina e rivista “La Cucina Italiana”.
«Il riconoscimento Unesco alla Cucina Italiana Patrimonio immateriale dell’umanità – dichiara Andrea Segrè, presidente di Casa Artusi – è meritato. Da Pellegrino Artusi, il padre della cucina italiana moderna, questo patrimonio si è arricchito in biodiversità culturale e sostenibilità. Adesso, però, dobbiamo mantenerlo e per questo la Fondazione Casa Artusi annuncia proprio oggi la nascita dell’Osservatorio internazionale sulla cucina e il buon gusto italiano, istituito per monitorare e valorizzare al massimo questo patrimonio. Attraverso indagini, ricerche e rapporti, l’Osservatorio sarà strumento e opportunità concreta per comunicare in chiave nazionale ma anche internazionale i valori identitari della cucina italiana – gusto, salubrità, sostenibilità – così come per riflettere sulle sfide del nostro tempo intorno alla produzione e fruizione del cibo: dall’efficienza delle risorse al cambiamento dei modelli di consumo, ai valori etici e sociali legati alla tradizione alimentare mediterranea».

Il ruolo centrale di Casa Artusi – Fin dall’avvio del percorso, Casa Artusi è stata riconosciuta come uno dei motori della candidatura: la Fondazione, dedicata alla figura di Pellegrino Artusi, ha contribuito in modo determinante alla stesura del dossier per mano di Massimo Montanari, al coinvolgimento delle comunità della cucina di casa e alla messa a disposizione delle proprie esperienze didattiche e di ricerca sulla cucina domestica italiana.

Cosa significa essere Patrimonio culturale immateriale Unesco – Secondo la Convenzione UnescoO del 2003, per patrimonio culturale immateriale si intendono le pratiche, rappresentazioni, espressioni, conoscenze, saper fare che le comunità riconoscono come parte del proprio patrimonio.

Il dossier: cucina di casa, sostenibilità e diversità bioculturale – Il dossier presentato descrive la cucina italiana come un mosaico di tradizioni: un sistema di pratiche sociali, rituali e saperi che intrecciano biodiversità agricola, prodotti tipici, artigianato alimentare, mercati rionali, ricettari familiari e convivialità.

Un iter partito nel 2020 – Il percorso è iniziato nel 2020 e ha richiesto oltre cinque anni di lavoro. Nel marzo 2023 il Governo italiano ha presentato ufficialmente la candidatura. Il 10 novembre 2025 l’organo di valutazione Unesco ha espresso il parere favorevole che ha portato alla decisione adottata, appunto, oggi dal Comitato Intergovernativo.

Le altre cucine già riconosciute dall’Unesco – Tra le principali tradizioni gastronomiche già iscritte: la cucina tradizionale messicana (2010), il “pasto gastronomico dei francesi” (2010), il Washoku giapponese (2013) e la Dieta Mediterranea (dal 2010).

L’impegno futuro di Casa Artusi – Per Casa Artusi il riconoscimento rappresenta una responsabilità e un’opportunità per intensificare programmi di educazione alimentare, formazione, ricerca, documentazione e sviluppo di progetti di cooperazione nazionale e internazionale.

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In copertina, il presidente Andrea Segre davanti al ritratto del grande Pellegrino Artusi padre della cucina italiana moderna.

Cucina italiana Patrimonio Unesco: grande soddisfazione dell’Associazione Città del Vino. Radica: determinante un efficace gioco di squadra

(g.l.) «Esprimiamo soddisfazione per il riconoscimento di Patrimonio culturale immateriale ottenuto per la cucina italiana da parte dell’Unesco. E’ un risultato di grande prestigio, ottenuto in primis grazie all’impegno del Ministero guidato da Francesco Lollobrigida, e a un efficace gioco di squadra, possibile perché sono stati da subito evidenti i benefici che sarebbero arrivati dal raggiungimento di un traguardo così prestigioso»: è quanto ha dichiarato, appena appresa la importante notizia del riconoscimento mondiale, Angelo Radica, presidente dell’Associazione Nazionale Città del Vino, di cui fanno parte oltre 500 Comuni a vocazione vitivinicola. Fra questi, una quarantina sono quelli del Friuli Venezia Giulia.
«Città del Vino – ha aggiunto Radica – ha svolto un ruolo attivo nel percorso, un lavoro di impegno e promozione intrapreso dal ruolo, conferito dal ministro Lollobrigida, di “Ambasciatore della Qualità” della candidatura. Una nutrita delegazione di sindaci dell’Associazione era presente oggi 10 dicembre all’evento istituzionale che si è svolto a Roma, all’Auditorium Parco della Musica». Radica ha, infine, sottolineato che «lo spirito e l’approccio alla base della candidatura sono perfettamente in linea con la mission dell’Associazione Nazionale Città del Vino, profondamente convinta della centralità del legame tra produzione e cultura, tra sviluppo ed identità».

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In copertina, il presidente nazionale delle Città del vino Angelo Radica.

La Cucina italiana trionfa a livello mondiale: è la prima a essere proclamata dall’Unesco Patrimonio dell’Umanità. Il Governo: un riconoscimento che premia qualità e tradizione, una festa che appartiene a tutti perché valorizza il nostro modello identitario

di Giuseppe Longo

GORIZIA – Proprio una bella, anzi bellissima notizia! Quella che ci voleva in questi momenti difficili e pieni di rischi e incertezze.. La Cucina italiana – la maiuscola ci sta proprio tutta! – è stata dichiarata Patrimonio mondiale culturale immateriale dell’Umanità. Dopo il sì di un mese fa, quando la richiesta aveva ottenuto dall’Unesco il primo via libera verso il riconoscimento – l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Educazione, la Scienza e la Cultura aveva pubblicato la valutazione tecnica del dossier, raccomandando l’iscrizione nella Lista dei patrimoni immateriali – oggi è stata presa la decisione definitiva da parte del Comitato intergovernativo dell’Unesco che si è riunito in India, a New Delhi, per deliberare sulle nuove iscrizioni. Stamattina ero, a Gorizia nella sede di Ad Formandum, al tavolo della giuria di un importante concorso enogastronomico rivolto ai giovani del Friuli Venezia Giulia, il Gran Prix Flambè Amira, e quando è arrivata la notizia si è levato un calorosissimo applauso, a cominciare da Giacomo Rubini, il famoso maitre gradese appassionato regista della manifestazione. Segno che il pronunciamento Unesco era molto atteso!

IL PRIMATO – È la prima cucina al mondo ad avere ottenuto tale prestigioso riconoscimento. Si tratta, secondo l’Organizzazione planetaria, di una «miscela culturale e sociale di tradizioni culinarie», «un modo per prendersi cura di se stessi e degli altri, esprimere amore e riscoprire le proprie radici culturali, offrendo alle comunità uno sbocco per condividere la loro storia e descrivere il mondo che li circonda». Quello italiano figurava tra i 60 dossier in valutazione provenienti da 56 Paesi. L’Unesco, motivando la sua attesissima decisione, ha sottolineato che il cucinare all’italiana «favorisce l’inclusione sociale, promuovendo il benessere e offrendo un canale per l’apprendimento intergenerazionale permanente, rafforzando i legami, incoraggiando la condivisione e promuovendo il senso di appartenenza». Il cucinare è per gli italiani, «un’attività comunitaria che enfatizza l’intimità con il cibo, il rispetto per gli ingredienti e i momenti condivisi attorno alla tavola. La pratica è radicata nelle ricette anti-spreco e nella trasmissione di sapori, abilità e ricordi attraverso le generazioni. Essendo una pratica multigenerazionale, con ruoli perfettamente intercambiabili, la cucina svolge una funzione inclusiva, consentendo a tutti di godere di un’esperienza individuale, collettiva e continuo di scambio, superando tutte le barriere interculturali e intergenerazionali».
Nella decisione, si sottolinea anche come il dossier di candidatura, curato dal giurista Pier Luigi Petrillo, dimostra “gli sforzi significativi compiuti dalle comunità negli ultimi sessant’anni, in particolare da organismi rappresentativi chiave come la rivista La Cucina Italiana, l’Accademia Italiana della Cucina, la Fondazione Casa Artusi”. Con l’iscrizione della cucina italiana come patrimonio dell’Unesco, l’Italia conquista il record mondiale di riconoscimenti nel settore agroalimentare in proporzione al numero dei riconoscimenti complessivi ottenuti. Delle 21 tradizioni iscritte nella Lista dei patrimoni culturali immateriali, nove sono infatti riconducibili all’agroalimentare. Ecco le reazioni a caldo del Governo, a cominciare dal premier Giorgia Meloni per passare al ministro dell’Agricoltura, della Sovranità alimentare e delle Foreste, Francesco Lollobrigida, e al ministro del Turismo Daniela Santanché.

MELONI – «Siamo i primi al mondo ad ottenere questo riconoscimento, che onora quello che siamo, che onora la nostra identità. Perché per noi italiani la cucina non è solo cibo, non è solo un insieme di ricette. È molto di più: è cultura, tradizione, lavoro, ricchezza. La nostra cucina nasce da filiere agricole che coniugano qualità e sostenibilità. Custodisce un patrimonio millenario che si tramanda di generazione in generazione. Cresce nell’eccellenza dei nostri produttori e si trasforma in capolavoro nella maestria dei nostri cuochi. E viene presentata dai nostri ristoratori con le loro straordinarie squadre. È un primato che non può che inorgoglirci, che ci consegna uno strumento formidabile per valorizzare ancor di più i nostri prodotti, proteggerli con maggiore efficacia da imitazioni e concorrenza sleale. Già oggi esportiamo 70 miliardi di euro di agroalimentare, e siamo la prima economia in Europa per valore aggiunto nell’agricoltura. Questo riconoscimento imprimerà al Sistema Italia un impulso decisivo per raggiungere nuovi traguardi. Il Governo ha creduto fin dall’inizio in questa sfida e ha fatto la sua parte per raggiungere questo risultato, e ringrazio prima di tutto i Ministri Lollobrigida e Giuli che hanno seguito il dossier. Ma è una partita che non abbiamo giocato da soli. Abbiamo vinto questa sfida insieme al popolo italiano, insieme ai nostri connazionali all’estero, insieme a tutti coloro che nel mondo amano la nostra cultura, la nostra identità e il nostro stile di vita. Oggi celebriamo una vittoria dell’Italia. La vittoria di una Nazione straordinaria che, quando crede in sé stessa ed è consapevole di ciò che è in grado di fare, non ha rivali e può stupire il mondo».

LOLLOBRIGIDA – «Oggi l’Italia ha vinto ed è una festa che appartiene a tutti perché parla delle nostre radici, della nostra creatività e della nostra capacità di trasformare la tradizione in valore universale”. Così il Ministro dell’Agricoltura, della Sovranità alimentare e delle Foreste, Francesco Lollobrigida, commentando il riconoscimento dell’Unesco alla Cucina Italiana Patrimonio dell’Umanità. Questo riconoscimento celebra la forza della nostra cultura che è identità nazionale, orgoglio e visione. La Cucina Italiana è il racconto di tutti noi, di un popolo che ha custodito i propri saperi e li ha trasformati in eccellenza, generazione dopo generazione. È la festa delle famiglie che tramandano sapori antichi, degli agricoltori che custodiscono la terra, dei produttori che lavorano con passione, dei ristoratori che portano nel mondo il valore autentico dell’Italia. A loro e a chi ha lavorato con dedizione a questa candidatura va il mio più profondo ringraziamento. Questo riconoscimento è motivo di orgoglio ma anche di consapevolezza dell’ulteriore valorizzazione di cui godranno i nostri prodotti, i nostri territori, le nostre filiere. Sarà anche uno strumento in più per contrastare chi cerca di approfittare del valore che tutto il mondo riconosce al Made in Italy e rappresenterà nuove opportunità per creare posti di lavoro, ricchezza sui territori e proseguire nel solco di questa tradizione che l’Unesco ha riconosciuto come patrimonio dell’Umanità».

SANTANCHÈ – «L’Unesco celebra il modello identitario della cucina italiana. Esprimo la più profonda soddisfazione per il raggiungimento di un obiettivo storico: la cucina italiana è stata insignita del titolo di Patrimonio Immateriale dell’Umanità dall’Unesco. Si tratta, infatti, del riconoscimento mondiale di un modello culturale che è parte integrante della nostra identità nazionale e, allo stesso tempo, un asset strategico di grande rilevanza per il tessuto economico italiano. Il successo delle nostre eccellenze culinarie risiede in un apparato vincente e inossidabile in cui tutti gli elementi operano in sinergia. Il suo cuore è la convivialità e il valore sociale, che lega famiglie e comunità e che si unisce indissolubilmente alla ricchezza dei nostri territori, promuovendo la tutela dei prodotti locali».

UN MODELLO – Ma cos’è il Patrimonio Culturale Immateriale Unesco? E l’insieme di pratiche, rappresentazioni, espressioni, conoscenze e abilità che le comunità riconoscono come parte del loro patrimonio culturale. Non si tratta di oggetti, ma di tradizioni vive che si trasmettono di generazione in generazione. Il 23 marzo 2023, il Ministero dell’Agricoltura, della Sovranità Alimentare e delle Foreste e il Ministero della Cultura avevano lanciato la candidatura della Cucina Italiana a Patrimonio Immateriale dell’Umanità Unesco. La candidatura non riguardava un singolo piatto o una ricetta, ma un modello culturale condiviso, fatto di esperienze comunitarie, scelta consapevole delle materie prime, convivialità del pasto, trasmissione dei saperi alle nuove generazioni e rispetto delle stagioni e dei territori. La cucina italiana è la ‘cucina degli affetti’: trasmette memoria, cura, relazioni e identità, raccontando storie di famiglie e comunità attraverso il cibo. Riflette il legame tra paesaggi naturali e comunità, incarnando memoria, quotidianità e cultura dei territori. Comunità promotrici e partner sono stati l’Accademia Italiana di Cucina (1953), Fondazione Casa Artusi (2007) e la Rivista La Cucina Italiana (1929).

DIETA MEDITERRANEA – Il prestigioso riconoscimento ottenuto oggi in India dalla Cucina italiana segue quello, altrettanto importante, che ottenne esattamente quindici anni fa la Dieta Mediterranea. Il 16 novembre 2010 a Nairobi, Capitale del Kenya in Africa, il Comitato Intergovernativo della competente Convenzione Unesco aveva approvato, infatti, l’iscrizione della Dieta Mediterranea nella Lista del Patrimonio Culturale Immateriale, riconoscendo con questa definizione le pratiche tradizionali, le conoscenze e le abilità che sono passate di generazione in generazione in molti Paesi mediterranei fornendo alle comunità un senso di appartenenza e di continuità. Il riconoscimento del 2010 aveva così accolto la candidatura transnazionale di Italia, Spagna, Grecia e Marocco, che nel 2013 è stata estesa anche a Cipro, Croazia e Portogallo. Ricordiamo, al riguardo, che la Dieta Mediterranea è molto più di un semplice elenco di alimenti o una tabella nutrizionale. È uno stile di vita che comprende una serie di competenze, conoscenze, rituali, simboli e tradizioni concernenti la coltivazione, la raccolta, la pesca, l’allevamento, la conservazione, la cucina e soprattutto la condivisione e il consumo di cibo. Mangiare insieme è la base dell’identità culturale e della continuità delle comunità nel bacino mediterraneo, dove i valori dell’ospitalità, del vicinato, del dialogo interculturale e della creatività, si coniugano con il rispetto del territorio e della biodiversità.

Mirabilia 2025 invita in Calabria anche i cinque siti riconosciuti Unesco in Fvg con enogastronomia e turismo culturale

Ultimi giorni per le imprese che vogliono partecipare a Mirabilia 2025 (quest’anno la sede sarà Catanzaro Lido in Calabria), la doppia manifestazione che riunirà nuovamente operatori del turismo culturale e dell’enogastronomia d’eccellenza dei territori italiani che custodiscono patrimoni riconosciuti dall’Unesco. Per la sezione dedicata al turismo culturale le adesioni vanno inviate entro giovedì 11 settembre, mentre le imprese del settore food&drink dovranno iscriversi entro giovedì 4 settembre, attraverso i form disponibili sul sito della Camera di Commercio Pordenone-Udine, www-pnud.camcom.it

Mirabiilia durante l’edizione udinese.

La XIII Borsa internazionale del turismo culturale e la IX edizione di Mirabilia Food&Drink saranno ospitate a Catanzaro Lido il 13 e 14 ottobre prossimi: le aziende friulane, assieme a quelle degli altri siti Unesco italiani, si riuniranno con buyers internazionali e operatori economici selezionati, con l’obiettivo di creare nuove relazioni e favorire opportunità di business nei settori collegati alla valorizzazione dei siti tutelati e delle tradizioni enogastronomiche e di ospitalità locali.
La Camera di Commercio di Pordenone-Udine, tra i soci fondatori del network nazionale Mirabilia, rinnova dunque il suo impegno nell’accompagnare le imprese del territorio in questo percorso di crescita. L’iniziativa nasce proprio con la finalità di mettere in rete le economie che operano nei luoghi riconosciuti dall’Unesco – in Fvg Aquileia, Cividale, Palmanova, Dolomiti Friulane e Palù di Livenza – e che possono trarre nuove occasioni di sviluppo dalla promozione dei propri patrimoni storico-culturali con la forza di un network affiatato. Negli anni, Mirabilia è diventata una buona prassi anche a livello internazionale, unendo in un’unica piattaforma di promozione i valori culturali e paesaggistici con le eccellenze produttive e imprenditoriali.
«La nostra Camera di Commercio – sottolinea il presidente Giovanni Da Pozzo – crede fortemente nel ruolo che la promozione dei siti Unesco può avere come motore di crescita per le imprese. La Borsa Mirabilia, che in passato abbiamo ospitato anche a Udine, sarà un’occasione straordinaria per dare visibilità ai nostri territori e alle aziende che vi operano, aprendo nuove prospettive di internazionalizzazione».

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In copertina, Aquileia il primo sito Unesco riconosciuto in Friuli Venezia Giulia.

 

Dieta mediterranea Patrimonio Unesco ma poco conosciuta fra i giovani. A Gorizia oggi si parla della sua realtà Fvg

(g.l.) Pochi giorni fa, la “dieta mediterranea” ha festeggiato i 14 anni dal suo riconoscimento quale patrimonio culturale da parte dell’Unesco. E questo tipo di alimentazione salutare, divenuta Patrimonio dell’Umanità, sarà questo pomeriggio al centro di una importante iniziativa a Gorizia, città di confine che con Nova Gorica si prepara al grande evento 2025 di Capitale europea della Cultura. Alle 17.45, al Grand Hotel Entourage di piazza Sant’Antonio, ci sarà infatti un incontro dal titolo “La dieta mediterranea del Friuli Venezia Giulia” organizzato con un apporto sinergico di Club per l’Unesco di Udine, Regione autonoma Friuli Venezia Giulia, Io sono Friuli Venezia Giulia, Università degli studi di Udine, Quattro Stagioni – Associazione promozione sociale, L’Orto della Cultura, La Riviera Friulana e Iocivado – Associazione di promozione sociale. I vini sono offerti da Ca’ Lovisotto di Prepotto. Dopo gli indirizzi di saluto di Fabrizio Oreti, assessore alla cultura del Comune di Gorizia, del consigliere regionale Diego Bernardis, di Adriano Chinni, presidente del Club per l’Unesco di Gorizia, e Paolo Petiziol, presidente dell’Associazione culturale Mitteleuropa, seguiranno i vari interventi.

IL CONVEGNO – Dopo l’intervento introduttivo di Renata Capria D’Aronco, presidente del Club per l’Unesco di Udine, ci saranno quelli di Alessandro Lovato (Grand Hotel Astoria di Grado), Ugo Falcone (delegato per le scienze archivistiche e bibliografiche – Club per l’Unesco di Udine), Enzo Cattaruzzi, presidente del Club della minestra Fvg, Gianni Pistrini, presidente dell’Associazion Museo del Caffè di Trieste, Germano Pontoni, maestro di cucina e conduttore della degustazione finale, Edo D’Agaro, docente dell’Università di Udine, che trarrà le conclusioni dell’incontro, che fa seguito ad altre importanti iniziative che si sono tenute nei mesi scorsi.

LE ORIGINI – È il Cilento, in Italia, l’emblema di questa tradizione della dieta mediterranea, il luogo simbolo dello stile di vita Patrimonio dell’Umanità, dove lo studioso americano Ancel Keys, negli anni ’60, teorizzò i suoi studi sul mangiar sano all’italiana salvaguardando l’ecosistema. Quattordici anni dopo, cosa è rimasto, in Italia, di questa tradizione distintiva per il nostro Paese? Oggi i giovani non solo faticano a praticare la dieta mediterranea: spesso neppure la riconoscono, come testimonia la nuova indagine dell’Osservatorio Waste Watcher International “La Dieta Mediterranea in Italia: un’eredità di cui riappropriarsi”. Sembra effettivamente che nel nostro Paese non sia questo il modello nutrizionale di riferimento per le nuove generazioni. Solo il 23% dei giovani tra i 18 e i 24 anni – quasi uno su 4 – si allinea a questo stile alimentare, definendola però, imprecisamente, “un regime alimentare che prevede un consumo elevato di carne, pesce e latticini, con un ridotto apporto di carboidrati”. Va meglio in altre fasce anagrafiche, il 77% di chi ha fra 55 e 64 anni la riconosce come “uno stile di vita che include abitudini alimentari equilibrate, basate su olio d’oliva, cereali, frutta, verdura, pesce, carne moderata, e il rispetto della stagionalità e della biodiversità”.

GLI ANZIANI – Complessivamente, il 72% degli intervistati dimostra di avere una comprensione adeguata della dieta, ma a praticarla sono soprattutto i più anziani, che ne fanno quasi una regola di vita: la segue infatti l’85% di chi ha oggi 65 anni, o più, e il 71% afferma di praticarla “sempre” o “spesso”. Tuttavia, 1 italiano su 3 sembra seguirla a modo suo, affermando che la sua famiglia ha adottato “uno stile alimentare mediterraneo, con pasta e pizza”. D’altra parte, secondo l’Istituto Superiore di Sanità, solo il 5% della popolazione adulta italiana segue rigorosamente questo modello alimentare. La maggior parte (83,3%) presenta un’aderenza moderata) e solo il 4% degli intervistati si dichiara “attento alla sostenibilità”, dimostrando così una attenzione generalmente labile a un valore urgente del nostro tempo. Fra chi ha una definizione corretta della dieta mediterranea il 75% la segue regolarmente, contro il 60% di chi ne ha una percezione errata: una conoscenza precisa sembra quindi incentivare l’adozione di questo stile alimentare. Ma quali sono le ragioni di resistenza all’adozione della dieta mediterranea? Le principali barriere sono i costi elevati dei cibi freschi (42%) e la mancanza di tempo per predisporre i piatti (27%), indicazioni che salgono in modo significativo fra i giovani: è troppo costosa per il 50% dei 18-24enni e fa perdere troppo tempo per il 38% dei giovani. Ma ricerche condotte dal team Waste Watcher sul costo della spesa dimostrano che Il carrello settimanale della dieta mediterraneo costa ben 7,28 € in meno rispetto al carrello della dieta seguita degli italiani (46,27 euro vs. 53,55 euro). E in generale gli ingredienti freschi, come frutta e verdura di stagione, cereali, legumi e olio d’oliva, sono spesso più economici rispetto ai prodotti più elaborati. Mentre l’aspetto delle abitudini alimentari consolidate, che riguarda 1 italiano su 4 (il 26% degli intervistati) rappresenta un ostacolo sia per i più giovani sia per gli anziani, indicando una resistenza al cambiamento su entrambi i fronti generazionali.

LO STUDIOSO – «La perdita di un Patrimonio culturale e alimentare, qual è la dieta mediterranea, sarebbe un danno gravissimo per le future generazioni. Il contrasto all’impoverimento alimentare dei ceti socio-economici meno abbienti e di una parte delle giovani generazioni è la sfida che abbiamo davanti per promuovere stili alimentari sani e sostenibili – spiega l’economista triestino Andrea Segrè, fondatore della campagna Spreco Zero e direttore scientifico dell’Osservatorio Waste Watcher International –. L’indice di povertà assoluta nell’ultimo anno è passato in Italia dal 7,7 all’8,5% della popolazione e tocca ben 5,7 milioni di cittadini. Un dato che genera nelle famiglie meno abbienti una riduzione del 2,5% nella spesa reale (Istat), così le persone più vulnerabili sono spesso costrette a consumare solo alimenti di base o prodotti a buon mercato, spesso malsani. Garantire lo “ius cibi”, il diretto di tutti ad una alimentazione sana e sostenibile, significa oggi prevedere un serio investimento per ridurre le spese sanitarie derivanti dalle malattie causate da un’alimentazione scorretta». E conferma il coordinatore scientifico dell’Osservatorio Waste Watcher International, Luca Falasconi: «Per affrontare tutte le percezioni infondate, è fondamentale investire nell’educazione alimentare, chiarendo che la Dieta Mediterranea non solo è accessibile ma anche sostenibile. È cruciale fornire informazioni chiare e pratiche su come comporre pasti sani e sostenibili, per attrarre le nuove generazioni e rendere la dieta mediterranea un’opzione allettante. Ed è essenziale promuovere un punto d’incontro e uno scambio intergenerazionale. Gli anziani, custodi di tradizioni culinarie preziose, possono insegnare ai giovani l’importanza di un’alimentazione sana e delle pratiche gastronomiche tradizionali».

L’INDAGINE – Entrando nel dettaglio dell’indagine: le donne tendono a seguire la Dieta Mediterranea più fedelmente rispetto agli uomini, con consumi più alti di frutta e verdura. Il 24% delle donne consuma 11-15 porzioni settimanali di verdura, contro il 17% degli uomini, e il 21% delle donne consuma 11-15 porzioni di frutta, rispetto al 19% degli uomini. Gli uomini, invece, consumano più carne rossa e bevande alcoliche: il 49% degli uomini consuma 1-5 porzioni settimanali di alcol, rispetto al 42% delle donne.
E ancora: 1 persona over 65 su 4 (25%) consuma 11-15 porzioni di verdura a settimana, contro l’8% della fascia 18-24 anni. Per la frutta, il 29% degli anziani consuma 11-15 porzioni settimanali, rispetto al 9% tra i 25-34 anni. Anche il consumo di olio extravergine di oliva è più frequente tra le persone di età più avanzata, mentre il consumo di carne rossa svetta decisamente fra i giovani: il 27% degli under 25 consuma carne rossa settimanalmente, contro solo l’11% degli over 65. Anche i cluster geografici denotano differenze, e a sorpresa: mentre a nord-ovest, il 25% della popolazione consuma 11-15 porzioni di verdura settimanali, al Sud solo il 12% raggiunge questo livello. Nelle Isole, invece, il 24% degli abitanti consuma 11-15 porzioni di frutta fresca, più di quanto non accada al Nord-Est e al Centro (18%). Conta anche il cluster sociale, naturalmente: le persone che si autoincludono nel ceto medio e medio-basso seguono maggiormente le raccomandazioni rispetto al ceto popolare. Nel ceto medio, il 22% consuma 11-15 porzioni settimanali di verdura, rispetto al 18% del ceto medio-basso. Anche per la frutta fresca, il 22% del ceto medio consuma 11-15 porzioni settimanali, contro il 17% del ceto medio-basso. E i comportamenti alimentari si riverberano nello stato di salute generale delle persone: i normopeso e sottopeso tendono a consumare più frutta e verdura rispetto a quelle sovrappeso o obese. Tra gli obesi, solo l’8% consuma frutta in quantità adeguata e si registra un consumo più elevato di carne rossa, indicando una predilezione per alimenti calorici. D’altra parte, le statistiche confermano che nei 28 Paesi UE le donne e gli uomini della fascia di reddito più bassa hanno rispettivamente il 90% e il 50% di probabilità in più di essere obesi rispetto alle persone che percepiscono redditi più alti, accrescendo le diseguaglianze di salute.

L’EDUCAZIONE ALIMENTARE – Come promuovere l’adozione della dieta mediterranea? La misura più apprezzata è l’educazione alimentare nelle scuole (64%), sostenuta soprattutto dagli over 55 (73%). Seguono le campagne di sensibilizzazione sulla salute (46%), elemento di particolare interesse sono le indicazioni offerte dai giovani: la preferenza dei 18-24enni non va tanto alle campagne di educazione alimentare quanto – più di 1 giovane su 2, il 58% – all’adozione di etichette che possano aiutare il consumatore nella scelta dei prodotti più idonei per seguire una dieta sana. E quasi 1 giovane su 3 (il 27%) propone di tassare i cibi non salutari. Com’è noto, la Dieta Mediterranea ha una intrinseca efficacia antispreco, favorendo il recupero e riutilizzo del cibo. Fra il 2021 e il 2024 lo spreco alimentare domestico registra complessivamente una lieve riduzione per alcuni alimenti, in Italia: lo spreco medio settimanale della frutta passa da 32,4 grammi a 27,1 grammi, quello dell’insalata da 22,8 a 22,3 grammi settimanali. Una tendenza che può essere attribuita alla crescente sensibilizzazione pubblica. Ma è in lieve aumento lo spreco del pane fresco (da 22,3 a 24,1 grammi settimanali), così come per la verdura che sale da 22,2 a 24,6 grammi settimanali.

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In copertina e all’interno ecco gli alimenti tipici della dieta mediterranea.

Il Prosecco è soltanto Made in Veneto e Friuli Venezia Giulia: l’Unione Europea ha bloccato la menzione Prosek

di Giuseppe Longo

Il Prosecco può essere soltanto Made in Italy, cioè veneto e friulgiuliano. Parola dell’Unione Europea che, come abbiamo riferito l’altro giorno a proposito di un convegno al recente Vinitaly da parte del Consorzio Doc delle Venezie, ha licenziato, pubblicandole sulla Gazzetta Ue, le nuove norme che regolano le indicazioni geografiche dei vini. Quindi stop al termine Prosek sulle etichette croate o di qualsiasi altro Stato membro al fine di non ingenerare confusione fra i consumatori.

Luca Zaia

Entusiasta dell’attesissima svolta Ue il governatore del Veneto, Luca Zaia, il quale si è sempre speso per il successo delle “bollicine” protette da anni, oltre che dalla Docg di Conegliano e Valdobbiadene, anche dalla Doc interregionale Friuli Venezia Giulia-Veneto che fa leva sul nome geografico Prosecco, piccola località carsica in provincia di Trieste, storicamente nota per la produzione di questo vino ottenuto dal vitigno Glera. «Prosek dossier chiuso: questo nome – ha dichiarato infatti Zaia all’Ansa – è nostro e nessuno potrà mai utilizzalo in Europa come “menzione tradizionale” per indicare un vino che vuole solamente evocare le nostre bollicine, ma non ha nulla di veneto. Il nuovo Regolamento europeo sulle indicazioni geografiche Ig mette, quindi, la parola fine a una sgradevole vicenda e questo risultato è frutto di una grande lavoro di squadra tra istituzioni, associazioni di categoria e consorzi che in tutte le sedi hanno difeso non solo un brand, ma un vino che esprime la storia e l’identità del Veneto». E pure del Friuli Venezia Giulia, ci pare logico osservare, perché proprio in questa regione si trova la citata località di Prosecco, del cui nome ha potuto beneficiare l’intero Veneto “disegnando” una Doc fra le più vaste d’Italia, dopo quella del Pinot grigio che riunisce anche i produttori del Trentino.
«Ci tengo anche a ricordare – prosegue il governatore trevigiano sempre nel commento rilasciato all’Agenzia giornalistica – che Prosek è un nome che ci appartiene. C’è una riserva del nome con un decreto del 2009 che firmai quand’ero ministro, riconosciuto dall’Europa, e c’è il pronunciamento dell’Unesco che, nel 2019, ha dichiarato Patrimonio dell’Umanità le Colline del Prosecco di Conegliano Valdobbiadene. Ma c’è pure una motivazione storica: le prime citazioni del nome “Prosecco”, con riferimento al vino, risalgono infatti al XIV secolo, ed esiste una cartina geografica storica in cui la città di Prosecco, situata poco a occidente di Trieste, è denominata Proseck, in ragione dell’assoggettamento, in quel periodo storico, dell’area al dominio asburgico».

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In copertina, grappoli di Glera il vitigno che dà origine al Prosecco: qui sopra, la omonima località carsica.

Caffè, Trieste si gemella col Brasile aderendo alla candidatura Unesco

Sarà all’insegna del caffè e della conferma della lunga tradizione triestina in questo settore l’appuntamento, aperto al pubblico, che si terrà domani pomeriggio, 26 ottobre, con inizio alle ore 16, nella sala Maggiore della Camera di Commercio, al primo piano dello storico Palazzo della Borsa, e che avrà il suo momento centrale nella cerimonia di gemellaggio fra l’Associazione Museo del Caffè di Trieste e il grande Museu do Cafe di Santos, in Brasile. Cerimonia che vedrà come “attori” principali i vertici dell’associazione triestina e dell’importante istituzione culturale brasiliana rappresentata dal direttore esecutivo del “Museu” Alessandra Almeida, alla presenza anche di rappresentanti diplomatici dell’Ambasciata del Brasile a Roma e del Consolato Generale di Milano nonché dell’Amministrazione municipale triestina e della Regione Friuli Venezia Giulia, mentre il prefetto Annunziato Vardè ha dato il proprio ufficiale patrocinio all’iniziativa.
E mentre il gemellaggio fra le due realtà culturali vorrà sottolineare l’intento di ogni possibile maggior collaborazione reciproca, le presenze istituzionali saranno a ribadire tutta l’importanza di quel rapporto di lunga data fra Brasile e Trieste che contribuì non poco a fare della città una delle principali “capitali del caffè” a livello mondiale. Un rapporto che già nell’ormai lontano 1977 trovò una sua formale “consacrazione” nel gemellaggio fra le città di Trieste e di Santos (stabilito con delibera consiliare del Comune di Trieste e quindi suggellato con apposita cerimonia nella città-porto brasiliana, il 13 marzo 1978, dagli allora sindaci Marcello Spaccini e António Manoel de Carvalho).
Nel corso dell’incontro, come detto aperto a tutti i cittadini interessati, ci sarà anche una relazione dello studioso Bruno Vajente sui rapporti commerciali Trieste-Brasile e verrà proiettato un inedito cortometraggio degli anni ’70 sulla movimentazione del caffè brasiliano nel Porto di Trieste.
In questo ottobre triestino contrassegnato da numerosi importanti eventi legati al caffè, il gemellaggio di mercoledì costituirà un momento di particolare significato, nell’auspicio della continuità di un fondamentale ruolo commerciale e di una storia civile e imprenditoriale della città.

Preziosi reperti all’ente camerale.

Intanto, anche l’Associazione Museo del Caffè di Trieste ha convintamente aderito all’iniziativa per la candidatura all’Unesco del “rito del caffè espresso italiano quale patrimonio immateriale dell’umanità”, rilanciata nel corso di un’apposita riunione in sede ministeriale romana, tenutasi ai primi di settembre al Ministero per le Politiche Agricole, Alimentari e Forestali.
L’associazione Museo del Caffè di Trieste, il cui prioritario fine sociale è appunto la costituzione, in accordo con le Istituzioni cittadine, di un Museo degno di questo nome, dedicato alle testimonianze, oggetti, reperti e molteplici connessioni che hanno profondamente legato da secoli la “nera bevanda” alla storia, cultura ed economia di questa città emporiale, e perciò in grado di essere un “grande attrattore” di vaste attenzioni di turisti, curiosi, studiosi e appassionati del ramo, non poteva non essere in prima linea in questa azione congiunta e coordinata fra le più importanti realtà caffeicole del settore, nell’intento di fare di Trieste, ancora una volta – e in questo caso nell’ambito della più ampia candidatura nazionale all’Unesco – un “centro” di primaria importanza per tutto ciò che ruota attorno al “prezioso chicco”.
All’incontro all’Antico Caffè San Marco, che, in non casuale concomitanza con la “Giornata Internazionale del Caffè”, ha segnato di fatto l’avvio triestino della campagna di promozione di “Caffè patrimonio Unesco”, l’adesione dell’Associazione Museo del Caffè di Trieste è stata ribadita dal responsabile stampa dell’Amdc Fulvio Sabo che, portando il saluto del presidente Gianni Pistrini e del “vice” Doriano Simonato impossibilitati a presenziare, ha sottolineato l’opportunità di una iniziativa coordinata a livello nazionale, per la maggior forza della candidatura, pur mantenendo ben evidenti le diverse peculiarità nel modo di fare e di “vivere” il caffè, a seconda delle diverse appartenenze territoriali e culturali; esempio classico Napoli e Trieste, che però in occasioni come questa dovrebbero appunto “marciare” affiancate.
In apertura della presentazione della campagna, che si estrinsecherà nella raccolta di decine di migliaia di firme di cittadini e adesione di istituzioni in tutte le città d’Italia, allo scopo, come detto, di raggiungere l’ambizioso e non facile obiettivo della candidatura all’Unesco, sono intervenuti i due maggiori “promotori” triestini dell’iniziativa, il presidente dell’Associazione Caffè Trieste Fabrizio Polojaz e il presidente del Gruppo Italiano Torrefattori di Caffè (che raccoglie i ben 743 torrefattori d’Italia !), il triestino Omar Zidarich. Polojaz, che è anche coordinatore della cosiddetta “comunità emblematica” triestina, che organizza tutte le realtà caffeicole cittadine che partecipano allo sforzo comune per la candidatura Unesco, ha illustrato alcuni semplici ma efficaci “strumenti” divulgativi della campagna, in primis la bella brochure intitolata “Il viaggio del Caffè” che spiega in poche paginette tutto o quasi del magico chicco (le origini, la pianta, le qualità più famose, fino al trasporto, tostatura, confezionamento, miscelazione e modi diversi di degustazione, ivi comprese le famose “particolarità” triestine in questo campo), per concludere che un mezzo importante della candidatura sarà «far capire a tutti che il caffè, secondo la nostra visione triestina e italiana, non è solo una bevanda, pur pregiata, ma è prima di tutto un’arte, un modo di essere, un’occasione per stare assieme, un simbolo insomma dell’”italian way of life”».

Il presidente Gianni Pistrini.


Omar Zidarich dal canto suo ha illustrato il progetto e la particolare “Carta dei Valori del Rito del Caffè Espresso Italiano” che è a fondamento della candidatura: una vera e propria dichiarazione di intenti e di ideali che pone alla base di tutta l’”operazione” concetti come Socialità (del caffè), Solidarietà e Uguaglianza (il caffè è per sua natura “interclassista” e solidale, basti pensare alla pratica napoletana del “caffè sospeso”) e poi Identità (torna qui il concetto del “modo di vivere italiano”), Universalità e Inclusività, ma anche Tradizione, Ritualità (spesso un vero e proprio culto che si pratica, seguendo antiche regole, anche negli spazi domestici), Creatività e Sostenibilità (con obiettivi da indicare e da perseguire sia per quanto riguarda la difesa dell’ambiente sia per la tutela dei lavoratori delle piantagioni). Su questi cardini morali e sociali si vuole basare la proposta italiana per la candidatura all’Unesco del “rito del caffè espresso italiano quale patrimonio immateriale dell’umanità”.
A sostegno della candidatura, e quindi delle specifiche iniziative triestine per il raggiungimento dell’obiettivo, sono quindi intervenuti il vicesindaco di Trieste, Serena Tonel, per esprimere l’adesione e il fattivo supporto del Municipio e il sindaco di Sgonico, Monica Hrovatin, che ha ricordato come nel suo pur piccolo territorio comunale siano insediate ben tre aziende caffeicole, a testimonianza della grande importanza che questo peculiare settore riveste per l’economia dell’intera nostra provincia.
Da segnalare che le firme di adesione della cittadinanza potranno venir raccolte sia “fisicamente” sui moduli distribuiti in diversi bar e caffè della città, sia online sul sito www.ritodelcaffe.it. Per quanto riguarda ancora la Amdc va rilevato che l’associazione Museo del Caffè sarà presente e partecipe anche ai diversi successivi eventi previsti in materia nel mese di ottobre quali la fiera Triestespresso Expo e il Trieste Coffee Festival, altrettante importanti occasioni in più per ribadire e rafforzare la candidatura. Con l’occasione si ricorda infine che il neo-inaugurato “Magazin de cafè” di via Aldo Manuzio 10 B, piccolo e curioso angolo di chicche caffeicole curato dall’Amdc, è visitabile su prenotazione telefonando al 368.435343 (info: www.amdctrieste.it).

Il rito giornaliero del caffè.

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In copertina, l’adesione di Trieste, “città del Caffè”, alla candidatura Unesco del rito quale Patrimonio immateriale dell’Umanità.

Brda-Collio, il rilancio della Ribolla nel ricordo del “padre” Miro Simcic

(g.l.) In sloveno si scrive Brda, in italiano Collio. Cambiano soltanto la grafia e la pronuncia del nome, ma l’area pedoclimatica e il “terroir” sono  i medesimi, a cavallo di una linea di demarcazione politica che esiste soltanto sulla carta geografica, ma che di fatto non c’è più. Un’area contraddistinta da una viticoltura d’eccellenza, candidata a divenire Patrimonio mondiale dell’Umanità sotto l'”ombrello” Unesco e che ha un progetto comune di rilancio dei suoi inimitabili vini, a cominciare dalla Ribolla gialla. Un impegno che sarà portato avanti nel ricordo del “padre” di questo importante vitigno autoctono di quest’area, Zvonimir Simcic, figura emblematica della cooperazione vitivinicola fra l’Italia e la Slovenia, ricordato venerdì a Castel Dobra, Dobrovo nella lingua d’oltreconfine, località contermine con Dolegna del Collio. Con sullo sfondo quel grande appuntamento, con sicuramente importanti ricadute nelle regioni contermini, che fra tre anni vedrà insieme il capoluogo Nova Gorica e la nostrana Gorizia nel progetto Città europea della Cultura.

«L’iniziativa che celebra il centenario della nascita di Zvonimir Simcic rappresenta una tappa fondamentale del percorso che Slovenia e Friuli Venezia Giulia hanno intrapreso assieme per il riconoscimento Unesco del Brda-Collio. Una candidatura importante in cui la nostra Regione, le amministrazioni comunali direttamente interessate, gli imprenditori, le comunità locali si stanno impegnando con convinzione e tenacia», ha affermato l’assessore alle Attività produttive e al Turismo, Sergio Emidio Bini, che, in rappresentanza del governatore Massimiliano Fedriga, ha partecipato al Castello di Dobrovo alla cerimonia dedicata proprio al “padre della Ribolla gialla”, per molto tempo direttore generale della Cantina sociale del Medot, nella Goriška Brda. All’evento, di spessore internazionale, sono intervenuti anche il presidente della Repubblica di Slovenia Borut Pahor e il ministro italiana delle Politiche agricole, alimentari e forestali Stefano Patuanelli. C’erano anche l’ambasciatore italiano a Lubiana, Carlo Campanile, l’ambasciatore sloveno a Roma Tomasz Kunstelj, il console generale a Capodistria Giovanni Coviello e, tra gli altri, il sindaco di Gorizia Rodolfo Ziberna.


«Se è vero che la storia del Novecento ha tracciato confini e opposto diverse visioni politiche, è ancor più vero – ha sottolineato Bini – che oggi ci ha riuniti l’Europa, nata proprio per contrastare ogni tentativo di divisione e di ostacolo. Imprenditori come Simcic e la sua famiglia hanno compreso con lungimiranza la necessità di leggere questo territorio come un’unica identità, mettendo a fattor comune un prodotto speciale e distintivo come il vino, frutto di conoscenze centenarie e di grande passione. Una visione che si fonda sulla transnazionalità tipica di questo territorio e matrice dello spirito con cui Miro Simcic – ha rimarcato l’esponente della Giunta Fedriga – ha interpretato il suo ruolo di cultore ed imprenditore del vino qui, in questo contesto particolare, fatto di colline, di venti, di influssi marini che non conoscono confini. La sua storia non si limita solo a un vitigno, a un metodo di vinificazione o a un’azienda straordinaria, ma rappresenta soprattutto un modello di imprenditorialità che si fonda sulla collaborazione e sulla valorizzazione delle comuni eccellenze come testimoniato dai tanti maestri del vino italiani protagonisti del bel documentario realizzato per valorizzare l’eredità che ha lasciato a tutti noi. Collaborazioni che, infatti, annoverano legami con altri nomi eccellenti del mondo enologico quali Jermann, Felluga, Collavini, per citarne alcuni, e che sono la dimostrazione dell’unicità del Brda-Collio: un paesaggio, un terroir, un clima, una tradizione fondiaria che – ha concluso l’assessore regionale Bini – rendono indistinguibile quest’area tra Italia e Slovenia».

Nel corso della cerimonia, durante la quale il presidente Pahor ha scoperto una targa proprio a ricordo di Zvonimir Simcic, nello storico Castello è avvenuto un incontro bilaterale fra il ministro italiano Stefano Patuanelli e l’omologo sloveno Josže Podgoršek. Diversi i punti al centro dell’incontro, dalle possibili azioni comuni per sostenere il settore vitivinicolo, alle opportunità di collaborazione transfrontaliera, alla gestione delle foreste e delle risorse ittiche dell’Adriatico, fino alle questioni legate all’etichettatura alimentare. La valorizzazione dei vitigni transfrontalieri è stata la prima questione al centro del vertice. Patuanelli, nell’evidenziare l’importanza che assume la cultura vitivinicola della zona, e la necessità di sviluppare ulteriormente il turismo enologico, ha proposto al collega sloveno di presentare una candidatura comune per inserire il territorio del Brda-Collio nel patrimonio mondiale dell’Unesco.
Quanto al tema dell’etichettatura alimentare, il ministro Patuanelli ha sottolineato di confidare su un’evoluzione della posizione slovena sulle etichettature dei prodotti alimentari, alla luce delle perplessità sollevate da entrambi i Paesi sul sistema Nutriscore, a favore della proposta italiana del NutrInform battery fronte pacco. Da parte slovena si è concordato sul fatto che i sistemi europei di etichettatura devono costituire uno strumento informativo più completo possibile che consideri anche le abitudini e le tradizioni alimentari nei vari Paesi, senza penalizzare i prodotti tipici.
Sul tema, invece, della gestione della pesca e delle foreste, il ministro italiano ha evidenziato le tre “gambe” della sostenibilità: ambientale, economica e sociale. Infine, nel corso dell’incontro, si è affrontata la questione legata all’ipotesi di sottoscrivere un “memorandum of understanding” per il settore vitivinicolo, nell’ottica della promozione congiunta, e su cui le parti si sono impegnate a riaggiornarsi.

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In copertina, Zvonimir Simcic di cui ricorrono i cent’anni della nascita; all’interno, alcune immagini della cerimonia al Castello di Dobrovo, con lo scoprimento della targa in onore del grande imprenditore vitivinicolo, la bilaterale con il ministro italiano Stefano Patuanelli e vigneti della zona circostante.

(Foto Cantina Medot,  Arc e Mipaaf )

 

Tutti soddisfatti per “Calici di stelle”. E ora è già in arrivo un’altra proposta

(g.l.) «Un’edizione record con 20 Città aderenti, 22 serate e oltre 200 cantine partecipanti. Ma la nostra estate non finisce qui, visto che stiamo per lanciare un nuovo format che unirà opera lirica e teatro con visite alle cantine». Più che soddisfatto il coordinatore delle Città del Vino del Friuli Venezia Giulia, Tiziano Venturini, al termine della lunga maratona di “Calici di stelle 2021” che partita il 31 luglio sul Ponte dello Schioppettino, con Dolegna del Collio e Prepotto, si è conclusa venerdì con le serate di Buttrio e Clauiano, dopo aver fatto tappa in tanti Comuni di tutta la regione, tra i quali, per la prima volta, a Cividale, dove si è tenuta la “due giorni” curata direttamente dal Movimento turismo del vino Fvg. E anche la sua presidente Elda Felluga si è detta entusiasta di come sono andate le cose nella città ducale, dove con i vini e le eccellenze gastronomiche si è fatto festa al decimo anniversario del riconoscimento Unesco che consacra l’antica Forum Iulii, con il suo prezioso Tempietto longobardo, quale Patrimonio mondiale dell’Umanità.


«Molto suggestiva – ha detto Elda Felluga – la cornice del chiostro di San Francesco, nella quale, dopo le quattro gocce di pioggia all’avvio della manifestazione, tutto è andato per il meglio con una bella presenza e nessun problema con il Green pass che entrava in vigore proprio la seconda serata: tutti sono stati collaborativi! Il tempo è stato dalla nostra parte e molto soddisfatti sono rimasti sia il pubblico che i produttori di questa magica “notte di mezza estate” all’insegna della qualità». Diciotto le aziende vitivinicole presenti: Arzenton, Bon Sabrina, Bulfon, Cantina Puntin, de Claricini, Dorigo, Elio Vini, Ferrin Paolo, Grillo Iole, Il Roncal, La Magnolia, Le Due Torri, Parovel Vigneti Oliveti 1898, Rocca Bernarda, Scarbolo Sergio, Spolert Winery, Torre Rosazza e Villa Russiz. Ampio spazio anche quello dato alla gastronomia con le proposte di Al Fortino, Pizzeria Flôr 2020, Savors il Laboratorio del Gusto, Prosciuttificio Morgante e Olio Ducale. Ricordiamo che l’iniziativa è stata realizzata grazie alla proficua collaborazione di Mtv-Fvg con il Comune di Cividale che proseguirà anche nei prossimi mesi: a dicembre, infatti, nel chiostro di Santa Maria in Valle, sede della Vetrina del Territorio allestita proprio dalla civica amministrazione, sono previste le premiazioni del 22° Concorso internazionale “Spirito di Vino” che raccoglie annualmente le più belle e graffianti vignette satiriche sul tema enologico realizzate da artisti di tutto il mondo.

Bilancio, dunque, ottimo per questa edizione che già si annunciava come quella dei record, per l’alta adesione delle Città del vino. Insomma, una nuova scommessa vinta sulla strada della ripartenza dopo i pesanti danni inferti anche al settore vitivinicolo dal Coronavirus. E ora via a un’altra iniziativa, come annunciato da Tiziano Venturini, che unirà l’opera lirica e il teatro con le visite alle cantine. Ma, nell’attesa di conoscere meglio questa nuova proposta, ricordiamo le Città del vino che hanno dato vita a “Calici di stelle 2021” e che, oltre alle cinque citate all’inizio, sono Capriva del Friuli, Camino al Tagliamento, Premariacco, Duino Aurisina, Povoletto, San Giorgio della Richinvelda, Sequals, Aquileia, Bertiolo, Casarsa della Delizia (dove sono stati grandi protagonisti gli spumanti appena premiati al concorso regionale “Filari di Bolle”), Gradisca d’Isonzo, Corno di Rosazzo, Cormòns e Latisana.

Le 26 Città del Vino aderenti in Friuli Venezia Giulia sono in ordine alfabetico Aquileia, Bertiolo, Buttrio, Camino al Tagliamento, Capriva del Friuli, Casarsa della Delizia, Chiopris Viscone, Cividale del Friuli, Cormons, Corno di Rosazzo, Dolegna del Collio, Duino Aurisina, Gorizia, Gradisca d’Isonzo, Latisana, Manzano, Moraro, Nimis, Povoletto, Premariacco, Prepotto, San Giorgio della Richinvelda, Sequals, Trivignano Udinese, Torreano e la nuova entrata Palazzolo dello Stella. In più anche la Pro Loco di Casarsa della Delizia è membro dell’Associazione nazionale e altre Pro Loco stanno per aderire.

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In copertina, una bella tavolata a Corno di Rosazzo; all’interno, Lisa Rossi con Demis Ermacora e Tiziano Venturini; Elda Felluga; la prima serata a Cividale e il brindisi inaugurale sul Ponte dello Schioppettino.