Tagliamento il “re dei fiumi alpini” un patrimonio naturalistico da difendere

(g.l.) Tagliamento, l’unico grande fiume alpino che continua a scorrere nel suo “letto” naturale, attraversando con regime torrentizio le valli della Carnia, l’Alto Friuli, le campagne dello Spilimberghese e del Codroipese, fino ad arrivare, placido, a Latisana – che però non ha dimenticato la terribile alluvione degli anni Sessanta – e quindi sfociare nel mare Adriatico. Un immenso e ineguagliabile patrimonio naturalistico che deve essere salvaguardato con tutte le energie. È  quanto si prefigge anche il Comitato pro Tagliamento in Unesco che proprio per oggi, alle 17, ha organizzato una manifestazioen dal titolo “Salvin la meravee dal Tiliment nasût libar pai nestris nevôts”. L’incontro si terrà nella sede dell’Accademia Città di Udine, in via Anton Lazzaro Moro 18, nel capoluogo friulano. Con il presidente del Comitato Cristian Fior, interverranno il suo vice Lucio Tonelli, il consulente Giovanni Sergio Pascoli, il segretario Giorgio Vello e il portavoce Luca Campanotto. Collabora alla importante iniziativa il Club per l’Unesco di Udine, presieduto da Renata Capria D’Aronco.
Il Tagliamento, come è noto, è il più importante fiume dell’intero Friuli Venezia Giulia con una lunghezza di 170 chilometri ed un bacino di quasi 3 mila chilometri quadrati.  È  considerato – come dicevamo all’inizio – l’unico fiume dell’intero arco montano, ed uno dei pochi in Europa, a conservare quasi ovunque l’originaria morfologia, tanto da essere definito per il suo ecosistema il “re dei fiumi alpini”. Il fiume nasce nei pressi del Passo della Mauria, nel Comune di Lorenzago, in provincia di Belluno. Inizialmente scorre nel Cadore, per poi scendere per la Carnia. Quindi attraversato tutto il Friuli sfocia nel mare tra Lignano Sabbiadoro e la veneta Bibione.

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In copertina, il fiume Tagliamento che lasciato l’Alto Friuli scende nella pianura friulana fino a sfociare nel mare Adriatico.

LA RICETTA – “Blecs cul gjal” ovvero maltagliati con il sugo di gallo

di Roberto Zottar

Il gallo è un animale il cui uso è raramente previsto nei ricettari locali anche se le macellerie del Friuli Orientale lo propongono in inverno, mentre nel Pordenonese è una carne più prettamente estiva. Il l° agosto, i Celti celebravano la solennità Lughnasadh, dedicata al dio sole, Lug, e con l’affermarsi del Cristianesimo  questo giorno divenne la festa del raccolto. I riti arcaici prevedevano il sacrificio di un’incarnazione animale dell’anima del grano per propiziare  un raccolto copioso l’anno successivo. La commemorazione si è trasformata nel tempo nelle campagne del Friuli Occidentale in festa maschile, la Festa degli uomini, all’inizio d’agosto, con il sacrificio del “gal de semensa”.
Un tempo in campagna si preservavano per la perpetuazione della specie alcuni galletti provenienti dalle covate del nuovo anno e, di questi, il più valido veniva conservato a fini procreativi con il nome di gal de semensa” che, vecchio, in occasione della Festa degli uomini, veniva cucinato in umido e offerto al capo famiglia come allusivo rito propiziatorio. La memoria di tale usanza si perde nel tempo, da più generazioni, come confermato dalle testimonianze orali degli abitanti dello Spilimberghese, della Pedemontana e della bassa Pordenonese.
Nel Friuli orientale, invece, con il benessere degli inizi degli anni Cinquanta la gente comincia a frequentare sempre di più i locali pubblici specialmente nei i fine settimana. Una storica trattoria nata a fine Ottocento nella località Blanchis a Mossa, per soddisfare il crescente numero di clienti,  prova a preparare  qualche nuovo piatto invernale e comincia a proporre iblecs cul gjal, ovvero maltagliati con il gallo, rispolverando i blecs della tradizione e riuscendo a convincere i clienti che raramente si discostavano da minestrone, gulasch e trippe. Lentamente il piatto si è poi diffuso in tutto il Collio diventando una pietanza oggi tipica.

Procedimento:
Per il sugo serve un gallo, possibilmente vecchio e ruspante, tagliato a pezzi, leggermente infarinato e soffritto poi con olio, cipolla, aglio, alcune fette di lardo, carota, rosmarino, timo, maggiorana, sale e pepe. Si sfuma con vin bianco e si porta a lenta cottura con brodo. Il sugo ridotto al passaverdura viene eventualmente ristretto sul fuoco. Per i blecs impastate 8 hg di farina con 3 uova intere, 4 tuorli, un cucchiaio d’olio e un po’ d’acqua tiepida. Dopo il riposo stendete la pasta non troppo sottile e tagliatela a quadri irregolari con la rotella dentata. La pasta va lessata in acqua salata bollente e poi condita con il sugo di gallo.

Vino:
Un buon Refosco dal peduncolo rosso delle nostre Doc, sia di collina che di pianura.
Buon Appetito!

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In copertina, il piatto “Blecs cul gjal” oggi molto diffuso in tutto il Collio.