Pinot con un tocco di Refosco, ecco Rame il nuovo gioiello della famiglia Collavini

Collavini presenta l’annata 2021 di Rame, un vino nato da uve di Pinot e Refosco dal peduncolo rosso che vuole interpretare la tradizione friulana del bianco ramato in chiave internazionale. Questo approccio distintivo caratterizza da sempre la filosofia della storica azienda vitivinicola di Corno di Rosazzo che si propone di coniugare la cultura del territorio a uno spirito più cosmopolita.

Manlio Collavini con i due figli.

Sin dai tempi della Repubblica Serenissima di Venezia si documenta la vinificazione a contatto con le bucce, processo che permetteva al vino di ottenere un caratteristico colore ramato. Una tecnica rappresentativa di una zona specifica, il Triveneto, con un fondamentale centro di produzione nella regione Friuli. Un’interpretazione testimone del tempo che, con il successo della vinificazione in bianco della varietà, rischiava di scomparire e che attraverso l’operazione di riscoperta portata avanti dalle aziende vitivinicole locali, come Collavini, ha visto la sua rinascita.
«Rame rappresenta il nostro omaggio alle tradizioni enologiche del Friuli – spiega Luigi Collavini, titolare dell’azienda assieme al fratello Giovanni e al padre Manlio –. Tutto è iniziato con l’annata 2020, che ha assunto il ruolo da apripista nel raccontare tre anni intensi, densi di prove e sperimentazioni, che ci hanno portato a trovare quello che riteniamo essere un equilibrio perfetto per il nostro primo rosé. Questo vino nasce dalla stessa filosofia dei suoi fratelli maggiori, il MoRe e il BiancoCollavini, e segue la strada da loro tracciata nell’unire una varietà autoctona a un’uva internazionale. Oggi con Rame 2021 continuiamo a portare nel bicchiere le usanze del territorio, abbinate alla finezza e all’eleganza che hanno accompagnato sin dall’inizio la nostra visione nel mondo enologico».
Dopo un’attenta selezione durante la vendemmia settembrina, Rame prosegue la sua evoluzione con la macerazione del Pinot sulle bucce a contatto con il mosto, un processo essenziale per dare il caratteristico colore che ricorda le sfumature del metallo da cui il vino prende il nome. Le nuances ramate sono esaltate anche da un tocco di Refosco dal peduncolo rosso, le cui uve vengono raccolte in cassetta per evitare il minimo ammostamento, poi diraspate e lasciate macerare brevemente prima della pressatura soffice. La successiva fermentazione avviene in acciaio a temperatura controllata, così da preservare le caratteristiche tipiche dei due vitigni e donare una piacevole freschezza al vino.
Quello di Rame è un sorso armonico ed equilibrato, dall’intenso profumo agrumato e delicati sentori minerali, che chiude con una persistente nota aromatica, ideale sia a tavola che come aperitivo. Rame Igt Venezia Giulia 2021 è disponibile nello shop online di Collavini e in enoteche selezionate a partire da 12,70 euro.

La vendemmia tradizionale.

Collavini, una storia di famiglia che inizia più di un secolo fa e che continua oggi raccontando nel calice il migliore Friuli enoico. Nel 1896 Eugenio Collavini inizia a commerciare vino alle nobili famiglie udinesi. Il testimone passa poi al figlio Giovanni, che guiderà l’azienda tra la Prima e la Seconda Guerra Mondiale. La svolta avviene con l’ingresso di Manlio, che con uno sguardo rivolto al futuro porterà Collavini e i vini friulani alla ribalta sui mercati internazionali. Nel 1971 nasce Il Grigio, spumante da uve Pinot grigio e Chardonnay, probabilmente il primo prodotto con metodo Martinotti in Friuli. Alla fine del decennio, Manlio con spirito pionieristico produce uno spumante a base di Ribolla gialla: un successo che gli varrà l’appellativo “Il Signore della Ribolla gialla”. Proprio queste uve, nella versione Brut, danno vita al Metodo Collavini, innovando la tecnica enologica friulana del tempo. Oggi Giovanni e Luigi, figli di Manlio, guidano l’azienda con attenzione alla qualità e voglia di sperimentare. Collavini produce un milione e mezzo di bottiglie, esportandone circa il 50%. I mercati di riferimento esteri più importanti sono Canada, Usa, Germania, Regno Unito, Thailandia e Giappone.

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In copertina, vigneti dell’azienda Collavini sulle colline di Corno di Rosazzo.

La “stirpe” del vino nell’affascinante viaggio della genetica  

Ritornano, dopo la pausa estiva, gli attesi appuntamenti della rassegna “I Colloqui dell’Abbazia. Il viaggio della carta geografica di Livio Felluga”, promossa dalla Fondazione Abbazia di Rosazzo e dall’azienda Livio Felluga nella storica Abbazia friulana in Comune di Manzano.
Giovedì 5 settembre, alle ore 18, saranno protagonisti del viaggio nella genetica della vite i docenti e ricercatori  Attilio Scienza e Serena Imazio, autori del saggio “La stirpe del vino. Nobili ascendenze e incroci bastardi dei vini più amati”, edito da Sperling & Kupfer. Un originale lavoro dal quale emergono e si rivelano le antiche parentele dei più celebri vitigni. Un libro che per la prima volta ricostruisce la famiglia del vino: muovendosi fra analisi del Dna, archeologia, antropologia, mito e letteratura, raccontando l’origine e la storia dei grandi vitigni.
Con gli autori dialogherà l’agronomo e giornalista Claudio Fabbro, un viaggio curioso attraverso i legami palesi o sottintesi fra Pinot e Chardonnay, Nebbiolo e Syrah, Sangiovese e Gaglioppo. Una storia antica di vitigni ma anche di uomini e donne che hanno amato e coltivato la terra e l’arte del creare vini dai profumi e sapori raffinati e particolari.

In principio fu il Pinot: capriccioso, poco produttivo, instabile nel colore, eppure capace di regalare vini così eleganti e profumati che generazioni di uomini lo hanno curato e diffuso. E il Pinot li ha ripagati: mutevole per natura, ha dato origine al Pinot bianco e al Pinot grigio; incrociandosi, ha generato lo Chardonnay e forse il Traminer, dal quale derivano il Cabernet sauvignon e il Merlot. In Italia ha per nipoti Marzemino, Lagrein e Refosco. La sua storia è esemplare: oggi in Europa si contano circa diecimila vitigni, diversissimi per caratteristiche, che discendono però da pochi avi fondatori. L’analisi genetica ha rivelato insospettabili storie di incroci, scambi e migrazioni. Furono i mercanti a introdurre vitigni esotici, come Moscati e Malvasie, e gli uomini che si allontanavano dalla loro terra a portare con sé le proprie radici sotto forma di piante, contaminando il patrimonio locale e creando nuove varietà.

Attilio Scienza è professore ordinario fuori ruolo all’Università degli Studi di Milano dove ha insegnato Miglioramento genetico della vite. I suoi temi di ricerca riguardano il miglioramento genetico delle varietà, la valorizzazione dei vitigni antichi, lo studio delle interazioni tra il vitigno e l’ambiente. Si è occupato della salvaguardia e valorizzazione del germoplasma georgiano. È autore di 350 pubblicazioni scientifiche e di 15 libri, accademici e divulgativi.

Attilio Scienza

Serena Imazio, dopo la laurea in Biologia, inizia un viaggio nel mondo del vino con un dottorato sulla genetica e l’origine della vite coltivata. È stata ricercatrice all’Università di Modena e Reggio Emilia e al Centro di Trasferimento Tecnologico dell’Emilia Romagna, dove si è avvicinata al mondo della comunicazione.

Serena Imazio

L’appuntamento, che si terrà nella Sala delle Palme, si concluderà con un brindisi dei vini Livio Felluga, la cui etichetta, rappresentata da un’antica mappa del territorio, viaggia in oltre ottanta Paesi nel mondo. La rassegna è realizzata in collaborazione con MiBAC, Biblioteca Statale Isontina, Associazione culturale Vigne Museum e Comune di Manzano.

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In copertina, tipico grappolo di Picolit: giovedì a Rosazzo si parlerà anche dei vitigni storici.