Il vino di pregio è una risorsa o un problema? Gli attacchi sotto la lente di Arga Fvg ad Aquileia

di Ida Donati

AQUILEIA – Il pianeta vino analizzato da diversi punti di vista per comprenderne la valenza, il ruolo nella società moderna, la funzione, i costi e i benefici attuali, con analisi che partono anche da lontano, dalla notte dei tempi, seguendone il percorso evolutivo compiuto in questi decenni anche nel Friuli Venezia Giulia, ascoltando le diverse posizioni di rappresentanti del mondo della ricerca, di studiosi, analisti, economisti, enologi, produttori, nutrizionisti, nonché esponenti dell’universo culturale e giornalisti. È questo, in sintesi, il contenuto dell’incontro di approfondimento e formativo organizzato dall’Associazione culturale La riviera friulana e dall’Associazione regionale della Stampa agricola, agroalimentare, ambiente e territorio del Friuli Venezia Giulia, con la collaborazione del Club per l’Unesco di Udine all’azienda agricola Brojli della Famiglia Clementin, ad Aquileia.


Come ha ricordato il presidente di Riviera friulana e di Arga Fvg, Carlo Morandini, che ha condotto il dibattito, il vino è nuovamente sotto attacco visto che in alcuni Paesi, dal Canada all’Irlanda, è stato imposto di apporre sulle etichette delle bottiglie una frase che richiama l’attenzione sui rischi per la salute derivanti dalla sua assunzione. Il vino, a memoria d’uomo, rappresenta un elemento indissolubile della buona tavola, ma è anche il mezzo per suggellare incontri, momenti felici, successi, amicizie, completare occasioni conviviali. Fa anche parte del costume e della cultura dei popoli occidentali.
Gli antichi, ha ricordato la scrittrice Rosinella Celeste Lucas, lo identificavano in figure divine, come Bacco, Dioniso, Demetra, mentre innumerevoli artisti gli hanno dedicato quadri e opere, scritti e prosa. Ma anche poesie, come la stessa autrice ha raccolto nel libro “Vino, amore e poesia”, scritto in italiano e in friulano, brevi ma intense liriche dedicate ai vini da vitigni autoctoni friulani. Claudio Lucas, nutrizionista, ha parlato dei rischi che può generare una tendenza proibizionista, e si è rifatto a esempio alla Cultura Wok, che per imporre una teoria o una visione cerca dapprima di instillare dei dubbi, quindi cita esempi probatori per poi negare l’evidenza di fatti reali affermando verità diverse. Lucas, soffermandosi sul tema dell’incontro e per evidenziare i cambiamenti di costume e degli orientamenti culturali, ha ricordato che nel 2010 nei corsi di nutrizionismo e di educazione alimentare veniva portata a esempio una piramide alimentare allora riportata sui libri di testo. In cima alla quale c’era il vino perché ritenuto componente ineludibile della dieta quotidiana, mentre oggi, invece, ne sono messi in risalto valori negativi.


Per Nicola Fiotti, docente di nutrizione all’Università di Trieste, il vino è una bevanda alcolica che va assunta con consapevolezza, come tutti gli alimenti, liquidi e solidi, che se ingeriti senza misura possono generare effetti dannosi. Il vino è da decenni un fattore determinante dell’economia rurale, nei settori della enogastronomia, della ristorazione, del turismo e, come ha ricordato Rodolfo Rizzi, enologo, uno fra gli esperti più in vista del mondo vitivinicolo, ciononostante viene preso di mira periodicamente da organismi comunitari o correnti di pensiero, oppure finisce al centro di polemiche e di decisioni avverse o negative. Per quanto riguarda specificamente il Friuli Venezia Giulia, Rizzi ha infatti ricordato le questioni del Tocai, nome di vino da vitigno autoctono assegnato a un altro Paese in seguito a una determinazione Ue che riconosce ufficialmente le denominazioni assimilabili a realtà omonime presenti sul territorio. Diversa, ma non meno rischiosa per gli effetti sull’economia locale è stata la vicenda del Prosek, un vino prodotto in altri Paesi che però per assonanza rischiava di prendere il posto nell’immagine collettiva del Prosecco, “carta”, quest’ultima, giocata di recente e rivelatasi vincente per l’economia vitivinicola veneta e friulana. Un’opportunità, che però al momento della costituzione della Doc interregionale tra Fvg e Veneto non fu colta pienamente dai viticoltori friulani. E oggi il successo del Prosecco conferma l’avvedutezza delle scelte attuate.


Occasioni trascurate, perse, non opportunamente colte, che come ha messo in luce il segretario generale dell’Unarga, l’Unione nazionale delle Arga, Gian Paolo Girelli, presente con il vicepresidente di Arga Fvg, Claudio Soranzo, provocano effetti negativi non meno nefasti di quanto generato dall’”italian sounding”. Si tratta dell’utilizzo di denominazioni copiate da quelle di prodotti di successo del nostro Paese regolarmente registrati con l’obiettivo di sfondare sui mercati internazionali. Il fenomeno “italian sounding”, ha insistito Girelli, provoca nelle nostre regioni la perdita di 100 milioni di euro l’anno del Pil che sarebbe generato dalla stessa quantità di prodotti se fosse regolarmente realizzata in Italia. Ecco, dunque, che una scelta vincente per sconfiggere frodi e sofisticazioni, nonché l’introduzione di metodi di classificazione degli alimenti che mistificano la valenza dei prodotti agroalimentari danneggiando la percezione dei valori nutritivi e della salubrità, come il metodo “nutriscore”, le etichette a semaforo evocate in precedenza da Rodolfo Rizzi, e i cibi sintetici, è la valorizzazione dei prodotti locali, delle tipicità, dell’identità del territorio che si concretizza e si tramanda anche attraverso il cibo. Lo ha ribadito Renata Capria D’Aronco, presidente del Club per l’Unesco di Udine, ricordando che la Dieta mediterranea è stata riconosciuta tra gli elementi Patrimonio dell’Umanità in quanto ne sono stati statisticamente dimostrati i valori salutistici. Valori alla base del percorso di crescita interpretato dal sistema enologico del Friuli Venezia Giulia e del Nordest, e che secondo Franco Clementin, presidente regionale della Confederazione italiana agricoltori (Cia Fvg) e perfetto padrone di casa della riuscita serata, sono attestati sul territorio del quale anche il vino è l’espressione, ed è la sintesi delle tradizioni e della cultura locali. Lo testimonia l’interesse manifestato dai degustatori, dagli appassionati, dagli enoturisti che arrivano anche da lontano, a partire dalla primavera anche dall’Austria lungo le piste ciclabili, per raggiungere Grado, Lignano, la Riviera Friulana, le altre ricchezze e attrattive del Friuli Venezia Giulia. Attrattive uniche tra le quali vi sono i siti riconosciuti dall’Unesco “Patrimonio dell’umanità”, tra i quali c’è Aquileia. Essi colgono le proposte enologiche di pregio di un territorio sul quale il vino viene prodotto fin dall’epoca degli antichi romani. Un prodotto che oggi è divenuto uno dei biglietti da visita di pregio della nostra terra, delle sue attrattive, della stessa comunità che l’ha saputa sviluppare e far apprezzare da turisti che vi arrivano da diverse parti del mondo.
Nel corso della serata è stata anche citata la Carta Fvg, il documento congiunto adottato dal Consiglio regionale del Friuli Venezia Giulia, sostenuto anche da Arga Fvg, che è stato fatto condividere dal presidente, Piero Mauro Zanin, e dalla Conferenza nazionale dei Consigli regionali. Arga Fvg, ha ricordato in conclusione il presidente Morandini, già oltre due mesi fa ha adottato un proprio documento a sostegno delle campagne di contrasto agli attacchi perpetuati alle tipicità e alle produzioni identitarie locali, contro l’adozione del metodo “nutriscore”, le già ricordate etichette a semaforo per i prodotti agroalimentari, contro l’utilizzo dei cibi sintetici e per la difesa della salvaguardia dei prodotti locali di qualità. Prodotti, dei quali il Friuli Venezia Giulia e l’intero Paese sono ricchi: essi rappresentano un imprescindibile biglietto da visita di eccellenza dei territori di provenienza.

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In copertina, l’intervento dell’enologo Rodolfo Rizzi (a sinistra, il presidente Carlo Morandini); all’interno, altre immagini del riuscito incontro di Aquileia.

Brda-Collio, il rilancio della Ribolla nel ricordo del “padre” Miro Simcic

(g.l.) In sloveno si scrive Brda, in italiano Collio. Cambiano soltanto la grafia e la pronuncia del nome, ma l’area pedoclimatica e il “terroir” sono  i medesimi, a cavallo di una linea di demarcazione politica che esiste soltanto sulla carta geografica, ma che di fatto non c’è più. Un’area contraddistinta da una viticoltura d’eccellenza, candidata a divenire Patrimonio mondiale dell’Umanità sotto l'”ombrello” Unesco e che ha un progetto comune di rilancio dei suoi inimitabili vini, a cominciare dalla Ribolla gialla. Un impegno che sarà portato avanti nel ricordo del “padre” di questo importante vitigno autoctono di quest’area, Zvonimir Simcic, figura emblematica della cooperazione vitivinicola fra l’Italia e la Slovenia, ricordato venerdì a Castel Dobra, Dobrovo nella lingua d’oltreconfine, località contermine con Dolegna del Collio. Con sullo sfondo quel grande appuntamento, con sicuramente importanti ricadute nelle regioni contermini, che fra tre anni vedrà insieme il capoluogo Nova Gorica e la nostrana Gorizia nel progetto Città europea della Cultura.

«L’iniziativa che celebra il centenario della nascita di Zvonimir Simcic rappresenta una tappa fondamentale del percorso che Slovenia e Friuli Venezia Giulia hanno intrapreso assieme per il riconoscimento Unesco del Brda-Collio. Una candidatura importante in cui la nostra Regione, le amministrazioni comunali direttamente interessate, gli imprenditori, le comunità locali si stanno impegnando con convinzione e tenacia», ha affermato l’assessore alle Attività produttive e al Turismo, Sergio Emidio Bini, che, in rappresentanza del governatore Massimiliano Fedriga, ha partecipato al Castello di Dobrovo alla cerimonia dedicata proprio al “padre della Ribolla gialla”, per molto tempo direttore generale della Cantina sociale del Medot, nella Goriška Brda. All’evento, di spessore internazionale, sono intervenuti anche il presidente della Repubblica di Slovenia Borut Pahor e il ministro italiana delle Politiche agricole, alimentari e forestali Stefano Patuanelli. C’erano anche l’ambasciatore italiano a Lubiana, Carlo Campanile, l’ambasciatore sloveno a Roma Tomasz Kunstelj, il console generale a Capodistria Giovanni Coviello e, tra gli altri, il sindaco di Gorizia Rodolfo Ziberna.


«Se è vero che la storia del Novecento ha tracciato confini e opposto diverse visioni politiche, è ancor più vero – ha sottolineato Bini – che oggi ci ha riuniti l’Europa, nata proprio per contrastare ogni tentativo di divisione e di ostacolo. Imprenditori come Simcic e la sua famiglia hanno compreso con lungimiranza la necessità di leggere questo territorio come un’unica identità, mettendo a fattor comune un prodotto speciale e distintivo come il vino, frutto di conoscenze centenarie e di grande passione. Una visione che si fonda sulla transnazionalità tipica di questo territorio e matrice dello spirito con cui Miro Simcic – ha rimarcato l’esponente della Giunta Fedriga – ha interpretato il suo ruolo di cultore ed imprenditore del vino qui, in questo contesto particolare, fatto di colline, di venti, di influssi marini che non conoscono confini. La sua storia non si limita solo a un vitigno, a un metodo di vinificazione o a un’azienda straordinaria, ma rappresenta soprattutto un modello di imprenditorialità che si fonda sulla collaborazione e sulla valorizzazione delle comuni eccellenze come testimoniato dai tanti maestri del vino italiani protagonisti del bel documentario realizzato per valorizzare l’eredità che ha lasciato a tutti noi. Collaborazioni che, infatti, annoverano legami con altri nomi eccellenti del mondo enologico quali Jermann, Felluga, Collavini, per citarne alcuni, e che sono la dimostrazione dell’unicità del Brda-Collio: un paesaggio, un terroir, un clima, una tradizione fondiaria che – ha concluso l’assessore regionale Bini – rendono indistinguibile quest’area tra Italia e Slovenia».

Nel corso della cerimonia, durante la quale il presidente Pahor ha scoperto una targa proprio a ricordo di Zvonimir Simcic, nello storico Castello è avvenuto un incontro bilaterale fra il ministro italiano Stefano Patuanelli e l’omologo sloveno Josže Podgoršek. Diversi i punti al centro dell’incontro, dalle possibili azioni comuni per sostenere il settore vitivinicolo, alle opportunità di collaborazione transfrontaliera, alla gestione delle foreste e delle risorse ittiche dell’Adriatico, fino alle questioni legate all’etichettatura alimentare. La valorizzazione dei vitigni transfrontalieri è stata la prima questione al centro del vertice. Patuanelli, nell’evidenziare l’importanza che assume la cultura vitivinicola della zona, e la necessità di sviluppare ulteriormente il turismo enologico, ha proposto al collega sloveno di presentare una candidatura comune per inserire il territorio del Brda-Collio nel patrimonio mondiale dell’Unesco.
Quanto al tema dell’etichettatura alimentare, il ministro Patuanelli ha sottolineato di confidare su un’evoluzione della posizione slovena sulle etichettature dei prodotti alimentari, alla luce delle perplessità sollevate da entrambi i Paesi sul sistema Nutriscore, a favore della proposta italiana del NutrInform battery fronte pacco. Da parte slovena si è concordato sul fatto che i sistemi europei di etichettatura devono costituire uno strumento informativo più completo possibile che consideri anche le abitudini e le tradizioni alimentari nei vari Paesi, senza penalizzare i prodotti tipici.
Sul tema, invece, della gestione della pesca e delle foreste, il ministro italiano ha evidenziato le tre “gambe” della sostenibilità: ambientale, economica e sociale. Infine, nel corso dell’incontro, si è affrontata la questione legata all’ipotesi di sottoscrivere un “memorandum of understanding” per il settore vitivinicolo, nell’ottica della promozione congiunta, e su cui le parti si sono impegnate a riaggiornarsi.

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In copertina, Zvonimir Simcic di cui ricorrono i cent’anni della nascita; all’interno, alcune immagini della cerimonia al Castello di Dobrovo, con lo scoprimento della targa in onore del grande imprenditore vitivinicolo, la bilaterale con il ministro italiano Stefano Patuanelli e vigneti della zona circostante.

(Foto Cantina Medot,  Arc e Mipaaf )

 

Nutrinform o Nutriscore? Come un rebus al supermercato tra batterie e semafori

Nutrinform, il sistema di etichetta “a batteria” dei prodotti alimentari proposto dall’Italia, risulta essere, con punteggi molto simili a quelli dell’etichetta attualmente in uso nel nostro Paese, una delle due modalità più apprezzate dal consumatore in relazione ai comportamenti e alle abitudini di acquisto. Nutrinform, infatti, risulta essere particolarmente apprezzata dai canadesi, con un indice di gradimento di 102, e dai russi (71); anche la tabella nutrizionale dell’attuale etichetta viene molto apprezzata, con un punteggio massimo di 110 in Canada e di 81 in Russia. Il Nutriscore, ovvero la cosiddetta etichetta “a semaforo”, è al contrario il sistema meno gradito, con indici negativi in tantissimi paesi (con picchi di -109 in Italia e -94 in Canada), ad esclusione della Germania e della Spagna, che mostrano un indice di gradimento, seppur basso, di 35 e 6.

Segrè con il ministro Patuanelli.

È quanto è emerso dall’indagine “Le etichette fronte pacco in 7 Paesi: Nutriscore VS Nutrinform”, a cura dell’Osservatorio Waste Watcher International diretto dal professor Andrea Segrè, monitorata con Ipsos, Università di Bologna e campagna Spreco Zero, in sinergia con Agrinsieme, Federalimentare, Federdistribuzione e Unioncamere. L’indagine offre un articolato report su base internazionale, visto che può contare su un campione statistico di 7mla cittadini di 7 Paesi del mondo: Stati Uniti, Russia, Canada, Regno Unito, Germania, Spagna e Italia. Il rapporto, che ha approfondito il dibattito in corso sulle etichette alimentari e su come queste possano andare a influenzare il giudizio e le abitudini dei consumatori, è stato presentato dal direttore scientifico dell’Osservatorio e professore dell’Università di Bologna. Andrea Segrè, e ha dato vita a un partecipato dibattito nel quale si sono confrontati, alla presenza del ministro delle Politiche Agricole Alimentari e Forestali, Stefano Patuanelli, il direttore scientifico di Ipsos Enzo Risso, il copresidente del coordinamento di Agrinsieme Franco Verrascina, il direttore generale di Federalimentare Nicola Calzolaro e il segretario generale di Unioncamere Giuseppe Tripoli.«Uno spettro si aggira fra gli scaffali dei supermercati: è l’etichettatura a semaforo sui prodotti che acquistiamo per mangiare – commenta Segrè, direttore scientifico Waste Watcher International-Università di Bologna -. Uno spettro, che presto potrebbe materializzarsi condizionando il consumatore ai colori che danno il via libera all’acquisto: dal verde al rosso».

LA METODOLOGIA

L’analisi ha preso in esame tre tipologie di etichette fronte pacco, ovvero quella attualmente in uso, basata sull’indicazione delle quantità dei valori nutrizionali, il sistema Nutrinform proposto dall’Italia, che indica l’apporto percentuale di grassi, zuccheri e sali rispetto all’assunzione quotidiana raccomandata, e l’etichetta Nutriscore in uso in Francia, che associa ad ogni alimento un colore che ne indica il grado di salubrità. L’indagine ha riguardato un campione rappresentativo di mille individui per ciascun paese oggetto del rapporto, ovvero Italia, Spagna, Germania, UK, Usa, Canada e Russia, ed è stata condotta seguendo il metodo Cawi (Computer Assisted Web Interviewing).

L’ETICHETTA

Il Nutrinform riscuote un consenso sensibilmente più ampio e trasversale rispetto al Nutriscore per ciascuno degli elementi presi in esame per valutare il giudizio dei consumatori dei Paesi oggetto dell’indagine, andando in particolar modo a rispondere in maniera più puntuale alle richieste dei cittadini in materia di chiarezza, semplicità, utilità, consapevolezza d’acquisto e completezza d’informazione. In Italia, in particolare, il Nutrinform ottiene ben 23 punti in più del Nutrinform dal punto di vista dell’utilità, 15 in termini di informatività, 13 per completezza e chiarezza e 12 per consapevolezza. La cosiddetta etichetta “a batteria” riscuote un successo maggiore, con indici di gradimento superiori all’etichetta “a semaforo”, anche in Spagna (+7 per chiarezza, +6 per informatività e utilità, +3 per chiarezza, +2 per facilità e consapevolezza), Germania (+6 per completezza, 2 per facilità, +1 per utilità, al pari della per informatività), Uk (+19 per consapevolezza, +13 per informatività e completezza, +8 per utilità e facilità e +6 per chiarezza), Usa (+7 per completezza, +6 per informatività, consapevolezza, utilità e chiarezza, +4 per chiarezza), Canada (+18 informatività, +17 completezza e utilità, +14 consapevolezza e chiarezza, + 13 facilità) e Russia (+14 per utilità, +13 per completezza, +12 per consapevolezza, informatività, chiarezza e facilità).

INFORMAZIONI NUTRIZIONALI

La maggior parte dei consumatori di tutti i Paesi oggetto dell’indagine ha dichiarato di apprezzare le informazioni presenti nelle etichette fronte pacco. In media, il 36% delle persone che hanno risposto ha spiegato che gradirebbe maggiori informazioni relative alla qualità dei singoli ingredienti, mentre il 49% vorrebbe più informazioni sulla loro provenienza (addirittura il 58% in Italia e Germania). Un’altra informazione a cui i consumatori sembrano prestare particolare attenzione è quella relativa alle informazioni nutrizionali (53%) e alle informazioni sugli ingredienti che possono causare allergie (51%). Emerge in modo chiaro come il consumatore dichiari di voler ricevere più informazioni sul cibo che acquista, soprattutto se queste ultime sono legate agli “effetti” che i prodotti potrebbero avere sulla salute. Altrettanto interessante è poi notare quanto minore risulti essere l’attenzione alla sostenibilità e all’impatto che il cibo può avere sull’ambiente negli intervistati del Nord America e della Russia, che considerano in maniera più bassa il legame esistente tra gli alimenti e la propria salute, in netto contrasto con i trend dei paesi Ue.

ABITUDINI DI ACQUISTO

Un altro risultato molto interessante è quello che evidenzia come i valori e le informazioni delle etichette nutrizionali possono andare a influenzare significativamente le scelte del consumatore. In media, il 75% dei rispondenti dichiara di utilizzare l’etichetta nel processo decisionale e di acquisto; questa percentuale cresce in Italia, arrivando fino al 78%, e in Spagna (77%), mentre è più contenuta negli Usa e in Russia, dove comunque non scende sotto il 70%. Questi risultano dimostrano quanto il consumatore si dichiari molto attento nelle scelte di acquisto e come, soprattutto, queste ultime siano fortemente condizionate da quanto riportato sull’etichetta. Ciò fa presupporre che il consumatore acquisisca informazioni su ciò che compra in misura maggiore nel momento dell’acquisto e, visto il tempo contingentato che solitamente si dedica a tale attività, risulta quindi fondamentale che le informazioni veicolate attraverso le etichette siano chiare, leggibili, non fuorvianti e immediatamente comprensibili.

I RISCHI

Anche se la maggioranza dei rispondenti ha dichiarato espressamente di non farsi influenzare particolarmente dai colori usati nell’etichetta Nutriscore, rimane comunque una buona percentuale, pari al 40% circa della media, che cambierebbe le proprie abitudini alimentari in ragione dei colori apposti sulle etichette, arrivando addirittura a ridurre i consumi di olio Evo, qualora venisse loro detto che a quest’ultimo corrisponde il colore giallo-arancione, o di Parmigiano Reggiano, ad esempio. Da ciò deriva una conseguenza decisamente preoccupante e rischiosa, che palesa il legame esistente fra il Nutriscore e l’educazione alimentare, o meglio la scarsa educazione alimentare; in altre parole, se l’etichetta a semaforo venisse adottata su larga scala, gran parte degli acquisti alimentari, e in particolar modo di quelli dei consumatori meno educati dal punto di vista alimentare, si sposterebbe seguendo i suggerimenti dei colori riportati nelle etichette, con il concreto rischio che negli acquisti ci si faccia guidare solo dalle etichette più che da una vera e propria conoscenza ed educazione alimentare.

ANDREA SEGRE’

«Uno spettro si aggira fra gli scaffali dei supermercati: è l’etichettatura a semaforo sui prodotti che acquistiamo per mangiare – commenta l’agroeconomista Andrea Segrè, direttore scientifico Waste Watcher International-Università di Bologna – Uno spettro, che presto potrebbe materializzarsi condizionando il consumatore ai colori che danno il via libera all’acquisto: dal verde al rosso. È il cosiddetto Nutri-score, sistema ideato dai francesi ma in voga nei Paesi anglosassoni, con un algoritmo che si traduce nei colori che frenano – il rosso, l’arancio – o che, come il verde, incoraggiano l’acquisto. Peccato che questo algoritmo risulti “premiante” per alimenti come la pizza surgelata o le patatine fritte, e scoraggi al consumo di prodotti cardine della dieta mediterranea e degli stili nutrizionali sani, come l’olio extra vergine di oliva o il parmigiano, ovviamente fruiti nelle corrette quantità. Dall’indagine Waste Watcher, volendo fare una sintesi calcistica, le “batterie” Nutrinform sviluppate in Italia – un sistema di etichettatura che si basa invece su specifiche come le porzioni e percentuali dei nutrienti – vincono 5 a 0 su Nutri-score, anche nei Paesi dove esiste la tradizione dei semafori. Lo abbiamo verificato attraverso un Net Performance Index che ha misurato l’apprezzamento da parte del consumatore di ciascuna etichetta, in base a chiarezza, esaustività, facilità e utilità di consultazione, capacità di informare e produrre consapevolezza. Come sappiamo entro il prossimo semestre la Commissione europea dovrà esprimersi su un’etichettatura nutrizionale armonizzata nei Paesi europei. Importante, dunque, il nostro studio dove è chiaro il parere dei consumatori: lasciamo a casa i semafori, premiamo l’acceleratore per una corretta informazione, privilegiamo porzioni equilibrate e combinazioni di alimenti appropriate, sosteniamo la Dieta mediterranea!».

FRANCO VERRASCINA

«I rilevanti contenuti del rapporto presentato oggi – ha affermato Franco Verrascina, copresidente del coordinamento di Agrinsieme – ci aiutano a guardare con maggiore chiarezza e obiettività all’acceso dibattito in atto da mesi, a livello comunitario ma anche nazionale, sulle etichette alimentari, mettendo in evidenza due aspetti fondamentali della questione: il primo è che i consumatori sono molto attenti alle informazioni nutrizionali sui prodotti agroalimentari, tanto che vorrebbero avere a disposizione maggiori dettagli sulla qualità e sulla provenienza degli alimenti; il secondo, complementare a quello poc’anzi citato, è che proprio per tale ragione i cittadini orientano le loro scelte di acquisto in base alle informazioni delle etichette nutrizionali, tenendo in grande considerazione il valore salutistico. Da tutto ciò si evince quanto sia importante avere un sistema di etichette, come ad esempio quello a batteria proposto dal nostro Paese, che sia allo stesso tempo puntuale e preciso, ma anche chiaro e di immediata comprensione, che non si limiti ad associare un colore a ciascun alimento, ma che al contrario vada ad accogliere le richieste dei consumatori per una maggiore e più ampia informazione».

Verso il vino senza alcol (e anacquato) ma l’Unione europea non ci potrà obbligare

di Giovanni Oliviero Panzetta*

Nelle scorse settimane, televisioni, web e giornali sono stati inondati dalle notizie sconcertanti che riguardano gli ultimi provvedimenti che la Comunità Europea vorrebbe far approvare dagli Stati membri in campo alimentare: l’etichetta “Nutriscore” con le indicazioni di appropriatezza nutrizionale per gli alimenti confezionati e il vino senza alcol. Oggi ci occuperemo proprio di quest’ultima questione.
In premessa, vale la pena di ricordare la lamentela che gli addetti ai lavori cominciano a fare, con qualche buona ragione, verso le iniziative della Comunità Europea in campo alimentare: da ente facilitatore del commercio tra le Nazioni aderenti e con l’Estero, la Comunità sta trasformandosi in ente regolatore delle politiche di produzione degli alimenti per motivi che non hanno più a che vedere con l’economia. Gli ultimi progetti hanno, infatti, lo scopo di orientare le scelte nutrizionali dei cittadini per motivi di salvaguardia della salute e per esigenze di carattere etnico e religioso.
In particolare, il vino dealcolato dovrebbe servire per ridurre i danni causati dall’alcol (compreso il rischio di tumori per il quale sarebbero pronte le famose scritte sulle bottiglie “nuoce gravemente alla salute e causa il cancro”) e dovrebbe essere utilizzato per dare anche ai musulmani la possibilità di bere il vino, visto che il loro credo religioso vieta l’assunzione di alcol.
I primi esperimenti di dealcolazione del vino (o dealcolizzazione, se si preferisce) risalgono a diversi anni orsono quando venivano usati macchinari che, filtrando i mosti, rimuovevano l’alcol assieme all’acqua in cui l’alcol è disciolto. E’ evidente che, per evitare la riduzione del volume dei mosti a causa della rimozione dell’acqua, si dovesse poi procedere all’aggiunta di acqua pura dall’esterno. Oggi le macchine tolgono solo l’alcol perché immettono acqua in automatico durante il processo o provvedono all’eliminazione dell’alcol con l’evaporazione “a freddo” senza estrarre l’acqua dal mosto o dal vino.
Nel corso dei negoziati di Bruxelles per definire la nuova Pac (Politica agricola comune), che disporrà di un finanziamento miliardario per sostenere soprattutto il “Green Deal” per la protezione dell’ambiente e la lotta al cambiamento climatico, il Consiglio dell’Unione Europea ha inserito la richiesta agli Stati membri di giungere entro il 2023 alla specifica regolamentazione della dealcolazione del vino. Nel documento, si leggerebbe della possibilità di aggiungere acqua al vino, pratica che oggi è, invece, espressamente vietata in Europa.
In realtà, la locuzione inglese utilizzata nel documento è “to restore water” che significa “reintegrare l’acqua” nei vini dealcolizzati, evidentemente ove dovesse verificarsi una riduzione del volume degli stessi durante le procedure. Da questa frase è nato l’equivoco che si volesse abbassare il tasso alcolico del vino attraverso il suo annacquamento e conseguentemente la levata di scudi a difesa del vino non solo da parte degli addetti ai lavori, ma anche di tutta l’umanità amante del buon vino.
La reazione al putativo “sacrilegio” dell’aggiunta dell’acqua al vino ha rischiato persino di mettere in secondo piano l’oggetto del contendere, cioè la produzione di vino analcolico (pazienza, lo berrà chi vorrà berlo!) e, quel che è peggio, la dealcolazione anche dei vini di gran pregio come quelli con denominazione di origine controllata (Doc) e con indicazione geografica tipica (Igp). Il Consiglio Europeo ha giustificato la richiesta con il fatto che i prodotti “alcohol-free” possono rappresentare un’importante opportunità di mercato per il settore vitivinicolo dell’Ue (anche aprendo al bacino vergine del Medio oriente) e con la necessità di regolamentare un settore già attivo, ma privo di regole (i vini senza alcol sono prodotti e venduti ormai da alcune aziende).
E, in effetti, l’idea del vino analcolico, simile alla birra analcolica, non dispiace a tutti i referenti del settore vitivinicolo e potrebbe costituire una scelta ben accetta da parte di qualche produttore in ossequio alla modernità e al profitto. Ciò non toglie che la richiesta di produrre vini analcolici partendo da vini Doc e Igt gridi vendetta al cospetto della tradizione, del buon gusto e soprattutto del buon senso.
Sono contrari la maggior parte dei produttori italiani, francesi e tedeschi, ma non si può dire altrettanto dei loro rappresentanti politici in seno all’UE, naturalmente con l’eccezione di quelli italiani. La proposta è sostenuta senza remore dai Paesi del Nord Europa che hanno a cuore soprattutto i severi effetti dell’eccesso di alcol assunto dai loro cittadini e non possono vantare tradizione e cultura del vino.
Il parlamentare europeo Paolo De Castro – già ministro dell’Agricoltura italiana – ha spiegato a “Wine News” che la Commissione agricoltura del Parlamento europeo ha difeso la sua posizione che prevede la dealcolazione solo dei vini cosiddetti da tavola, ma che il Consiglio Europeo sembra ugualmente determinato a far approvare la dealcolazione anche dei vini pregiati. Pochi giorni fa anche il nostro titolare delle Politiche agricole, Stefano Patuanelli, ha dovuto confermare nella sua audizione al Senato che questo è l’orientamento del Consiglio europeo, nonostante gli sforzi contrari che l’Italia, quasi da sola, continua a compiere.
E’ palese che spinte di natura commerciale, il proposito di salvaguardare a tutti i costi la salute dei cittadini e il desiderio di favorire il godimento del vino anche da parte del mondo islamico possano fare agio sopra le ragioni del buon gusto e del buon senso. E’ chiaro che, se anche si giungesse all’approvazione della proposta, nessuno potrebbe obbligare il nostro Paese a modificare le regole della produzione dei vini Doc e Igt per farceli produrre senza alcol.
Stando così le cose, potrebbero sembrare esagerate le proteste dei nostri rappresentanti di categoria e dei cronisti in difesa dei nostri vini pregiati, di cui si fornisce una breve rassegna.
• L’introduzione della dealcolazione parziale e totale è un inganno legalizzato, un rischio ed un precedente pericolosissimo
• Ciascuno può produrre quel che vuole, basta che non lo chiami vino
• No a procedimenti che stravolgerebbero le caratteristiche organolettiche e comprometterebbero il legame con il territorio che è una delle caratteristiche distintive delle nostre produzioni
• Sull’onda di politiche sempre più indirizzate al salutismo, l’Europa sta in ogni caso cercando di scoraggiare il consumo delle bevande alcoliche.
• Che fine farebbe il nostro patrimonio di Docg, Doc, Igt? Difendiamo tutte le denominazioni che fanno grande il Made in Italy e che tutto il mondo ci invidia
Si teme fondamentalmente il pregiudizio che una simile iniziativa potrebbe arrecare al nostro commercio del vino che ormai è primo al mondo e vale la ragguardevole cifra di oltre 6.000 miliardi di euro all’anno.
Secondo il mio parere, il rischio di dover arrivare alla dealcolazione dei nostri vini Doc e Igt non è affatto teorico, anche se nessuno ci obbligherà a farlo. Quando in commercio si troverà uno Chateau Roques Mauriac o un Alvaro Palacios analcolico, è difficile credere che non ci sarà anche un Brunello di Montalcino o un Barolo analcolico (due bottiglie chiaramente indicate “a caso”). Abbandonando per un momento gli aspetti merceologici del vino per entrare in quelli antropologici (leggi: natura, uomo, ingegno, cuore, fatica, piacere, etc.), temo che agli amanti del vino potrebbe accadere di soffrire molto in un futuro prossimo. Si accettano scongiuri!
*Vicepresidente Associazione Salute e Sanità Trieste (Asst)

Impianto per trattare il vino.