Schioppettino e Nebbiolo, due “must” dell’enologia protagonisti a Cividale

Nel quadro degli eventi-degustazione autunnali, l’enoteca Tabogan di Cividale (centro commerciale “Borc di Cividat” accanto alla sede di Civibank) propone per domani 19 novembre, dalle ore 18, un interessante confronto tra due “must” dell’enologia del Nord Italia: il Nebbiolo – che, vinificato in purezza, dà origine anche al famosissino Barolo – e lo Schioppettino.

I due vini protagonisti.


A presentare questi straordinari vini sono due rinomate aziende, la piemontese Pira di Serralunga d’Alba (Langhe) e la friulana Ronchi di Cialla, della omonima località in Comune di Prepotto (all’interno del quale una dozzina di anni fa è stata istituita anche la sottozona, o meglio ancora “cru” per dirla con i francesi, Schioppettino di Prepotto), ai cui fondatori Paolo e Dina Rapuzzi si deve la salvaguardia del vitigno autoctono in serio pericolo di estinzione (come tante altre vecchie varietà friulane), tanto che valse loro l’assegnazione del primo “Risit d’aur” al Premio Nonino.
Il locale di Andrea Spataro ricorda che alla serata-degustazione si accede su prenotazione e, ovviamente, con green pass. E che i winelovers potranno procedere agli assaggi dei vini proposti, e quindi Nebbiolo e Schioppettino, assieme a un’adeguata proposta gastronomica in “meditato” abbinamento.

Schioppettino ai Ronchi di Cialla.

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In copertina, grappoli di Nebbiolo il vitigno re delle Langhe in Piemonte.

Anche tre vigneti friulani fra i migliori dei 50 valutati in Italia con l’Indice Bigot

(g.l.) Ora anche i vigneti possono avere una “pagella” che fotografa il loro stato di salute e quindi la loro attitudine a dare qualità. Perché ormai è assodato che la qualità del vino nasce proprio nel vigneto. Da qui la necessità di un continuo monitoraggio che avviene attraverso una nuova figura, quella degli “ampelonauti”, vale a dire viticoltori e tecnici che sanno tutto del proprio terreno vitato, tramite quello strumento di rilevazione, analisi e studio che è ormai conosciuto dagli addetti ai lavori, come “Indice Bigot”. Indice del quale, proprio in questi giorni, 50 aziende vitivinicole italiane hanno ricevuto il relativo Attestato per alcuni dei loro vigneti.


Il riconoscimento avviene a un anno dalla presentazione ufficiale dell’Indice del potenziale qualitativo del vigneto avvenuta al Castello di Cigognola durante la quale Giovanni Bigot assieme ad Angelo Gaja – patriarca del Barbaresco – e al professor Stefano Poni – docente all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Piacenza –, davanti ad una platea di importanti produttori e operatori del settore, si sono confrontati sul tema “Come migliorare la qualità dei vini grazie al monitoraggio svolto nei vigneti con metodo e costanza”.
Fra i vigneti premiati con Indice Bigot sopra i 90 punti su 100 – perché è questa la scala del monitoraggio – sono: in Friuli-Venezia Giulia il vigneto Refosco Buttrio di Vigne di Zamò, il vigneto Tocai Bert dell’azienda agricola Sturm e il vigneto Sauvignon Lungo Strada di Russiz Superiore; in Piemonte il vigneto Nebbiolo San Lorenzo di Gaja e il vigneto Barbera Barturot di Ca’Viola; in Toscana il vigneto Merlot Forra Alta di Tenuta Nozzole, il vigneto Sangiovese Oliveto di Tenuta La Fuga; in Sardegna il vigneto Pardoniga Mandrolisai dell’azienda Bentu Luna.

Giovanni Bigot con Gaja e Poni.

«In questo anno di applicazione – dice il dottor Bigot, agronomo e ricercatore friulano, fondatore della società Perleuve – il metodo che ho messo a punto in anni di osservazioni, raccolta dati e studi è stato accolto favorevolmente da molte aziende consapevoli che i grandi vini si fanno nel vigneto. Molti produttori vitivinicoli hanno manifestato l’interesse a conoscerlo, proprio perché l’applicazione del metodo, che sottende all’Indice Bigot permette di individuare gli strumenti necessari per migliorare progressivamente la qualità delle uve ottenute, in quel vigneto, in base all’obiettivo enologico. Indica infatti la strada migliore per farlo, dato che ne fotografa lo status quo ed evidenzia cosa va migliorato».

L’Indice Bigot risponde alla necessità, sempre più sentita dalle aziende, di conoscere in modo certo e scientificamente validato la reale qualità dei propri vigneti, questione non facilmente inquadrabile, affrontata sinora in modo vago, prendendo in considerazione un singolo fattore, come se fosse quello determinante. Si tratta di un metodo per valutare, da 0 a 100, il potenziale qualitativo di un vigneto, prendendo in considerazione i fattori viticoli che hanno influenza diretta sulla qualità del vino: produzione, superficie fogliare esposta (SFE), rapporto tra foglie e produzione (SFE/kg), sanità delle uve, tipo di grappolo, stress idrico, vigore, biodiversità e microrganismi, età del vigneto. Tra questi parametri si evidenzia con punteggi mediamente alti l’equilibrio vegeto-produttivo (SFE/kg) con valori tra 1,5-1,9; mentre l’aspetto su cui si dovrà sicuramente ancora lavorare è la biodiversità, soprattutto per quanto riguarda la capacità di osservarla in maniera semplice ma oggettiva. Per il monitoraggio, Bigot ha messo a punto l’App 4Grapes®, facile da usare, che consente in ogni momento di avere sotto controllo la situazione ampelopatologica, qualitativa e produttiva e di raccogliere i dati necessari per ottenere i valori dell’indice di ciascuna vigneto.

«Parte tutto dalle osservazioni fatte dalle persone che vivono costantemente il vigneto e, con metodo, hanno la capacità di fare osservazioni che, grazie ad opportuni successivi interventi, ne possono migliorare la qualità – conclude il dottor Bigot -. Questi dati ci arrivano tramite l’App 4Grapes®, noi li elaboriamo e inviamo all’azienda una scheda descrittiva con il dettaglio dei singoli valori e il punteggio finale per ogni vigneto monitorato. A conclusione del primo anno di attività, abbiamo consegnato alle aziende l’Attestato dell’Indice Bigot, una preziosa pergamena che include le informazioni sui vigneti presi in esame, con la relativa valutazione, i punti da migliorare e i fattori in cui ha raggiunto un ottimo livello».
Visto il grande interesse verso l’Indice Bigot, il terzo livello del corso di monitoraggio dell’Academy 4Grapes®, che Giovanni Bigot ha fondato alla fine dello scorso anno, è stato dedicato a questa tematica. L’obiettivo dichiarato è quello di formare “ampelonauti”, ovvero persone che osservano con attenzione, metodo e dedizione il loro vigneto e ne capiscono le esigenze.

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In copertina, la app messa a punto da Giovanni Bigot che all’interno vediamo mentre controlla un vigneto, monitora i dati e firma un attestato.

 

Ribolla gialla (e non solo) a Eataly Trieste

di Claudio Soranzo

TRIESTE – Mettere al centro il ruolo del produttore, inteso come un vero e proprio artigiano. Questo è il progetto “Storie di viti e di vite” con il quale l’Enoteca di Eataly Trieste mira a diffondere la cultura del vino, con un ricco palinsesto di eventi, degustazioni e cene, da lunedì 30 settembre a domenica 10 novembre. Verrà raccontata una grande famiglia che riunisce quei vignaioli custodi del territorio in cui vivono e coltivano le loro vigne, che producono un numero limitato di bottiglie per annata, lavorando in modo individuale e non seriale. Garantendo altresì il controllo di tutta la filiera, impegnandosi in prima persona in ogni fase della produzione, con grande rispetto per il ciclo della natura e per la sostenibilità ambientale.

Domenica 6 ottobre Eataly Trieste organizza – in quest’ottica – l’evento “RibolliAMO”, in collaborazione con l’Associazione Produttori Ribolla di Oslavia. In sostanza, una vera e propria festa dedicata al celebre bianco delle colline goriziane e ai suoi protagonisti, desiderosi di promuovere l’identità di un territorio da cui nasce un vino unico al mondo. Dalle 17 alle 19 la degustazione di sei Ribolle (Fiegl 2017, Dario Princic 2016, Radikon 2014, La Castellada 2013, Primosic 2014 Magnum, Il Carpino 2012) in compagnia dei produttori, che ne descriveranno caratteristiche e abbinamenti. Alle 20 l’evento si sposterà all’Osteria del Vento, il ristorante al primo piano, dove l’executive chef di Eataly Trieste, Vincenzo Vitola, preparerà un menu da abbinare ai vini.

Sei un appassionato di vino e ti piacciono le sfide? Allora partecipa agli “appuntamenti al buio” in enoteca il 30 settembre, il 21 e 28 ottobre, dedicati ai grandi vini italiani e alle piccole eccellenze. Sono da degustare alla cieca tre o quattro vini per imparare con i propri sensi, liberi da preconcetti, a scoprire sapori, stili e territori, senza aver visto prima l’etichetta. Si imparerà quindi la storia e le particolarità di ogni vino, rivolgendo le proprie domande all’esperto. Sicuramente un’esperienza unica per lasciarsi avvolgere e conquistare dall’universo dell’enologia e dalle sue molteplici sfumature. In calendario, nell’ordine, le sfide tra mare e collina, tra vitigni internazionali e autoctoni, tra Nebbiolo e Sangiovese.
Ci sono poi incontri curiosi e corsi di degustazione – tra ottobre e novembre – denominati Vino day, Giochi enotici, Vinovagare e Caccia all’intruso: i mille volti del Nebbiolo. Inoltre, le manifestazioni “A cena con il produttore” inizieranno il 16 ottobre con il notissimo Marco Felluga, che abbinerà a quattro portate il Friulano, il Pinot grigio, l’Abbazia di Rosazzo e il Refosco.

A presentare queste interessantissime manifestazioni sono stati Martin Fiegl, presidente dell’Associazione Produttori Ribolla di Oslavia, che ha anticipato l’entrata nell’associazione entro fine anno di altre due aziende, puntualizzando altresì che proprio la prima settimana di ottobre è il periodo ideale per assaggiare la Ribolla gialla, “mentre si può vedere quella nuova dal vivo ribollire sulle bucce”; Andrea Cantamessa, responsabile delle Enoteche di Eataly e il direttore dell’enoteca di Trieste, Matteo Nichetti, che hanno messo in risalto come a Eataly si possa fare la cultura del vino ai tavoli, come si possa parlare di vini puramente gastronomici e la possibilità di scegliere una particolare bottiglia in enoteca, portarla su al ristorante e farsi indicare il piatto da abbinare. Una vera e propria inversione di tendenza, quando finora si fa esattamente il contrario, cioè si abbina il vino alla pietanza e non viceversa.

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In copertina, i vini saranno grandi protagonisti dal 30 settembre a Eataly Trieste.

La “stirpe” del vino nell’affascinante viaggio della genetica  

Ritornano, dopo la pausa estiva, gli attesi appuntamenti della rassegna “I Colloqui dell’Abbazia. Il viaggio della carta geografica di Livio Felluga”, promossa dalla Fondazione Abbazia di Rosazzo e dall’azienda Livio Felluga nella storica Abbazia friulana in Comune di Manzano.
Giovedì 5 settembre, alle ore 18, saranno protagonisti del viaggio nella genetica della vite i docenti e ricercatori  Attilio Scienza e Serena Imazio, autori del saggio “La stirpe del vino. Nobili ascendenze e incroci bastardi dei vini più amati”, edito da Sperling & Kupfer. Un originale lavoro dal quale emergono e si rivelano le antiche parentele dei più celebri vitigni. Un libro che per la prima volta ricostruisce la famiglia del vino: muovendosi fra analisi del Dna, archeologia, antropologia, mito e letteratura, raccontando l’origine e la storia dei grandi vitigni.
Con gli autori dialogherà l’agronomo e giornalista Claudio Fabbro, un viaggio curioso attraverso i legami palesi o sottintesi fra Pinot e Chardonnay, Nebbiolo e Syrah, Sangiovese e Gaglioppo. Una storia antica di vitigni ma anche di uomini e donne che hanno amato e coltivato la terra e l’arte del creare vini dai profumi e sapori raffinati e particolari.

In principio fu il Pinot: capriccioso, poco produttivo, instabile nel colore, eppure capace di regalare vini così eleganti e profumati che generazioni di uomini lo hanno curato e diffuso. E il Pinot li ha ripagati: mutevole per natura, ha dato origine al Pinot bianco e al Pinot grigio; incrociandosi, ha generato lo Chardonnay e forse il Traminer, dal quale derivano il Cabernet sauvignon e il Merlot. In Italia ha per nipoti Marzemino, Lagrein e Refosco. La sua storia è esemplare: oggi in Europa si contano circa diecimila vitigni, diversissimi per caratteristiche, che discendono però da pochi avi fondatori. L’analisi genetica ha rivelato insospettabili storie di incroci, scambi e migrazioni. Furono i mercanti a introdurre vitigni esotici, come Moscati e Malvasie, e gli uomini che si allontanavano dalla loro terra a portare con sé le proprie radici sotto forma di piante, contaminando il patrimonio locale e creando nuove varietà.

Attilio Scienza è professore ordinario fuori ruolo all’Università degli Studi di Milano dove ha insegnato Miglioramento genetico della vite. I suoi temi di ricerca riguardano il miglioramento genetico delle varietà, la valorizzazione dei vitigni antichi, lo studio delle interazioni tra il vitigno e l’ambiente. Si è occupato della salvaguardia e valorizzazione del germoplasma georgiano. È autore di 350 pubblicazioni scientifiche e di 15 libri, accademici e divulgativi.

Attilio Scienza

Serena Imazio, dopo la laurea in Biologia, inizia un viaggio nel mondo del vino con un dottorato sulla genetica e l’origine della vite coltivata. È stata ricercatrice all’Università di Modena e Reggio Emilia e al Centro di Trasferimento Tecnologico dell’Emilia Romagna, dove si è avvicinata al mondo della comunicazione.

Serena Imazio

L’appuntamento, che si terrà nella Sala delle Palme, si concluderà con un brindisi dei vini Livio Felluga, la cui etichetta, rappresentata da un’antica mappa del territorio, viaggia in oltre ottanta Paesi nel mondo. La rassegna è realizzata in collaborazione con MiBAC, Biblioteca Statale Isontina, Associazione culturale Vigne Museum e Comune di Manzano.

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In copertina, tipico grappolo di Picolit: giovedì a Rosazzo si parlerà anche dei vitigni storici.