Città del vino, per i “dealcolati” più chiari (anche se complessi) i termini produttivi. Con Angelo Radica un’approfondita analisi del nuovo decreto ministeriale

di Giuseppe Longo

«Con l’adozione del decreto interministeriale emanato dal Ministero dell’Economia e delle Finanze e dal Ministero dell’Agricoltura, della Sovranità alimentare e delle Foreste, l’Italia compie un passaggio decisivo: la produzione di vini dealcolati può avvenire sul territorio nazionale, in un quadro normativo certo e strutturato. Il provvedimento era atteso da tempo dal settore vitivinicolo. In assenza di regole fiscali chiare, molte imprese italiane avevano già sperimentato i vini dealcolati, ma erano state costrette a svolgere le operazioni di dealcolazione all’estero, con costi logistici rilevanti e una perdita di controllo industriale. Con questo decreto si chiude quella fase transitoria». È quanto afferma Angelo Radica, presidente nazionale delle Città del vino, la rete alla quale aderiscono anche una quarantina dei Comuni più vocati alla coltivazione della vite del Friuli Venezia Giulia.
«Il cuore del decreto – spiega Radica – non riguarda tanto il vino dealcolato in sé – che resta un prodotto vitivinicolo –, quanto l’alcol etilico che si ottiene come risultato del processo di dealcolazione. Su questo punto il legislatore è molto chiaro: il vino dealcolato non è soggetto ad accisa, ma l’alcol estratto dal vino è sempre fiscalmente rilevante e deve essere gestito secondo le regole del Testo Unico Accise. Da qui discende l’intero impianto autorizzativo e di controllo previsto dal decreto. Uno degli aspetti più rilevanti, e che richiede maggiore attenzione da parte delle imprese, è la distinzione tra produzione “sotto soglia” e produzione “sopra soglia”. Non si tratta di una distinzione teorica, ma di una scelta strategica che incide direttamente sull’organizzazione aziendale, sugli investimenti necessari e sul livello di complessità amministrativa».

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La Verticale del Ramandolo

(g.l.) Dealcolati? Chi deciderà di produrli avrà sicuramente delle logiche aziendali e delle strategie di mercato che giustificheranno tale scelta. Ma, in ogni caso, si tratterà di una tipologia produttiva che non ha nulla a vedere con quanti amano il vero vino, con gusti e profumi inconfondibili. Come coloro che domani sera, 29 gennaio, saranno ai tavoli di degustazione allestiti alla famosa Distilleria “Giacomo Ceschia”, a Nimis, dove si terrà la seconda serata della terza edizione delle Grandi Verticali del Vino, che stavolta avranno ovviamente come protagonista il pregiato Ramandolo Docg, vanto della storica Città del vino e della vicina Tarcento. Saranno presenti con le proprie bottiglie le cantine Ca’ Felice, Comelli, Giovanni Dri Il Roncat, Anna Berra, La Roncaia e Ronco dei Frassini. Costo 35 euro a persona; per verificare se c’è ancora qualche possibilità di partecipazione, contattare la Pro Loco Mitreo Duino Aurisina prolocoaurisina@libero.it, telefono 348.5166126.

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Vediamo, allora, di chiarire la questione. «Nel regime “sotto soglia” – riprende il leader delle Città del vino – rientrano le cantine e gli operatori che producono vino dealcolato entro un determinato limite annuo stabilito dalla normativa sulle accise. Questo regime è stato pensato per consentire alle imprese vitivinicole di avvicinarsi al mercato dei dealcolati senza trasformarsi, di fatto, in distillerie. In questi casi non è richiesta una nuova licenza per la produzione di alcol etilico: è sufficiente aggiornare la licenza fiscale già esistente, indicando l’attività di dealcolazione. La dealcolazione deve, però, avvenire in un’area dedicata e ben delimitata all’interno della cantina, e l’alcol estratto non può essere gestito liberamente. Deve essere raccolto in appositi contenitori sigillati, misurato con strumenti fiscali certificati e successivamente trasferito verso un deposito autorizzato. Anche nel regime semplificato, quindi, la tracciabilità dell’alcol è totale e i controlli da parte dell’Agenzia delle Dogane e dell’Icqrf restano centrali».
«Questo regime – precisa poi Radica – risulta particolarmente adatto alle cantine che intendono sviluppare una prima linea di vini dealcolati, magari destinata soprattutto ai mercati esteri, o che vogliono testare il segmento NoLo senza impegnarsi in una riconversione strutturale dell’impianto produttivo. È però essenziale monitorare attentamente i volumi, perché una volta raggiunta la soglia annua consentita la produzione deve essere immediatamente sospesa e comunicata alle autorità competenti. Diverso è il quadro per chi intende superare stabilmente tali limiti. Nel regime “sopra soglia” la dealcolazione assume  invece una dimensione industriale vera e propria. In questi casi l’operatore deve ottenere una licenza di esercizio per la produzione di alcol etilico, con un assetto fiscale che avvicina l’impianto a quello di una distilleria. Le aree produttive devono essere fisicamente separate, le cauzioni sono più elevate e i controlli più stringenti».
Il presidente Radica delinea, quindi, il “modus operandi” più adatto. «In modo semplificato – spiega -, chi intende produrre vino dealcolato deve: presentare istanza all’Agenzia delle Dogane; indicare: impianti utilizzati; volumi stimati; serbatoi e aree dedicate; superare una verifica tecnica; ottenere: aggiornamento della licenza esistente, oppure nuova licenza di esercizio (se “sopra soglia”)». Ma chi può produrre vino dealcolato? «Possono effettuare la dealcolazione: depositi fiscali di vino o prodotti alcolici intermedi, già autorizzati; soggetti che operano entro determinati limiti quantitativi (regime semplificato); soggetti che superano tali limiti, previa licenza specifica. Il decreto distingue tra: operatori “sotto soglia” (regime più semplice); operatori “sopra soglia” (regime assimilato alle distillerie)».
E la tassazione come funziona? «Punto centrale del decreto – prosegue Radica – è la gestione dell’alcol estratto dal vino. L’alcol etilico ottenuto dalla dealcolazione: è sottoposto ad accisa; deve essere raccolto, misurato e tracciato. L’alcol: non può essere liberamente smaltito; deve essere trasferito verso depositi fiscali autorizzati. Sono previsti: misuratori obbligatori; registri di carico e scarico; verifiche doganali. Il vino dealcolato, invece, non è soggetto ad accisa».
Il presidente nazionale delle Città del vino osserva infine: «Il decreto consente comunque alcune semplificazioni tecniche, ma il principio di fondo non cambia: l’alcol prodotto può derivare esclusivamente dalla dealcolazione del vino e non può essere ulteriormente lavorato senza specifiche autorizzazioni. Si tratta quindi di un regime adatto a grandi cantine, cooperative o operatori che fanno della dealcolazione un’attività centrale e continuativa». E conclude: «Alla luce di questo nuovo quadro normativo, la valutazione preliminare diventa decisiva. Prima di investire in un impianto di dealcolazione, ogni impresa dovrebbe interrogarsi non solo sui volumi attesi, ma anche sull’impatto fiscale dell’alcol estratto, sulla sostenibilità organizzativa del regime prescelto e sulla coerenza con la propria strategia di mercato».

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In copertina, Angelo Radica presidente nazionale delle Città del vino.

Dopo il riconoscimento Unesco l’annuncio di Casa Artusi: ora nascerà un Osservatorio internazionale sulla cucina e il buon gusto italiano

La Cucina italiana è stata, dunque, iscritta – come riferiamo nei due articoli precedenti – nella Lista Rappresentativa del Patrimonio Culturale Immateriale dell’Umanità dell’Unesco con l’elemento denominato “Italian cooking, between sustainability and biocultural diversity” (“La cucina italiana tra sostenibilità e diversità bioculturale”). La decisione è stata assunta nel corso della XX sessione del Comitato intergovernativo per la salvaguardia del patrimonio culturale immateriale, riunito oggi a New Delhi, in India. La candidatura era stata promossa dal Governo italiano – attraverso il Ministero della Cultura e il Ministero dell’Agricoltura, della Sovranità alimentare e delle Foreste – su impulso di tre comunità proponenti: Fondazione Casa Artusi di Forlimpopoli, Accademia Italiana della Cucina e rivista “La Cucina Italiana”.
«Il riconoscimento Unesco alla Cucina Italiana Patrimonio immateriale dell’umanità – dichiara Andrea Segrè, presidente di Casa Artusi – è meritato. Da Pellegrino Artusi, il padre della cucina italiana moderna, questo patrimonio si è arricchito in biodiversità culturale e sostenibilità. Adesso, però, dobbiamo mantenerlo e per questo la Fondazione Casa Artusi annuncia proprio oggi la nascita dell’Osservatorio internazionale sulla cucina e il buon gusto italiano, istituito per monitorare e valorizzare al massimo questo patrimonio. Attraverso indagini, ricerche e rapporti, l’Osservatorio sarà strumento e opportunità concreta per comunicare in chiave nazionale ma anche internazionale i valori identitari della cucina italiana – gusto, salubrità, sostenibilità – così come per riflettere sulle sfide del nostro tempo intorno alla produzione e fruizione del cibo: dall’efficienza delle risorse al cambiamento dei modelli di consumo, ai valori etici e sociali legati alla tradizione alimentare mediterranea».

Il ruolo centrale di Casa Artusi – Fin dall’avvio del percorso, Casa Artusi è stata riconosciuta come uno dei motori della candidatura: la Fondazione, dedicata alla figura di Pellegrino Artusi, ha contribuito in modo determinante alla stesura del dossier per mano di Massimo Montanari, al coinvolgimento delle comunità della cucina di casa e alla messa a disposizione delle proprie esperienze didattiche e di ricerca sulla cucina domestica italiana.

Cosa significa essere Patrimonio culturale immateriale Unesco – Secondo la Convenzione UnescoO del 2003, per patrimonio culturale immateriale si intendono le pratiche, rappresentazioni, espressioni, conoscenze, saper fare che le comunità riconoscono come parte del proprio patrimonio.

Il dossier: cucina di casa, sostenibilità e diversità bioculturale – Il dossier presentato descrive la cucina italiana come un mosaico di tradizioni: un sistema di pratiche sociali, rituali e saperi che intrecciano biodiversità agricola, prodotti tipici, artigianato alimentare, mercati rionali, ricettari familiari e convivialità.

Un iter partito nel 2020 – Il percorso è iniziato nel 2020 e ha richiesto oltre cinque anni di lavoro. Nel marzo 2023 il Governo italiano ha presentato ufficialmente la candidatura. Il 10 novembre 2025 l’organo di valutazione Unesco ha espresso il parere favorevole che ha portato alla decisione adottata, appunto, oggi dal Comitato Intergovernativo.

Le altre cucine già riconosciute dall’Unesco – Tra le principali tradizioni gastronomiche già iscritte: la cucina tradizionale messicana (2010), il “pasto gastronomico dei francesi” (2010), il Washoku giapponese (2013) e la Dieta Mediterranea (dal 2010).

L’impegno futuro di Casa Artusi – Per Casa Artusi il riconoscimento rappresenta una responsabilità e un’opportunità per intensificare programmi di educazione alimentare, formazione, ricerca, documentazione e sviluppo di progetti di cooperazione nazionale e internazionale.

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In copertina, il presidente Andrea Segre davanti al ritratto del grande Pellegrino Artusi padre della cucina italiana moderna.

Troppa burocrazia per l’utilizzo dei fondi europei. Zannier da Siracusa: bisogna rivedere alcune scelte adottate dall’Ue

“Il Friuli Venezia Giulia per utilizzare 40 milioni di euro nell’ambito del Piano di sviluppo rurale deve impiegare 85 funzionari. Per utilizzare 250 milioni di liquidità regionale, di funzionari ne impiega solo quattro. La provocazione allora è: il cofinanziamento dello Stato e il cofinanziamento delle Regioni utilizziamolo fuori dalla Pac perché, come sta avvenendo, con gli strumenti dello Sviluppo rurale noi paghiamo con anni di ritardo gli imprenditori agricoli, chiedendo loro di sostenere l’intero investimento, e rischiamo di “ucciderci” come amministrazioni. Quindi, la grande sfida è chiedere, anche attraverso il governo, che questa architettura burocratica venga meno, poiché forse non basta una riforma e non possiamo chiedere ai burocrati di cambiare la burocrazia”.

Lo ha detto ieri l’assessore regionale alle Risorse agroalimentari, forestali e ittiche, Stefano Zannier, presente all’Expo “DiviNazione 24” (l’esposizione delle eccellenze dell’agricoltura, della pesca, dell’acquacoltura e del settore vivaistico-forestale organizzata dal ministero dell’Agricoltura, della sovranità alimentare e delle foreste in parallelo al G7 dei ministri dell’Agricoltura e Pesca in programma dal 26 al 28 settembre nell’isola di Ortigia, Siracusa) nell’ambito di un dibattito sul futuro dell’agricoltura e della pesca con le istituzioni italiane ed europee che ha visto la relazione introduttiva del ministro dell’Agricoltura, della sovranità alimentare e delle foreste Francesco Lollobrigida.
“L’agricoltura italiana – ha aggiunto l’esponente della Giunta Fedriga – torna al centro della scena rispetto a un G7 nel quale si dovranno confrontare le esperienze di livello internazionale. Un’occasione che, auspichiamo, servirà anche a ribadire come sia sempre più necessario ragionare sull’agricoltura in termini di produzioni agricole, perché questa sarà la vera grande sfida del prossimo futuro. Le produzioni non sono infinite, devono essere certamente sostenibili, ma in tutte le componenti fondamentali che le determinano”.
“E’ poi evidente – ha sottolineato l’assessore – che il sistema europeo deve fare una profonda riflessione affinché le scelte che sono state pensate, e a volte ideologicamente imposte ai Paesi e ai territori, possano essere riviste e consentano quindi di realizzare un’attività agricola che possa contemperare gli interessi di tutti e non solo delle parti che, fino a oggi, sono riuscite a monopolizzare il dibattito su questi temi”. Presente all’expo anche la Regione Friuli Venezia Giulia attraverso un importante spazio espositivo – gestito da PromoTurismoFvg – condiviso con tute le altre altre Regioni del Nord d’Italia.
Attraverso spazi informativi (con materiali e video dedicati) e un’area riservata allo show cooking e alle degustazioni, lo stand promuoverà fino al 29 settembre il Friuli Venezia Giulia anche attraverso i prodotti più rappresentativi (come prosciutto di San Daniele, formaggio Montasio, trota affumicata di San Daniele, il frico e molte delle migliori etichette dei vini bianchi delle aree di eccellenza) del sistema agroalimentare regionale.

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In copertina, l’assessore regionale Zannier nello stand del Friuli Venezia Giulia e all’interno durante il convegno sulla Pac.

Maltempo, aziende agricole devastate. Zannier: subito le prime misure urgenti

«La conta dei danni anche per i settori dell’agricoltura e dell’allevamento, nelle aree maggiormente colpite dalle ultime devastanti ondate di maltempo in Friuli Venezia Giulia, si sta rilevando davvero disastrosa con condizioni estremamente critiche. Danni importanti sia alle produzioni, ma anche alle strutture e ai mezzi delle aziende agricole. Pesantissima la situazione in alcuni allevamenti e stalle completamente scoperchiate e all’interno delle quali è inevitabile mantenere la presenza dei capi di bestiame. In queste ore è necessario che gli operatori mantengano la calma ed effettuino il più rapidamente possibile le stime dei danni». Lo ha detto ieri mattina l’assessore regionale alle Risorse agroalimentari, Stefano Zannier, che ha compiuto un sopralluogo visitando alcune aziende agricole e alcuni impianti zootecnici che hanno registrato ingentissimi danni nelle aree maggiormente colpite dal maltempo.

«Già oggi pomeriggio – ha annunciato l’assessore Zannier – in Consiglio regionale attiveremo le prime misure urgenti. È anche necessario che a livello nazionale vengano attivati gli strumenti adeguati per poter affrontare una situazione davvero pesantissima e complicata che gli operatori del settore non possono certamente affrontare soltanto con i loro mezzi. In queste ore la Regione appronterà urgentemente – ha ribadito l’esponente della Giunta Fedriga – tutti gli strumenti possibili per essere vicina alle aziende dell’agroalimentare e del comparto zootecnico attendendo di avere rapide risposte rispetto all’attivazione delle procedure di intervento e di aiuto anche da parte del governo nazionale».
Nella giornata di martedì l’assessore Zannier aveva già annunciato l’attivazione delle procedure per richiedere il riconoscimento dell’eccezionalità dell’evento dannoso al Ministero dell’agricoltura, della sovranità alimentare e delle foreste, oltre alle altre possibili forme di intervento a sostegno delle aziende agricole della regione. «Siamo di fronte – ha sottolineato ancora l’assessore – a eventi atmosferici e grandinate senza precedenti accompagnate da venti straordinari e piogge torrenziali che in molti casi hanno distrutto anche gli stessi impianti anti-grandine. I danni sono di proporzioni enormi. Risultano devastate, non solo le coltivazioni che vedono i raccolti compromessi, ma anche moltissime strutture e coperture delle stalle, serre e dei capannoni agricoli».

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In copertina e all’interno danni subiti dalle aziende agricole esposti all’assessore Zannier.

Maltempo, il Fvg ora conta i danni. Zannier: “Aiuteremo gli agricoltori”

«Anche in Friuli Venezia Giulia sono ingenti i danni alle strutture e alle produzioni agricole a seguito dell’ondata di maltempo che ha colpito vaste aree del territorio regionale. Le prime stime contano già danni per diversi milioni di euro». Lo ha affermato l’assessore regionale alle Risorse agroalimentari, forestali e ittiche, Stefano Zannier, il quale ha reso noto che «i funzionari della Direzione centrale stanno quantificando i danni che si riferiscono non solo agli eventi atmosferici tra il 24 e il 25 luglio, ma anche a quelli dal 13 luglio scorso e poi ancora tra il 18 e il 19 luglio ed è in corso la perimetrazione delle aree maggiormente colpite. Si stanno inoltre prontamente attivando le procedure per richiedere il riconoscimento dell’eccezionalità dell’evento dannoso al Ministero dell’agricoltura, della sovranità alimentare e delle foreste oltre alle altre possibili forme di intervento a sostegno delle aziende agricole della regione».

Stefano Zannier


Come ha ricordato l’esponente della Giunta Fedriga, «si è trattato di grandinate senza precedenti accompagnate da venti straordinari e piogge torrenziali che hanno provocato enormi danni devastando le coperture delle stalle, delle serre e dei capannoni agricoli, distruggendo le reti antigrandine a protezione delle colture che non hanno potuto reggere l’impatto di chicchi di grandine di dimensioni straordinariamente rilevanti. Ingenti anche i danni alle colture agricole, così come – ha concluso l’assessore Zannier – vengono segnalati pesanti danni anche agli impianti di irrigazione che sono stati rovesciati dalla furia degli agenti atmosferici».

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In copertina, mais distrutto dalla grandine e dal forte vento nel Medio Friuli.

Confagricoltura Fvg: contro la Flavescenza dorata più strategia, ricerca, tecnici e risorse adeguate

L’avvicinarsi della primavera, con il risveglio vegetativo della vite, mette di nuovo sotto la lente d’ingrandimento delle aziende agricole la diffusione della Flavescenza dorata. Una fitoplasmosi da lotta obbligatoria che, in questi ultimi due anni, ha registrato una preoccupante accelerazione, arrivando a minacciare le principali produzioni enologiche di Piemonte, Toscana, Veneto, Lombardia, Emilia-Romagna, Trentino-Alto Adige e Friuli Venezia Giulia, che hanno registrato e segnalato, proprio di recente, nuovi focolai.

Alberto d’Attimis-Maniago Marchiò


«Chiediamo che venga messa a punto una strategia di interventi uniformi per tutto il territorio regionale alla quale gli enti competenti partecipino in modo coordinato e con la condivisione delle proprie iniziative – dice Alberto d’Attimis-Maniago Marchiò, nuovo presidente della Sezione economica viticola di Confagricoltura Fvg –. Una strategia che, oltre a essere operativa al più presto, deve fornire un’informazione capillare poiché il diffondersi dell’infezione è un problema di territorio e non solo di singolo vigneto. La Regione Friuli Venezia Giulia, finora, ha stanziato 100 mila euro per l’assistenza tecnica e il monitoraggio capillare della fitoplasmosi, ma non sono sufficienti per mettere in campo un numero adeguato di tecnici per il monitoraggio e per indennizzare, almeno in parte, le aziende più colpite che sono costrette a estirpare numerosi ettari di vigneto con, tra l’altro, nel caso in cui venga colpito un vigneto storico, la perdita di una parte del patrimonio di biodiversità varietale del Vigneto Fvg».
Anche a livello nazionale, secondo Confagricoltura, il fondo istituito dal ministero dell’Agricoltura nella legge di Bilancio 2023 che prevede una dotazione di 1,5 milioni di euro per il 2023 e altri 2 milioni per il prossimo anno, è insufficiente. Bisogna trovare le risorse economiche necessarie sia per finanziare gli interventi di selezione delle piante sintomatiche, sia per ristorare i viticoltori che stanno affrontando alti costi per l’estirpazione delle piante compromesse dalla malattia. Attualmente, infatti, le imprese colpite dalla Flavescenza dorata non sono coperte da nessun tipo di sostegno, né possono usufruire di compensazioni per i mancati ricavi. Per Confagricoltura è urgente intervenire per interrompere la diffusione della Flavescenza dorata al fine di tutelare e sostenere il comparto vitivinicolo che, nel 2022, ha raggiunto gli 8 miliardi di euro di esportazioni, con una crescita rispetto all’anno precedente del 12 per cento.

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In copertina, i gravissimi effetti della Flavescenza dorata sulla vite.

 

Giacenze di cereali, semi oleosi e riso: denuncia ministeriale entro il 20 gennaio

Il 20 gennaio prossimo prima scadenza per le comunicazioni delle giacenze di cereali, semi oleosi e riso detenuti dagli operatori delle filiere sulla base delle procedure e modalità indicate dal decreto del Ministero dell’agricoltura dell’8 agosto 2022, in attuazione del regolamento dell’Unione europea 2022/79. Lo ricorda Il Punto Coldiretti, informando che sono interessate le giacenze dei prodotti, detenuti in stoccaggio alla data del 31 maggio e del 31 dicembre di ogni anno, destinati alla commercializzazione e cioè: frumento duro, escluso quello destinato alla semina; frumento tenero e frumento segalato, a esclusione delle sementi per la semina; orzo diverso da quello destinato alla semina; granturco diverso da quello destinato alla semina; riso, escluso quello destinato alla semina; semi di soia anche frantumati, esclusi quelli per la semina; girasole, escluso quello destinato alla semina; ravizzone e/o colza, escluso quello destinato alla semina; farina di semi di colza; farina di semi di girasole; farina di semi di soia; olio di colza; olio di girasole; olio di soia.
I soggetti che, alla data del 31 maggio e del 31 dicembre di ogni anno, detengono, a qualsiasi titolo i prodotti sopra elencati, devono comunicare, entro il giorno 20 del mese successivo, il quantitativo in giacenza, utilizzando il sistema telematico Sian-Mipaaf, istituito dal Ministero. Pertanto la prima scadenza è il 20 gennaio prossimo.
Infine, come ricorda ancora Coldiretti, i soggetti che alla data del 31 gennaio e del 30 giugno di ogni anno detengono in stoccaggio sementi certificate devono comunicare il quantitativo in giacenza, rispettivamente, entro il 20 febbraio e il 20 luglio, sempre utilizzando lo stesso sistema.

La Cipolla rossa di Cavasso Nuovo premiata dal marchio ministeriale

Un 2022 molto importante per l’Associazione produttori della Cipolla rossa di Cavasso Nuovo che, con il miglioramento della situazione sanitaria, ha potuto nuovamente partecipare a fiere e mercati, principali occasioni di promozione e vendita dei prodotti che vanno dalla cipolla cruda ai lavorati e che per la prima volta hanno potuto godere del marchio Pat, ovvero il registro del Ministero dell’Agricoltura che riconosce i Prodotti agroalimentari tradizionali.


«L’entrata in questo albo rappresentativo del Made in Italy – ha commentato la presidente dell’Associazione, Michela Spigolon -, avvenuta ad aprile, ci ha permesso di aggiungere un importante elemento nella nostra promozione. Un marchio, quello del Pat, che certifica ulteriormente la qualità della nostra produzione che, seppur di nicchia, è sempre più conosciuta e apprezzata dai consumatori e dai ristoratori».
I numeri del sodalizio sono infatti strettamente legati alle dimensioni territoriali in cui l’ortaggio nasce: sono una dozzina i produttori associati, principalmente persone che conducono un orto personale e aziende agricole strutturate. I soci sono gli eredi della storia della Cipolla rossa di Cavasso Nuovo, coltivazione che per secoli ha sostenuto le economie della famiglie del paese. Infatti, grazie alla pazienza di madri e nonne che compivano lunghe trasferte per venderle nei mercati di pianura, venivano sostenuti i bilanci familiari. Già allora la cipolla cavassina era apprezzata per il suo gusto dolce e delicato e per la sua digeribilità. «Purtroppo, nella seconda metà del Novecento questa varietà, ormai coltivata da pochi, ha rischiato di estinguersi. Ma per fortuna in qualche orto privato era rimasta – ha aggiunto la presidente – e così grazie all’Associazione formata da produttori locali è partita la riscoperta con l’introduzione nel mercato agroalimentare. Tra l’altro, la nostra cipolla si è dimostrata molto duttile, diventando anche un apprezzato ingrediente di qualità per trasformati e piatti che vanno dalla cucina tradizionale alla più sofisticata».


Ora è tempo di programmare il 2023. «Le cipolle della raccolta di quest’anno – ha concluso Michela Spigolon – sono state apprezzate da tutti coloro a cui le abbiamo proposte lungo questi mesi autunnali appena trascorsi, nei mercati e fiere di settore in Friuli Venezia Giulia e nel territorio nazionale, a cui abbiamo partecipato. E ovviamente pure nella nostra Festa d’Autunno e Festa della Cipolla rossa a Cavasso Nuovo, che si tiene ogni anno nella prima domenica di ottobre. Ora guardiamo al futuro perché è già ora di pensare alla prossima stagione agricola nonché concentrarci su un progetto comunicativo-fotografico che vedrà la luce nel nuovo anno».

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In copertina e all’interno alcune immagini della lavorazione della Cipolla rossa.

(Foto Francesco Zanet)

Confagricoltura Fvg: questo è soltanto un “aiutino” per lo stoccaggio dei vini

«Dopo la “distrazione” di quasi 52 milioni di euro di aiuti destinati originariamente al comparto vitivinicolo, da parte del Ministero dell’Agricoltura, ora arriva un Decreto da 9,54 milioni di euro per lo stoccaggio dei vini sfusi, a Docg, Doc e Igt, già certificati. Un “aiutino” che va pure bene ma che, ancora una volta, ha premialità troppo basse e non invoglia certo i produttori ad aderire»: è questo il primo commento che arriva da Michele Pace Perusini, coordinatore della Sezione economica vitivinicola di Confagricoltura Fvg, in relazione ai nuovi aiuti ministeriali previsti per il settore alle prese con le giacenze di cantina a seguito della crisi economica dovuta all’emergenza sanitaria da Covid-19. Il testo è stato appena approvato in Conferenza Stato-Regioni.
«Nei tempi giusti, per tutte le misure antipandemiche fin qui attuate, Confagricoltura aveva richiesto delle premialità più alte, ma il Mipaaf ha sempre deciso di muoversi in maniera diversa. Il nostro comparto è strategico in termini di valore, manodopera occupata e immagine del “Made in Italy” con ricadute enormi sull’indotto che va dall’industria dei macchinari per l’imbottigliamento ai produttori di profilati in acciaio per gli impianti, eppure non viene tenuto in debita considerazione. Dal nostro punto di vista – conclude Pace Perusini – sarebbe maggiormente opportuno prendere in considerazione un secondo bando di distillazione (come stanno facendo altri Paesi europei) per iniziare a pensare sin d’ora a una stabilizzazione del mercato dei vini e, nel lungo periodo, della vendemmia 2021 che da qualche parte dovrà pur essere stoccata».
Le quantità di vino per cui si chiede la misura non possono essere inferiori a 100 ettolitri e non superiori a 4 mila ettolitri. Per Docg e Doc, l’importo dell’aiuto è fissato in 0,06 euro a ettolitro per giorno; mentre per gli Igt è di 0,04 euro/ hl/giorno. Per tutti, il periodo di stoccaggio sarà, a scelta del produttore, al massimo di sei mesi.

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In copertina una barricaia in Friuli e qui sopra Michele Pace Perusini di Confagricoltura Fvg.

Assoenologi conferma: in Fvg uva di qualità ma con il 18% in meno

di Giuseppe Longo

Ora che è tornato un bel sole settembrino, dopo il maltempo del fine settimana che ha riversato abbondanti precipitazioni su gran parte della regione, la vendemmia nel Vigneto Fvg procede a buon ritmo, ma è palpabile fra i viticoltori la sensazione che alla fine il raccolto risulterà molto meno generoso del 2018, che invece era stato espresso da un’annata record sia in termini di quantità che di qualità. In più, va annotato che in certe zone – specialmente di collina, a causa di gran caldo e poca pioggia – c’è una minore resa uva-mosto. A livello nazionale il calo è valutato intorno al 16 per cento, con una produzione di vino stimata in 46 milioni di ettolitri (nel 2018 si erano sfiorati i 55). E in Friuli Venezia Giulia la riduzione è ancora più evidente, tanto che si ipotizza il 18 per cento in meno: 1 milione 780 mila ettolitri contro 2 milioni 167 mila del 2108 (dati Agea). Ma, per fortuna, la qualità è molto buona qui come su tutto il territorio nazionale.
Si tratta delle stime ufficiali presentate a Roma durante un vertice, tenutosi al Ministero dell’Agricoltura, che per la prima volta ha visto insieme Assoenologi, Ismea e Unione Italiana Vini, organizzazioni che hanno unito forze e competenze con l’obiettivo di fornire un quadro ancor più completo e dettagliato sulle stime vendemmiali. La base è costituita dalle valutazioni condotte, a livello locale, con rilevamenti in campo dalle diciassette Sedi periferiche di Assoenologi, quindi anche quella del Friuli Venezia Giulia guidata dal presidente regionale Rodolfo Rizzi. Successivamente, questi dati sono stati confrontati con quelli rilevati dalle stesse Uiv e Ismea.
Come sempre, la relazione non si limita a dare un giudizio generale sulla qualità e quantità della campagna in corso, ma analizza nei dettagli l’andamento dell’annata dal punto di vista climatico, agronomico e fitosanitario, dal quale derivano prima in termini generali poi regionali il perché dei risultati di previsione. Vediamo allora la “fotografia” che la nostra Assoenologi ha scattato sul Vigneto Fvg.

“La stagione invernale, in Friuli Venezia Giulia – si legge nella relazione finale -, è stata caratterizzata da mesi poco piovosi contrassegnati da un caldo anomalo che, nel mese di febbraio, ha raggiunto temperature anche sopra i 20°C. Queste condizioni climatiche hanno accelerato la ripresa vegetativa della vite e, verso i primi di aprile, le varietà precoci, hanno iniziato il germogliamento, con due settimane di anticipo rispetto al 2018. Contemporaneamente ai primi germogliamenti, è ritornato il freddo con molta pioggia e intense nevicate in montagna. Questa situazione di forte instabilità è proseguita anche nel mese di maggio, con temperature ben al di sotto della media stagionale. Tutto ciò ha rallentato lo sviluppo vegetativo della vite, tanto che la fioritura è iniziata solo ai primi di giugno con una decina di giorni di ritardo rispetto allo scorso anno. Sabato 13 luglio un’intensa grandinata ha interessato alcune zone collinari e pianeggianti della provincia di Gorizia (Collio e Isonzo) creando notevoli danni ai grappoli, soprattutto in quei vigneti già defogliati. Nella seconda decade di luglio, in concomitanza con l’invaiatura delle varietà precoci come Pinot grigio, Chardonnay, Pinot nero e Sauvignon, è arrivato un nuovo fronte africano con caldo rovente. Anche il mese di agosto è stato caratterizzato da scarse precipitazioni e da alte temperature diurne (ma con un’apprezzabile escursione termica notturna), costringendo i vignaioli ad intervenire con irrigazioni di soccorso soprattutto nei terreni ghiaiosi”.

“Per quanto riguarda lo stato sanitario della vite, sia in collina sia in pianura, si segnalano – si legge ancora nelle conclusioni di Assoenologi Fvg – solo alcuni sporadici attacchi di peronospora e oidio. L’estate complessivamente è stata calda e l’acqua ben distribuita, condizioni ottimali per una buona maturazione dell’uva. La quantità risulta inferiore di circa il 18%, rispetto allo scorso anno. I grappoli dei vigneti di prima produzione e delle nuove varietà “resistenti alle crittogame” sono stati raccolti negli ultimi giorni di agosto, mentre i primi di settembre sono iniziati i conferimenti di Pinot grigio, Pinot nero e alcuni cloni di Sauvignon. A seguire si vendemmieranno le uve di Traminer aromatico, Chardonnay, Pinot bianco, Glera (per Prosecco) e Ribolla gialla”.
“Lo stacco delle uve a bacca rossa (Merlot e Cabernet franc) dovrebbe invece iniziare – prosegue il resoconto – solo dopo il 20 settembre, mentre le operazioni di raccolta termineranno con le varietà tardive (Verduzzo, Refosco e Picolit). Attualmente il mercato evidenzia una certa stagnazione dei prezzi per l’abbondanza delle scorte in cantina e le basse quotazione dei vini sfusi. Per le uve rosse l’attenzione è rivolta al Refosco, al Merlot, al Cabernet sauvignon e al Pinot nero”.

Riccardo Cotarella

Rodolfo Rizzi

Questa dunque la situazione in Friuli Venezia Giulia che anticipa i risultati di una vendemmia che si confermerà poco generosa, ma senza dubbio buona, e che concorrerà con la sua pur modesta entità (meno del 4 per cento) – se raffrontata con quella dei colossi produttivi a cominciare dal Veneto – a creare quei 46 milioni di ettolitri di cui dicevamo all’inizio. Tuttavia, l’Italia dovrebbe conservare anche quest’anno il ruolo di prima Cantina mondiale, perché anche in Francia la produzione non è quantitativamente esaltante.
Tutte previsioni che sono dunque uscite dall’Osservatorio del Vino presentate, come si diceva, nella sede del Ministero delle Politiche agricole, alimentari, forestali e del turismo, che hanno appunto visto insieme per la prima volta Assoenologi, Ismea e Unione Italiana Vini. All’appuntamento sono intervenuti il presidente di Uiv Ernesto Abbona, il direttore generale di Ismea Raffaele Borriello, il presidente di Assoenologi Riccardo Cotarella e il segretario generale del Comité Européendes EntreprisesVins Ignacio SanchezRecarte.
“Se l’annata 2018 è stata generosa – ha sottolineato Cotarella –, nel 2019 si assiste in molte zone a un’inversione di rotta. Dal punto di vista climatico anche quest’anno la variabilità del meteo si è fatta sentire, in particolare a maggio, con un abbassamento delle temperature accompagnato da abbondati precipitazioni, che hanno determinato un rallentamento del ciclo vegetativo della vite. Si rileva un generale ritardo della maturazione di circa 10/15 giorni, tanto da far rientrare l’epoca di vendemmia in periodi più legati alla tradizione, dopo gli innumerevoli anticipi registrati negli ultimi anni”.

“Con la vendemmia 2019 – ha spiegato Abbona – rientriamo nella media degli ultimi anni, segnando una flessione marcata rispetto alla eccezionale produzione dello scorso anno con una qualità variabile, tra il buono e l’eccellente a seconda delle zone, che ci consente di guardare al futuro con ottimismo e fiducia. È lecito attendersi la tenuta dei prezzi sui vini a Do, che rimanendo nei volumi dei disciplinari subiranno meno la flessione, così come lo scorso anno hanno risentito meno dell’aumento produttivo, e un possibile ritocco in alto dei listini degli sfusi visto il calo vendemmiale anche di Francia e Spagna”. “Il vino italiano – gli ha fatto eco Borriello – negli ultimi anni ha consolidato un importante percorso di internazionalizzazione tramite la concentrazione e la riorganizzazione dell’offerta verso prodotti di maggiore qualità e gradimento nei mercati esteri. Gli effetti di tale evoluzione verso la qualità e l’efficacia delle politiche commerciali sono testimoniati dal costante aumento del fatturato all’export, quasi raddoppiato negli ultimi dieci anni. In prospettiva, sul futuro del settore peseranno le modalità di uscita del Regno Unito dall’Europa e l’incertezza del nuovo assetto geopolitico mondiale, dove le dinamiche dei mercati saranno sempre più difficili da leggere e imporranno strategie sempre più complesse, differenziate e flessibili: maggiori rischi, ma anche maggiori opportunità, per chi saprà anticipare le tendenze evolutive, lavorando a un’accurata segmentazione delle politiche commerciali di esportazione”.
Infine, per Ignacio Sanchez Recarte, segretario generale del Ceev, al livello europeo si prevede “una vendemmia 2019 ridotta rispetto a quella del 2018, che fu straordinaria e vicina alla media storica. Le elevate temperature registrate durante l’estate rappresentano la causa principale della riduzione della produzione, ma quest’anno ci aspettiamo un’uva di eccellente qualità”.

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In copertina e all’interno immagini di vendemmia scattate sul Collio tra Cormons e San Floriano.

(Foto di Giorgio Alt)