Consorzio agrario Fvg da record e che ora progetta nuove strategie di crescita

di Giuseppe Longo

Nonostante i disastri causati dall’emergenza sanitaria, fatturato e utile da record per il Consorzio agrario del Friuli Venezia Giulia: affari a gonfie vele, insomma, anche nell’anno del Coronavirus. E ora l’importante cooperativa accarezza l’idea di costruire una nuova strategia, economica e produttiva, decidendo di approfondire le opportunità di ulteriore crescita offerte dal progetto nazionale Cai che, come è noto, nei mesi scorsi aveva registrato posizioni molto differenziate all’interno della stessa compagine amministrativa, guidata dalla fine del 2020 da Gino Vendrame. Per il quale, «valutare il progetto nazionale non significa disperdere quanto fatto fin qui, ma cercare di migliorarlo cogliendo un’opportunità, guardando a un orizzonte più ampio». Indicazioni che sono emerse l’altra mattina, a Orgnano di Basiliano, quando l’assemblea – riunita in presenza, pur con le ormai immancabili mascherine – ha dato il via libera al bilancio. I soci hanno infatti licenziato il documento contabile appunto con un risultato record, ben 1,5 milioni di utile realizzato nell’anno della pandemia, e ha contestualmente dato avvio proprio allo studio di fattibilità relativo all’adesione ai Consorzi agrari d’Italia.

Il presidente Gino Vendrame.

Il bilancio ha chiuso con un valore della produzione pari a 122 milioni di euro (+3 milioni rispetto al 2019) per un utile, come detto, di ben 1,5 milioni che porta il patrimonio netto della cooperativa a oltre 23,6 milioni. Aumenta il fatturato, ma aumenta soprattutto l’utile, mai così alto a memoria dei soci. Il Consorzio ne riunisce complessivamente 2.200, dà lavoro a 240 dipendenti, tra la sede basilianese e le 38 distribuite sul territorio regionale. Numeri importanti che ne confermano la leadership indiscussa nell’ambito dell’agricoltura friulana. Un ruolo conquistato sul campo, come ha ricordato il direttore generale Elsa Bigai, che con questo adempimento ha concluso il suo impegno nella cooperativa, in particolare per quanto attiene ai risultati 2020: «Nulla viene per caso. Non è infatti solo l’utile ad avere portata storica, migliorano anche la posizione finanziaria netta, l’indebitamento, i crediti e le rimanenze solo per citare alcuni altri indicatori contenuti nel bilancio che non potranno sfuggire a quanti vorranno prendere attentamene in esame i numeri, frutto di una gestione sempre attenta, che certifica le fatiche compiute da tante persone nel corso degli anni». E poi ha aggiunto: «In questo bilancio raccogliamo anche i risultati di alcune scelte importanti, compiute nel recente passato, come la collaborazione con il Consorzio agrario di Treviso e Belluno, e dell’impegno che tutto il personale, al quale va il mio più sentito ringraziamento, e la base sociale hanno profuso in un anno difficilissimo, segnato dalla pandemia e da molte altre tensioni», ha concluso con orgoglio la dirigente annunciando stamattina il suo addio ai Consorzi agrari. Quello di venerdì è stato, infatti, il suo ultimo giorno di lavoro a Orgnano e del suo impegno pluridecennale a servizio del mondo agricolo friulano.

Elsa Bigai, direttore uscente.

Come si diceva, a ruota del documento economico-finanziario, l’assemblea ha votato a favore dell’avvio delle procedure di valutazione per l’adesione al progetto nazionale Cai che è stato illustrato ai soci dallo stesso presidente Vendrame. «Il patrimonio del nostro Consorzio – ha detto – è di tutto rispetto, come dimostrano i numeri del bilancio, ma l’importanza di questa realtà va al di là del risultati economici, sta in particolare nel ruolo di riferimento che riveste su questo territorio. Valutare il progetto nazionale – ha aggiunto – non significa disperdere quanto fatto fin qui, ma cercare di migliorarlo cogliendo un’opportunità, guardando a un’orizzonte più ampio, fermo restando l’obiettivo di garantire i migliori e più competitivi servizi alle imprese e alle persone».

Passando, infine, ad alcuni dettagli, va rilevato che, dal punto di vista meteorologico, il 2020 è stato un anno caratterizzato da meno anomalie rispetto all’anno precedente, il che ha aiutato la campagna primaverile ma soprattutto la fase autunnale della raccolta dei cereali. I prezzi internazionali sono risultati in forte riduzione per molti mezzi tecnici, vedasi i prodotti petroliferi, condizionando al ribasso il fatturato, ma ci sono stati viceversa degli aumenti sul valore di mercato di diverse materie prime. L’incremento più brillante si è registrato nei settori della meccanizzazione e degli ammassi, senza dimenticare il garden. Nel settore del giardinaggio, infatti, specie nei mesi del lockdown, si è assistito a un un vero e proprio boom, con incrementi a doppia cifra. Un’ottima salute, insomma, per il Consorzio agrario del Friuli Venezia Giulia che ora si appresta a voltare pagina. A oltre un secolo dalla sua nascita, è infatti seriamente motivato a scriverne una tutta nuova, cogliendo le opportunità appunto offerte dalla rete nazionale. E per fare questo assumerà tutte le informazioni necessarie per compiere razionalmente e serenamente un passo strategico, ma anche storico.

Due immagini dell’assemblea.

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In copertina, il momento dei lavori al terreno e delle semine. Anche per il futuro del Consorzio agrario Fvg.

Quinta tappa “virtuale” nelle cantine di Nimis. E un tour tv-online fra le grappe

di Giuseppe Longo

Da un’azienda storica, ma moderna nelle strutture e nei suoi impianti, a una piccola, specializzata in quelle produzioni pregiate ma di piccola quantità che oggi preferiamo chiamare di nicchia. Passando per altre due di riconosciuta fama con i vigneti sulle pendici del monte Bernadia, cuore della zona del Ramandolo Docg, e una di nuovissima concezione, scavata nella collina sopra San Gervasio. E’ arrivato, infatti, alla quinta tappa il viaggio della “corriera virtuale” alla scoperta delle cantine del territorio di Nimis al fine di conoscere i protagonisti dei luoghi di produzione delle eccellenze enogastronomiche di questo affascinante territorio dei Colli orientali del Friuli. Veicolo di questi messaggi sono la pagina Facebook dell’Ufficio turistico Nimis, che fa capo all’assessorato alle attività produttive e al turismo retto da Fabrizio Mattiuzza, e i gruppi in cui si parla del capoluogo e delle sue frazioni. Una bella e importante iniziativa, osservavamo in occasione del suo avvio, che sarà continuata e integrata anche con ristoranti, trattorie, agriturismi ed enoteche, esercizi strettamente legati al lavoro delle aziende vitivinicole e che, come è noto, a Nimis godono da sempre di ottima fama. E che insieme soffrono la grave crisi causata dal Covid-19, sulla quale proprio questo sito si è soffermato in questi giorni (dando voce a Coldiretti e Confagricoltura), soprattutto per quanto riguarda il settore vitivinicolo. C’è da sperare che le cose migliorino con le appena annunciate misure di allentamento delle norme anti-contagio, che scatteranno il prossimo 26 aprile. Ma, nel frattempo, continuiamo questo sicuramente appagante viaggio online fra le cantine di quest’area collinare e pedemontana.

LE AZIENDE – Il viaggio “virtuale” era cominciato poco più di un mese fa nella nuovissima cantina I Comelli gestita da una famiglia che da un paio di secoli è legata alla terra e alla produzione vitivinicola, divenuta famosa anche per l’agriturismo inserito nella storica casa di borgo Valle. Ed era proseguito nella cantina di Ivan Monai, a due passi dalla cinquecentesca chiesetta di Ramandolo: azienda nata nel 1983 e che è denominata “Anna Berra” nel ricordo della madre del produttore, il quale le ha dedicato anche una linea di vini. Terzo appuntamento ancora a Ramandolo nella piccola cantina di Alessandro e Dario Coos, che continua una secolare tradizione di famiglia. Dario è stato il principale artefice, sostenuto dalla civica amministrazione del tempo, per la valorizzazione, negli anni Ottanta, del Ramandolo prodotto nel territorio a cavallo fra i Comuni di Nimis e di Tarcento, promosso poi alla Docg nel 2001. Per la quarta tappa la singolare “corriera” è scesa a Nimis, salendo poi sul “Ronc dal Gjal” per visitare la originalissima cantina della famiglia Gori. Piero ha infatti realizzato una dozzina di anni fa la Gori Agricola. Una cantina che unisce l’innovazione con la tradizione: costruita su tre livelli, sfrutta il cosiddetto “metodo a caduta”. Ed ecco la quinta tappa del viaggio virtuale, in una piccola cantina, decisamente unica nel suo genere. E’ la “Feudo dei Gelsi”, creata dal veneziano Andrea Rizzo, il quale, spinto dalla passione per il vino, ha deciso di studiare enologia in Francia. Al rientro, nel 2002, è stato conquistato dalla zona di Nimis, dove  ha deciso di aprire la sua attività, ristrutturando una casa dell’800 e rinnovandone i vigneti.

LA DISTILLERIA – E collegata all’attività delle aziende vitivinicole è la distilleria Ceschia, la più antica del Friuli. La storica realtà – che ricava dal lontano 1886 grappe pregiate dalle vinacce dei colli di Nimis, in primo luogo quella famosissima di Ramandolo presentata nell’inconfondibile fiaschetto impagliato – domani sarà protagonista di una bella e importante iniziativa in tv e sulla rete: alle 21, sarà all’interno della puntata di “Spirito d’uva” sul canale 815 di Sky e sul canale youtube Winetv https://youtu.be/MX9GrQ_HsHQ, durante la quale il bartender Mauro Uva e il giornalista Federico S. Bellanca accompagneranno gli spettatori in un tour alla scoperta della storica azienda in riva al Cornappo #winetv #skytv #skyitalia #spiritoduva #grappe #grappafriulana #grappanemas. Ricordiamo che la distilleria nacque appunto 135 anni fa, quando Giacomo Ceschia iniziò a distillare le vinacce nell’alambicco che lui stesso aveva costruito. Negli anni la distilleria si è ovviamente evoluta, anche in seguito all’ingresso nel Gruppo Molinari, ma sono rimasti immutati passione,  tradizione e legami col territorio nel produrre distillati di riconosciuto pregio.

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In copertina e all’interno ecco alcune immagini di vigneti e grappoli, nonché degli impianti di distillazione.

 

Vigneto Fvg, è sempre più drammatica la situazione del vino ancora invenduto

di Giuseppe Longo

Veramente drammatica, e purtroppo lo sarà sempre più se non interverranno cambiamenti in tempi rapidi, la situazione economica anche all’interno del Vigneto Fvg, a causa dei devastanti effetti dell’emergenza sanitaria e dei provvedimenti adottati per contrastarla, con il blocco pressoché totale, da mesi, della ristorazione (Horeca). Impressionante, infatti, la quantità di vino ancora invenduto che è pari a quello ottenuto in un’intera vendemmia (circa 2 milioni di ettolitri!). Come dire, che quanto raccolto nel 2020 – l’anno dello scoppio della pandemia, con le prime gravissime ripercussioni sul settore vitivinicolo – è praticamente ancora tutto fermo nelle cantine. Perché la distribuzione è appunto bloccata, ma anche perché i consumi sono ulteriormente calati a causa proprio delle accresciute difficoltà. Alla faccia dei risparmi personali che sarebbero in costante aumento…
«I numeri delle giacenze del vino, a fine marzo, comunicati dagli organi competenti sono preoccupanti – spiega infatti Michele Pace Perusini, presidente della Sezione economica viticola di Confagricoltura Fvg -. Quello che i numeri non dicono, purtroppo, è quanto di questo vino sia già imbottigliato e fermo. Tra l’altro, a esempio, nel primo trimestre del 2021 (rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente) l’imbottigliamento del Prosecco Doc è cresciuto del 7,4%; quello del Pinot grigio delle Venezie, dell’11,2%. Ciò non significa, però, che si vende più vino, ma semplicemente che ci si prepara a vendere quel vino (o, almeno, si spera di venderlo presto). Perciò – aggiunge Pace Perusini – il focus dell’attenzione dovrebbe essere posto proprio all’aspetto economico della questione con i produttori stretti in una morsa».

Michele Pace Perusini


«Da un lato – prosegue l’imprenditore di Corno di Rosazzo, braccio destro del presidente Philip Thurn Valsassina – l’Horeca che non paga le forniture a motivo delle aperture (e chiusure) a singhiozzo dei mesi scorsi (utilizzando i fornitori per finanziarsi, sostanzialmente); dall’altra, le nuove spese che l’azienda deve accollarsi per imbottigliare e prepararsi alle prossime aperture dei mercati. Mercati che sono cambiati nei tempi della pandemia. Infatti, se fino ad alcuni mesi fa funzionava ancora il mercato italiano ed europeo, attualmente riprendono a “tirare” i mercati esteri dove il programma di vaccinazione è avanzato (Stati Uniti, a esempio) e rallenta dove ancora il piano vaccinale stenta a decollare. Serve perciò – è la conclusione di Pace Perusini – accelerare realmente sul piano vaccinale e tutelare il credito dei produttori vitivinicoli anche con una norma, come proposto da Confagricoltura, che preveda di collegare l’erogazione dei sostegni pubblici alle aziende con la verifica del pagamento delle pendenze con i fornitori».

Bollicine di Prosecco.


Ma dicevamo del vino invenduto. «Circa 200 milioni di litri di vino in più rispetto allo scorso anno (da 54 a 56 milioni di ettolitri) giacciono ancora nelle cantine del nostro Paese per effetto della chiusura di ristoranti, bar ed enoteche in Italia e all’estero che ha fatto crollare i consumi fuori casa con gravi difficoltà per il settore vitivinicolo, in particolar modo quello legato ai vini a denominazioni di origine e indicazione geografica, a maggior valore aggiunto», afferma Coldiretti nel sottolineare che le difficoltà della ristorazione si trasferiscono a valanga sull’intera filiera dove sono impegnati in Italia 250 mila produttori di uve. E contribuire a questo dato, secondo l’ultimo aggiornamento reso disponibile dal ministero delle Politiche agricole, è purtroppo anche la nostra regione, come informa la Coldiretti del Friuli Venezia Giulia con il responsabile del settore vitivinicolo Marco Malison. «Le giacenze sul territorio – spiega –  ammontavano infatti, a fine marzo, a 2.079.886 ettolitri, circa l’equivalente di una vendemmia, con un incremento di quasi 4 milioni di litri sullo stesso periodo del 2020».
«Le giacenze di vino nella nostra regione sono di poco superiori a quelle del 2020 – commenta Malison –. Tuttavia, siamo ugualmente molto preoccupati. Primo perché le eccedenze italiane deprimono anche il mercato dei vini locali. Secondo perché il dato regionale è frutto di una forte adesione a misure di riduzione volontaria della produzione messe in atto dai viticoltori la scorsa vendemmia. Peccato però che gli aiuti economici collegati a questo impegno, che dovevano arrivare entro la fine di dicembre, ad oggi devono ancora essere liquidati. E questo aumenta la crisi di liquidità delle imprese già duramente provate dal lockdown e sta facendo infuriare i produttori».
Si tratta di produzioni di alta qualità in un Paese come l’Italia che è leader mondiale davanti alla Francia con la produzione tricolore è destinata per circa il 70% a vini Docg, Doc e Igt con 332 vini a denominazione di origine controllata (Doc), 73 vini a denominazione di origine controllata e garantita (Docg), e 118 vini a indicazione geografica tipica (Igt) riconosciuti in Italia e il restante 30 % per i vini da tavola. «In gioco – conclude Coldiretti – c’è il futuro del primo settore dell’export agroalimentare Made in Italy che sviluppa un fatturato da 11 miliardi di euro e genera opportunità di lavoro per 1,3 milioni di persone impegnate direttamente in campi, cantine e nella distribuzione commerciale, ma anche in attività connesse e di servizio e nell’indotto».

Grappoli di Pinot grigio.

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In copertina, operazione di imbottigliamento in Fvg.

 

Le Città del Vino in… Viaggio: si candida “Ramandolo” da 20 anni prima Docg Fvg

di Giuseppe Longo

Prepotto, con il suo prezioso Schioppettino, prima; Povoletto, con i suggestivi vigneti di Savorgnano del Torre (e non solo), poi. Un successo le puntate in diretta Fb sulla pagina di @cittàdelvino, che si sono sviluppate nel corso di due recentissimi venerdì e che hanno visto collegati attraverso la rete diversi operatori del settore che hanno offerto importanti riflessioni su realtà fra le più prestigiose dei Colli orientali del Friuli.
Per ora “In Viaggio per le Città del Vino” non ha altre iniziative in programma nella nostra regione, ma se una potesse avere realizzazione entro questo 2020, che tutti speriamo sia quello definitivo per superare l’emergenza pandemica che tanti danni ha causato anche al comparto della vitivinicoltura, riteniamo che potrebbe ancora una volta avere come scenario lo splendido scenario di questi “ronchi” che hanno quale inconfondibile simbolo storico lo Spadone del Patriarca Marquardo. Una zona Doc che ha appena superato il mezzo secolo di vita e all’interno della quale, nel lembo più settentrionale, è nata esattamente vent’anni fa la prima Docg, denominazione di origine controllata e garantita – il massimo grado di tutela della qualità espressa da un territorio -, del Vigneto Fvg: “Ramandolo”. Il celeberrimo vino – dolce-non dolce, per l’elevata concentrazione tannica – prodotto sulle ripide pendici del monte Bernadia vegliate dalla cinquecentesca chiesetta di San Giovanni Battista e nei vigneti delle zone circostanti all’interno dei Comuni di Nimis e di Tarcento. Un “cru”, per dirla con i francesi, fra i più prestigiosi della nostra regione e che quindi meriterebbe d’essere “celebrato” dalla terza puntata di “In Viaggio per le Città del Vino”.
Nell’associazione nazionale, che in Friuli Venezia Giulia è coordinata da Tiziano Venturini, oltre ai ricordati Comuni di Prepotto, Povoletto e appunto Nimis, ci sono altre ventidue Città rinomate per il frutto della vite. E cioè Aquileia, Bertiolo, Buttrio, Camino al Tagliamento, Capriva del Friuli, Casarsa della Delizia, Chiopris Viscone, Cividale del Friuli, Cormòns, Corno di Rosazzo, Dolegna del Collio, Duino Aurisina, Gorizia, Gradisca d’Isonzo, Latisana, Manzano, Moraro, Premariacco, San Giorgio della Richinvelda, Sequals, Trivignano Udinese e Torreano. Una bella e importante iniziativa, dunque, che sarebbe auspicabile – e in questo credo di interpretare il pensiero dei diretti interessati – potesse riguardare in tempi brevi ancora i Colli orientali del Friuli e proprio l'”eroica” viticoltura di Ramandolo. Sarebbe un magnifico modo per chiudere il “cerchio” almeno in questa fase iniziale dell’apprezzata iniziativa promozionale, perché, scorrendo i nomi appena citati, tutti i ventidue Comuni sono altamente meritevoli d’essere valorizzati. Ma se dev’esserci una motivazione – come appunto sono risultate azzeccate quelle di Prepotto, con la sottozona dello Schioppettino, e di Povoletto, con il suo Progetto di valorizzazione del settore – ebbene quella doppia di Ramandolo, appunto da vent’anni prima Docg del Friuli Venezia Giulia, appare più che meritevole.

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In copertina e qui sopra due suggestive immagini della zona del Ramandolo Docg a Nimis.

Anche in Fvg crollano le temperature con pesanti danni alle coltivazioni

di Giuseppe Longo

Ci risiamo, purtroppo! La grande gelata che aveva colpito il Friuli Venezia Giulia il 21 aprile 2017 sembrava ormai così lontana da apparire soltanto come un un brutto ricordo, di quelli che si preferisce rimuovere. Invece, il brusco e vistosissimo calo delle temperature di questi giorni, dopo un esordio di primavera davvero esagerato a oltre venti gradi, ci ha fatto nuovamente precipitare in quella drammatica situazione atmosferica che per le colture è davvero devastante.
Per la prossima notte e seguente mattina Osmer Fvg prevede un rialzo delle temperature, con un minimo in pianura di 0 gradi. Ma gli anche -4 registrati nelle ultime due giornate – come emergeva anche dalle cronache di stamane – hanno davvero assestato una mazzata alle colture frutticole in fiore (dove i terreni non sono protetti dagli impianti di irrigazione antibrina) e a quelle orticole, oltre che alle varietà più precoci dei vigneti soprattutto della Bassa, nei quali il germogliamento delle gemme è già in atto.
Insomma, se da un lato la partenza anticipata della primavera ci può riempire di gioia perché ci fa dimenticare l’inverno, dall’altro nasconde appunto la temutissima insidia del gelo tardivo, come era accaduto anche nel 2020, però alla fine di marzo. Ed è quello che si è puntualmente verificato pure quest’anno e non solo in Friuli, ma anche in altre regioni a cominciare da quelle a noi più vicine. E appena passata questa ondata di maltempo – perché di questo si tratta, anche se splende un sole bellissimo – comincerà la triste conta dei danni, che si rifletteranno con pesanti conseguenze sui nuovi raccolti.

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In copertina, i gravi danni causati dalla brina sui germogli della vite.

Quel peperoncino così buono e pieno di tante salutari virtù

di Giovanni Oliviero Panzetta*

Come spesso succede, i post di Giuseppe Longo stimolano le mie riflessioni sul legame tra qualche alimento e la salute. L’ultimo post, che riguarda l’iniziativa della Delegazione Friulana dell’Accademia Italiana del Peperoncino a favore dei ristoratori in sofferenza per le restrizioni imposte dal Coronavirus, mi porta a ragionare sulle virtù di salute del peperoncino.
L’Oms (Organizzazione Mondiale della Salute), per sfatare una delle credenze che avrebbero preso piede durante la pandemia, ci fa sapere che il peperoncino è certo molto gustoso nelle nostre mense, ma non previene e non cura l’infezione da Coronavirus. Eppure, recenti ricerche di cristallografia molecolare accreditano la capsaicina (cioè la principale sostanza attiva del peperoncino) come una delle molecole potenzialmente più dotate di proprietà antivirali. Secondo gli studi, la capsaicina è capace di bloccare uno specifico enzima proteasico posseduto dal Coronavirus, la cui attività è indispensabile per la replicazione virale all’interno della cellula infettata.
Diverse sostanze derivate dalle piante (e dalle spezie in particolare) sono ben conosciute per le loro qualità antiinfettive e antivirali. Questi composti servono alle piante stesse per difendersi da germi e virus da cui possono essere attaccate, al pari se non più frequentemente di quanto non capiti all’uomo.
La medicina tradizionale ha imparato ad utilizzare le piante per curare dissenterie, infezioni bronchiali, cistiti e molte altre patologie infettive senza minimamente sapere che i principi attivi contenuti nelle piante hanno nomi come capsaicina, piperina, naringina, quercitina, acido gallico, curcumina, etc.
La capsaicina del peperoncino sta rapidamente guadagnando il favore della ricerca come si evince dal numero dei lavori scientifici recensiti anno dopo anno dalla Biblioteca online PubMed: ben 601 ricerche nel 2020 fanno riferimento alla capsaicina non solo per le sue proprietà antivirali, ma anche per le indicazioni tradizionali (rivisitate in chiave moderna) e per le novità in campo metabolico e antitumorale.
Il nome peperoncino ha un’assonanza con quello del pepe. Si tratta di due spezie molto amate anche perché accomunate dal sapore piccante, ma mentre la prima è giunta dall’India in tempi remotissimi, la seconda proviene dall’America centrale a partire dalla scoperta di Cristoforo Colombo, sebbene fosse ben conosciuta dai Maya e dagli Aztechi.


Botanicamente le due piante sono diverse. Il piper nigrum (pepe) è una pianta arbustiva, il capsicum (peperoncino) appartiene alla famiglia delle solanacee come la melanzana e il pomodoro. Il nome capsicum richiama la forma a capsula del frutto, che al suo interno racchiude i semi avvolti da una speciale membrana che è depositaria della capsaicina.
La proprietà più nota del peperoncino, perché correlata alla sua piccantezza, è quella di stimolare prima e di anestetizzare poi le terminazioni nervose sensitive. Per questo motivo il peperoncino è stato utilizzato fin dall’antichità a scopo antidolorifico sotto forma di decotti e cataplasmi ed oggi è usato come unguento, pomate e cerotti per le nevralgie (es. da herpes zoster) e per i dolori muscolari e articolari (trova applicazione anche nell’artrite reumatoide).
I recettori della sensibilità sui quali agisce la capsaicina (in sigla TRVP1) non sono presenti solo sulla cute, ma sono diffusi praticamente in tutto l’organismo. I TRVP1 ricevono informazioni sullo stato di salute degli organi interni e fanno partire segnali verso i centri cerebrali. Questi segnali possono anche giungere alla coscienza come per il dolore intestinale e urologico o possono non giungere alla coscienza, come per il polmone e il sistema circolatorio, ma in ogni caso evocano risposte neurologiche automatiche, non sempre positive a lungo andare.
Poiché i TRVP1 assumono un ruolo importante nel funzionamento degli organi interni, si comprende come la capsaicina (che è in grado di influenzare la sensibilità dei TRVP1) stia guadagnando la fama di sostanza dotata di molte proprietà di salute.
E così il peperoncino è considerato un buon decongestionante (oltre che antisettico) nel raffreddore, nelle riniti e nel mal di gola; è un buon digestivo e preserva l’integrità dello stomaco e dell’intestino (mentre più discusso è il suo uso nei pazienti già affetti da gastrite e ulcera); agisce sull’apparato urinario riducendo l’eccitazione e attenuando l’incontinenza vescicale; migliora la circolazione del sangue ed è considerato un cardioprotettore.
La capsaicina condivide con altri composti di origine alimentare la capacità di stimolare la produzione della Sirtuina che è una molecola capace di potenziare molte vie metaboliche utili per le cellule. La Sirtuina accelera il consumo di grassi e zuccheri, favorisce la riparazione dei danni cellulari e agisce come molecola anti invecchiamento.


E’ forse su questa base che possono essere spiegati alcuni effetti biologici del peperoncino come il controllo del colesterolo, l’azione antiglicemica, l’accelerazione del metabolismo e il consumo dell’eccesso del grasso (le prove della capacità lipolitica della capsaicina sono verificate a breve termine, ma non cronicamente, sebbene sia noto che i consumatori di peperoncino tendano a mantenere più corretto il peso corporeo).
Da qualche tempo la capsaicina è studiata come possibile molecola anticancro: riduce la proliferazione delle cellule patologiche, stimola l’apoptosi ovvero l’autoeliminazione delle cellule che hanno subito danni genomici pericolosi, blocca la proliferazione delle cellule tumorali in sede di metastasi e stimola l’attività di geni anti-cancro. Resta tuttavia da definire la reale valenza clinica della capsaicina nella cura dei tumori o almeno come terapia adiuvante.
Maggiori sono invece i riscontri clinici sui benefici cardiovascolari del peperoncino. Lo studio italiano sugli abitanti del Molise, particolarmente vasto (ben 22.811 cittadini) e con osservazione media di 8.2 anni, ha dimostrato che le persone che assumono il peperoncino 4 volte la settimana o più hanno un rischio di mortalità cardiovascolare ridotto del 44% rispetto a chi non fa uso del peperoncino. Con riferimento alla mortalità globale, il rischio è risultato ridotto del 33% in maniera indipendente da fattori come il colesterolo, la pressione arteriosa o il soprappeso delle persone (ML. Bonaccio et al. “Chili Pepper consumption and mortality in italian adults”. J Am. Coll. Cardiology 2019). Certamente, un’assunzione di peperoncino quattro volte la settimana può sembrare esagerata per le persone comuni, ma non così per i Molisani, dei quali si dice che durante il pasto alternino un boccone di pane a uno di peperoncino.
A conti fatti, anche la capsaicina, come altre sostanze alimentari, pare dimostrare la sua utilità più nella prevenzione delle condizioni patologiche che come farmaco curativo. Tuttavia o proprio per questo, una maggiore attenzione in favore del peperoncino potrebbe essere benvenuta per tutti.
*Vicepresidente Associazione Salute e Sanità Trieste (Asst)

 

A Nimis è partita la “corriera virtuale” per scoprire le cantine del Ramandolo

di Giuseppe Longo

Ventun marzo, primo giorno di primavera. Almeno quella ufficiale, astronomica, visto che quella atmosferica-meteorologica è fissata, da alcuni anni, il primo giorno del mese (come in ogni stagione successiva). E proprio in questa domenica, la più vicina alla ricorrenza soppressa (ormai una quarantina d’anni fa, esattamente nel 1977), si festeggiava San Giuseppe: il tradizionale appuntamento era a Vallemontana, la piccola frazione di Nimis dove si organizzava una semplice e invitante sagra campestre che seguiva pochi giorni dopo quella di “San Bastiàn” a Ramandolo. Ma con l’emergenza sanitaria, che ancora non si arrende, tutto è cambiato o rinviato in attesa di tempi migliori, quelli che tutti ci auguriamo avvengano quanto prima possibile.

L’assessore Fabrizio Mattiuzza.


Quest’anno, però, vista la necessità di fruire per ogni iniziativa delle enormi risorse della rete, l’Ufficio turistico di Nimis ha colto questa straordinaria opportunità dando vita a una importante e lodevole iniziativa – soprattutto perché calata in questi momenti molto difficili, nei quali il contraccolpo economico della crisi pandemica è pesantissimo – che ha preso il via proprio nell’immediata vicinanza della festa di San Giuseppe, organizzando una sorta di “corriera virtuale” per andare alla scoperta delle aziende agricole, e in particolare vitivinicole, del territorio al fine di conoscere i protagonisti dei luoghi di produzione delle eccellenze enogastronomiche di Nimis, tra le quali primeggia il Ramandolo Docg, che festeggia i vent’anni dall’importante riconoscimento che ha consentito quella valorizzazione che il prodotto meritava. E per la prima tappa è stata scelta un’azienda storica, che oggi si chiama “I Comelli”, ma che vanta radici lontane: da almeno 200 anni, infatti, la famiglia Comelli è legata alla terra e alla produzione proprio del Ramandolo Docg. Veicolo di questi messaggi sono la pagina Facebook dello stesso ufficio e i gruppi in cui si parla del paese pedemontano e delle iniziative che riguardano capoluogo e frazioni.
Una bella e importante iniziativa, dunque, che merita di essere continuata, o integrata, anche con ristoranti, trattorie, agriturismi ed enoteche, esercizi strettamente legati al lavoro delle aziende vitivinicole e che a Nimis godono da sempre di ottima fama. E che insieme soffrono la grave crisi causata appunto dal Coronavirus. Ed è proprio quello che avverrà, perché – come ha assicurato l’assessore comunale Fabrizio Mattiuzza, con delega alle attività produttive, al turismo, allo sport e alle società partecipate – “lo step successivo sarà proprio quello”. Un invito, insomma, da cogliere al volo salendo sulla “corriere virtuale” dell’Ufficio turistico di Nimis. Le soddisfazioni sicuramente non mancheranno.

Vigneti a Ramandolo.

E la distilleria Ceschia
il 28 marzo sarà a “WeFood”
le Fabbriche del Gusto

Un evento digitale riguarderà domenica prossima anche un’altra importante realtà di Nimis: la distilleria Ceschia, la più antica del Friuli. L’azienda sarà infatti protagonista il 28 marzo, a partire dalle 15, nell’ambito della rassegna “WeFood – Le Fabbriche del Gusto”. Ricordiamo che la distilleria – nota soprattutto per la famosissima Grappa di Ramandolo presentata nel fiaschietto impagliato – ha origine nel 1886, quando Giacomo Ceschia iniziò a girare di paese in paese con il suo carretto a raccogliere le vinacce e la frutta dagli agricoltori per distillarle nell’alambicco che lui stesso aveva costruito. Negli anni la storica distilleria si è evoluta, ma sono rimasti immutati passione, pazienza e tradizione, fatta di legami con il territorio e di sapienza e attenzione nel produrre, distillando le bionde vinacce di Verduzzo friulano coltivato nella zona tutelata del Ramandolo Docg che permette di produrre una grappa di grande pregio con la ricetta originale del lontano 1886. Per maggiori informazioni: https://wefood-festival.it/programma/

Gli alambicchi Ceschia.

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In copertina, ecco il caratteristico grappolo del Verduzzo friulano che dà origine al Ramandolo Docg.

Il Vigneto Fvg soffre, ma l’operazione Jermann-Antinori indica una luce

di Giuseppe Longo

Mentre l’appena avvenuta acquisizione, nel Collio, dell’azienda vitivinicola Jermann da parte della fiorentina Marchesi Antinori – notizia che ha fatto clamore in tutta Italia ma soprattutto, e ovviamente, nel Friuli Venezia Giulia – lancia un segnale di speranza nella ripresa dal pesantissimo colpo inferto dall’emergenza sanitaria, in quanto dimostra chiaramente come un colosso del settore creda nell’uscita, anche in tempi abbastanza rapidi, dall’insidioso tunnel pandemico, un vero e proprio grido di allarme, collegato proprio alla vicenda Covid, giunge dalla principale organizzazione agricola. Coldiretti denuncia infatti che oltre 6,9 miliardi di litri di vino – vale a dire 69 milioni di ettolitri – sono fermi nelle cantine italiane per effetto della chiusura di ristoranti, bar ed enoteche, qui come all’estero, che ha fatto crollare i consumi fuori casa con gravi difficoltà per il settore vitivinicolo tricolore, in particolar modo quello legato ai vini a denominazioni di origine e a indicazione geografica, cioè a maggior valore aggiunto. Al 31 gennaio 2021 – rileva Il Punto Coldiretti – c’erano almeno 150 milioni di litri (1 milione e mezzo di ettolitri) in più rispetto allo scorso anno secondo l’ultimo aggiornamento reso disponibile dal Ministero delle Politiche agricole. E in questo quadro sconsolante c’è un’indubbia sofferenza anche da parte del Vigneto Fvg che guarda con ansia al ritorno alla normalità.

Ettore Prandini


«La diffusione dei contagi – sottolinea l’organizzazione guidata da Ettore Prandini – fa prevedere una aggravamento della situazione per il prolungamento delle misure di contenimento con un forte squilibrio di mercato che rischia di vanificare l’impegno di qualificazione dei produttori per aumentare il valore delle produzioni e il successo sui mercati internazionali dove per la prima volta dopo anni le vendite sono risultate in calo del 3%. Non bisogna perdere altro tempo è ed necessario intervenire con una distillazione di emergenza rivolta ai vini a Do e Ig». A tal fine, Coldiretti chiede al Governo di «intervenire con almeno 150 milioni di euro (valore medio 75 euro/ettolitro) attraverso aiuti nazionali vista la mancanza di disponibilità di risorse aggiuntive garantite per la situazione di emergenza da parte della Ue. Una misura che peraltro consentirebbe di produrre 25.000 litri alcol e gel disinfettanti 100% italiani che oggi vengono in larghissima parte approvvigionati sui mercati internazionali».
«La Francia peraltro – osserva infine Coldiretti – ha fino ad ora già messo a disposizione per interventi similari oltre 250 milioni di euro. In gioco c’è il futuro del primo settore dell’export agroalimentare Made in Italy che sviluppa un fatturato da 11 miliardi di euro e genera opportunità di lavoro per 1,3 milioni di persone impegnate direttamente in campi, cantine e nella distribuzione commerciale, ma anche in attività connesse e di servizio e nell’indotto che si sono estese negli ambiti più diversi: dall’industria vetraria a quella dei tappi, dai trasporti alle bioenergie, da quella degli accessori, come cavatappi e sciabole, dai vivai agli imballaggi, dall’enoturismo alla cosmetica fino al mercato del benessere».
Dicevamo del “rumore” fatto dall’operazione Jermann-Antinori, la cui notizia data in anteprima da WineNews – il sito specializzato sempre molto al corrente di come vanno le cose sul pianeta della vite e del vino, tanto che venne premiato dal Congresso nazionale Assoenologi che si era tenuto nell’estate di tre anni fa a Trieste – è stata poi ripresa con grande risalto dalla stampa regionale, ma anche nazionale. Anche perché questa è almeno la quarta, per dire cioè di quelle di maggiore rilevanza, che avviene proprio sul Collio: Conti Attems, ormai da una ventina d’anni, nell’orbita della Marchese Frescobaldi, Conti Formentini in quella del Gruppo Italiano Vini, e in tempi più recenti, appena due anni fa, Borgo Conventi, acquisita dalla Moretti Polegato, che fa capo anche alla famosa Villa Sandi, fra le aziende trevigiane di punta del Prosecco. E ora l’azienda del famosissimo Vintage Tunina – cresciuta soprattutto con la guida di Angelo e negli ultimi decenni del figlio Silvio, attraverso l’allargamento da Farra d’Isonzo a Ruttars di Dolegna del Collio – che passa sotto il controllo del grande Gruppo di Firenze, leader a livello nazionale. Ovviamente, a prescindere dalle motivazioni che hanno spinto l’azienda friulana a mettersi sul mercato suscitando ancora una volta l’interesse della Toscana, questa vivacità di mercato, nonostante il difficile momento, evidenzia non solo la grande appetibilità dei vigneti del Collio, fra i più prestigiosi d’Italia soprattutto per i vini bianchi (vi ricordate i famosi Superwhites di Slow Food Fvg?), ma anche un importante segnale di ottimismo da parte delle realtà più importanti del Belpaese. E questo non può che far bene sperare non solo in una strategia che potrebbe prefigurare un rinnovato successo per la storica cantina, ma anche in una non lontana ripresa del settore in generale che, fatto di grandi eccellenze, ha un ruolo guida nel comparto agroalimentare italiano e del nostro Friuli Venezia Giulia.

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In copertina e qui sopra due immagini di WineNews riguardanti la splendida tenuta Jermann a Ruttars di Dolegna.

Prepotto, Schioppettino e Ribolla per i 50 anni insieme di Marisa e Sergio Marinig

di Giuseppe Longo

Schioppettino di Prepotto, vanto di questo splendido angolo dei Colli orientali del Friuli. Di cui sono giustamente orgogliosi anche i Marinig che lo producono da sempre con successo: dapprima Sergio e la sua Marisa, nata Cotterli a Moimacco, e da qualche anno il figlio Valerio, che ha preso in mano il timone della rinomata azienda. Un vino che è noto pure come Ribolla nera, ma anche quella gialla ha nei terreni bagnati dal torrente Judrio, quello che fino al 1918 divideva il giovane Regno d’Italia dall’Impero austro-ungarico, la sua terra d’elezione. Tanto che Sergio e Marisa hanno deciso pochi anni fa di mettere a dimora, proprio dietro la cantina di via Brolo, un vigneto di questa storica varietà autoctona che si presta magnificamente anche a essere spumantizzata. Ora la piccola vigna è entrata in produzione e i due bravi vitivinicoltori, ormai in pensione, hanno potuto brindare anche con una fresca Ribolla gialla al mezzo secolo di vita insieme. E l’hanno fatto domenica scorsa, quando hanno festeggiato – con i figli Martina e Valerio, con rispettive famiglie – l’importante traguardo, salendo prima di tutto al Santuario di Castelmonte per una messa di ringraziamento. La coppia è infatti molto legata ai valori della fede, tanto da trasferirli costantemente nella vita quotidiana. Anche perché Sergio e Marisa sono stati esemplari donatori di sangue – erano stati molto applauditi al raggiungimento, con grande amore verso chi ha bisogno, addirittura di una “damigiana” del prezioso plasma, meritando il massimo riconoscimento dell’Afds -, ma nessuna attività del paese li ha mai visti assenti o poco interessati. Per non parlare della dedizione che Marisa ha avuto per la vita familiare, unendo all’impegno per la crescita dei figli e l’aiuto al marito in campagna, un’assistenza speciale per molti anni alla mamma di Sergio. Una dedizione che sicuramente non ha uguali in tutto il Friuli, tanto che Marisa è giustamente indicata come un esempio luminoso che incarna appunto, giorno dopo giorno, i valori del Cristianesimo e della umana solidarietà. Coronati proprio da una vita insieme lunga 50 anni e che meritava d’essere festeggiata nel modo migliore, proprio brindando con lo Schioppettino e con un calice dell’ottima Ribolla, l’ultima nata della cantina Marinig. Esemplare anche per il Vigneto Fvg.

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In copertina, Sergio e Marisa Marinig nel vigneto di Ribolla, ultimo nato in azienda, e qui sopra al Santuario di Castelmonte con i loro familiari.

Vino nocivo alla salute? L’abuso è da condannare, ma no a quelle etichette

di Giovanni Oliviero Panzetta*

Ammettiamolo, ne abbiamo bevuto più del solito! Per superare la noia dei confinamenti in casa, per attenuare la depressione, per calmare lo stress, per favorire il sonno. Dal consumo di un bicchiere a tavola siamo passati a quantità crescenti anche fuori pasto, associate al consumo di altri alcolici e superalcolici (+180%) anche ordinati online e/o ricevuti a domicilio.
Un fenomeno, ovviamente, che non è solo italiano, ma che è esteso a tutti i Paesi d’Europa, con l’eccezione di quelli del Nord, forti consumatori di superalcolici, nei quali le restrizioni agli spostamenti hanno invece ridotto le possibilità pratiche di accesso alle bottiglie da parte dei bevitori.
Anche negli Stati Uniti d’America l’acquisto diretto di alcol è aumentato del 54%, mentre le vendite online sono salite del 262%.
Tutte le Nazioni sono consce che l’eccessivo consumo di alcol stia già mostrando (e mostrerà ancor più in un prossimo futuro) i suoi effetti deleteri sia sulla salute fisica, sia sui comportamenti sociali delle persone.

Giovanni Oliviero Panzetta


Negli Stati Uniti d’America un’Organizzazione civica per la Salute ha recentemente presentato al Governo Federale una petizione sostenuta da tre Società medico-scientifiche perché sulle bottiglie contenenti alcol sia apposta la scritta “Attenzione, può causare il cancro, specie del colon e della mammella”.
L’organizzazione mondiale della Sanità (Oms) con le sue sezioni europea e nordamericana ha varato un Piano di contrasto al cancro diffondendo tra gli Stati membri una Guida che mette bene in risalto le capacità cancerogene dell’alcol e suggerisce di limitare la circolazione dell’alcol con l’adozione di specifiche misure restrittive doganali e fiscali.
Ormai da tempo l’alcol è riconosciuto come uno dei “fattori ambientali” più pericolosi per la salute. In Italia, secondo i dati Istat, 40 mila persone vengono accolte ogni anno nei Pronto Soccorso per emergenze causate dall’abuso di alcol e 18 mila persone decedono per patologie alcol-correlate, che giustificano quasi il 3% della mortalità globale del Paese.
Una delle patologie più frequenti tra quelle causate all’alcol è, purtroppo, il cancro che ormai da anni è all’attenzione dell’Oms che si adopera per ridurne l’incidenza anche attraverso la riduzione dell’eccessivo consumo.
Secondo i dati della Società Americana per il Cancro, l’abuso di alcol rende conto del 4,8% di tutti i casi di tumore e del 3,2% della mortalità conseguente, con particolare importanza per i tumori del tratto digestivo (10%) e della mammella per le donne (11.1%).
Il post di Giuseppe Longo recentemente pubblicato sul sito del Gruppo Nutrizione e Salute porta all’attenzione la presa di posizione dell’Oms sezione europea (3 febbraio 2021) che vorrebbe l’apposizione di etichette sulle bottiglie di alcolici con simboli e/o scritte di avvertimento, del tipo “Nuoce gravemente alla Salute” o “Causa il Cancro” a somiglianza di quanto avviene per i pacchetti delle sigarette.
E così, dopo la pizza, il formaggio grana, il prosciutto di Parma e persino dopo l’olio di oliva sarebbe giunto il momento della demonizzazione anche del vino che, insieme agli altri prodotti già minacciati di proscrizione, costituisce uno dei caposaldi della Dieta mediterranea, dieta con la quale il popolo italiano è divenuto uno dei più longevi al mondo, nonostante qualche deriva inappropriata dell’alimentazione negli ultimi anni.
La proposta dell’etichetta appare ai miei occhi inaccettabile non tanto e non solo perché danneggerebbe il commercio di uno dei prodotti di riferimento del nostro Paese, ma perché colpirebbe la storia stessa dell’uomo (si potrebbe dire l’anima dell’uomo) che con la cura del vino ha percorso un viaggio millenario alla ricerca del bello e del buono. Il vino è portatore di una grande valenza naturale, umana e culturale che travalica il concetto di vino come alimento, facendolo assurgere a simbolo da rispettare. La storia della vite e del vino e la storia dell’uomo hanno sempre camminato insieme. L’etichetta avrebbe la potenzialità di rescindere questo legame.
L’uomo ha sempre saputo che l’eccesso di alcol è pericoloso, prima perché causava azioni inconsulte (vedi Noè “addormentato, nudo, tra i fumi dell’alcol”) e ora anche perché può causare malattia.


Nel “Piano Europeo” contro il Cancro (quello, appunto, che prevede l’etichettatura del vino) vengono riportate anche le ricerche degli studiosi sulla cui base sono state programmate le azioni che gli Stati membri dovrebbero intraprendere per il contrasto ai tumori, avendo come punti di forza l’adozione di stili di vita corretti da parte dei cittadini in un contesto ambientale il più sano possibile.
Si precisa infatti che il cancro deriva dall’interazione di fattori genetici (60%) e di fattori ambientali (40%) che direttamente o indirettamente hanno la capacità di favorire l’insorgenza di mutazioni genomiche irreversibili nelle nostre cellule e quindi lo sviluppo dei tumori. Le radiazioni ionizzanti e molti prodotti chimici (compresi quelli che si producono dal tabacco, dall’alcol, dalle ciminiere, dagli scarichi delle automobili o riversati sul terreno dall’industria -vedi la “terra dei fuochi) hanno capacità mutagene dirette, mentre le abitudini di vita scorrette (dall’alimentazione eccessiva o errata alla sedentarietà) esercitano azioni indirette, ma non meno importanti, nello sviluppo delle alterazioni genomiche irreversibili.
Nel documento si ricorda che la nutrizione corretta, l’attività fisica regolare e il mantenimento del peso corporeo costituiscono fattori protettivi che riducono la probabilità di danno delle cellule e si accompagnano ad una riduzione significativa dell’insorgenza dei tumori. Ed è qui il caso di precisare che la Dieta mediterranea, base culturale della nostra alimentazione che non esclude un bicchiere di vino al pasto, porta con sé una minor incidenza dei tumori (come è dimostrato da una larga messe di studi).
Si comprende quindi come il “Piano Europeo” contro il Cancro sia esteso praticamente a tutti gli ambiti che impattano sulla salute dal momento che un gran numero di fattori possono influire negativamente o positivamente sull’equilibrio tra noxae oncogenetiche e protezione, da cui derivano eventualmente i tumori.
L’abuso dell’alcol è sempre da condannare perché è gravato da vari effetti negativi per la salute, tra i quali spicca la maggiore incidenza dei tumori. L’uso moderato e consapevole dell’alcol deve invece essere valutato nel contesto dei diversi fattori che incidono sulla comparsa dei tumori: l’alcol è un fattore importante tra quelli che favoriscono i tumori, ma non è l’unico, non è sempre il più potente e si misura comunque con i fattori protettivi. Tra i fattori protettivi, la qualità della nutrizione ha un ruolo di primo piano nel proteggere dai tumori, come la storia della nostra dieta si è incaricata di dimostrare.
In una visione così manichea del problema dei tumori, l’etichetta “Nuoce gravemente alla salute” dovrebbe essere, per esempio, applicata ai camini di molte industrie, alle discariche non controllate, alle colonnine quando segnalano concentrazioni di particelle sottili fuori scala, agli alimenti coltivati irregolarmente con pesticidi, agli alimenti troppo ricchi di grassi saturi (magari perossidati) o alla carne rossa (magari trattata con conservanti) o alle torte ricche di zuccheri semplici e, infine, alle poltrone, ai televisori e ai computer che ci condizionano verso una vita sedentaria.
Auspico un ripensamento dell’iniziativa dell’etichettatura delle bottiglie di vino da parte della Commissione europea dell’Oms non solo per effetto delle giuste rimostranze che gli “addetti ai lavori” cercheranno di esercitare, ma soprattutto per un’opportuna resipiscenza della Commissione stessa nei confronti di un proposito così ingrato.
*Vicepresidente Associazione Salute e Sanità Trieste (Asst)

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In copertina, un brindisi con i grandi vini bianchi friulani: un consumo moderato fa sempre bene alla salute.