Verso il vino senza alcol (e anacquato) ma l’Unione europea non ci potrà obbligare

di Giovanni Oliviero Panzetta*

Nelle scorse settimane, televisioni, web e giornali sono stati inondati dalle notizie sconcertanti che riguardano gli ultimi provvedimenti che la Comunità Europea vorrebbe far approvare dagli Stati membri in campo alimentare: l’etichetta “Nutriscore” con le indicazioni di appropriatezza nutrizionale per gli alimenti confezionati e il vino senza alcol. Oggi ci occuperemo proprio di quest’ultima questione.
In premessa, vale la pena di ricordare la lamentela che gli addetti ai lavori cominciano a fare, con qualche buona ragione, verso le iniziative della Comunità Europea in campo alimentare: da ente facilitatore del commercio tra le Nazioni aderenti e con l’Estero, la Comunità sta trasformandosi in ente regolatore delle politiche di produzione degli alimenti per motivi che non hanno più a che vedere con l’economia. Gli ultimi progetti hanno, infatti, lo scopo di orientare le scelte nutrizionali dei cittadini per motivi di salvaguardia della salute e per esigenze di carattere etnico e religioso.
In particolare, il vino dealcolato dovrebbe servire per ridurre i danni causati dall’alcol (compreso il rischio di tumori per il quale sarebbero pronte le famose scritte sulle bottiglie “nuoce gravemente alla salute e causa il cancro”) e dovrebbe essere utilizzato per dare anche ai musulmani la possibilità di bere il vino, visto che il loro credo religioso vieta l’assunzione di alcol.
I primi esperimenti di dealcolazione del vino (o dealcolizzazione, se si preferisce) risalgono a diversi anni orsono quando venivano usati macchinari che, filtrando i mosti, rimuovevano l’alcol assieme all’acqua in cui l’alcol è disciolto. E’ evidente che, per evitare la riduzione del volume dei mosti a causa della rimozione dell’acqua, si dovesse poi procedere all’aggiunta di acqua pura dall’esterno. Oggi le macchine tolgono solo l’alcol perché immettono acqua in automatico durante il processo o provvedono all’eliminazione dell’alcol con l’evaporazione “a freddo” senza estrarre l’acqua dal mosto o dal vino.
Nel corso dei negoziati di Bruxelles per definire la nuova Pac (Politica agricola comune), che disporrà di un finanziamento miliardario per sostenere soprattutto il “Green Deal” per la protezione dell’ambiente e la lotta al cambiamento climatico, il Consiglio dell’Unione Europea ha inserito la richiesta agli Stati membri di giungere entro il 2023 alla specifica regolamentazione della dealcolazione del vino. Nel documento, si leggerebbe della possibilità di aggiungere acqua al vino, pratica che oggi è, invece, espressamente vietata in Europa.
In realtà, la locuzione inglese utilizzata nel documento è “to restore water” che significa “reintegrare l’acqua” nei vini dealcolizzati, evidentemente ove dovesse verificarsi una riduzione del volume degli stessi durante le procedure. Da questa frase è nato l’equivoco che si volesse abbassare il tasso alcolico del vino attraverso il suo annacquamento e conseguentemente la levata di scudi a difesa del vino non solo da parte degli addetti ai lavori, ma anche di tutta l’umanità amante del buon vino.
La reazione al putativo “sacrilegio” dell’aggiunta dell’acqua al vino ha rischiato persino di mettere in secondo piano l’oggetto del contendere, cioè la produzione di vino analcolico (pazienza, lo berrà chi vorrà berlo!) e, quel che è peggio, la dealcolazione anche dei vini di gran pregio come quelli con denominazione di origine controllata (Doc) e con indicazione geografica tipica (Igp). Il Consiglio Europeo ha giustificato la richiesta con il fatto che i prodotti “alcohol-free” possono rappresentare un’importante opportunità di mercato per il settore vitivinicolo dell’Ue (anche aprendo al bacino vergine del Medio oriente) e con la necessità di regolamentare un settore già attivo, ma privo di regole (i vini senza alcol sono prodotti e venduti ormai da alcune aziende).
E, in effetti, l’idea del vino analcolico, simile alla birra analcolica, non dispiace a tutti i referenti del settore vitivinicolo e potrebbe costituire una scelta ben accetta da parte di qualche produttore in ossequio alla modernità e al profitto. Ciò non toglie che la richiesta di produrre vini analcolici partendo da vini Doc e Igt gridi vendetta al cospetto della tradizione, del buon gusto e soprattutto del buon senso.
Sono contrari la maggior parte dei produttori italiani, francesi e tedeschi, ma non si può dire altrettanto dei loro rappresentanti politici in seno all’UE, naturalmente con l’eccezione di quelli italiani. La proposta è sostenuta senza remore dai Paesi del Nord Europa che hanno a cuore soprattutto i severi effetti dell’eccesso di alcol assunto dai loro cittadini e non possono vantare tradizione e cultura del vino.
Il parlamentare europeo Paolo De Castro – già ministro dell’Agricoltura italiana – ha spiegato a “Wine News” che la Commissione agricoltura del Parlamento europeo ha difeso la sua posizione che prevede la dealcolazione solo dei vini cosiddetti da tavola, ma che il Consiglio Europeo sembra ugualmente determinato a far approvare la dealcolazione anche dei vini pregiati. Pochi giorni fa anche il nostro titolare delle Politiche agricole, Stefano Patuanelli, ha dovuto confermare nella sua audizione al Senato che questo è l’orientamento del Consiglio europeo, nonostante gli sforzi contrari che l’Italia, quasi da sola, continua a compiere.
E’ palese che spinte di natura commerciale, il proposito di salvaguardare a tutti i costi la salute dei cittadini e il desiderio di favorire il godimento del vino anche da parte del mondo islamico possano fare agio sopra le ragioni del buon gusto e del buon senso. E’ chiaro che, se anche si giungesse all’approvazione della proposta, nessuno potrebbe obbligare il nostro Paese a modificare le regole della produzione dei vini Doc e Igt per farceli produrre senza alcol.
Stando così le cose, potrebbero sembrare esagerate le proteste dei nostri rappresentanti di categoria e dei cronisti in difesa dei nostri vini pregiati, di cui si fornisce una breve rassegna.
• L’introduzione della dealcolazione parziale e totale è un inganno legalizzato, un rischio ed un precedente pericolosissimo
• Ciascuno può produrre quel che vuole, basta che non lo chiami vino
• No a procedimenti che stravolgerebbero le caratteristiche organolettiche e comprometterebbero il legame con il territorio che è una delle caratteristiche distintive delle nostre produzioni
• Sull’onda di politiche sempre più indirizzate al salutismo, l’Europa sta in ogni caso cercando di scoraggiare il consumo delle bevande alcoliche.
• Che fine farebbe il nostro patrimonio di Docg, Doc, Igt? Difendiamo tutte le denominazioni che fanno grande il Made in Italy e che tutto il mondo ci invidia
Si teme fondamentalmente il pregiudizio che una simile iniziativa potrebbe arrecare al nostro commercio del vino che ormai è primo al mondo e vale la ragguardevole cifra di oltre 6.000 miliardi di euro all’anno.
Secondo il mio parere, il rischio di dover arrivare alla dealcolazione dei nostri vini Doc e Igt non è affatto teorico, anche se nessuno ci obbligherà a farlo. Quando in commercio si troverà uno Chateau Roques Mauriac o un Alvaro Palacios analcolico, è difficile credere che non ci sarà anche un Brunello di Montalcino o un Barolo analcolico (due bottiglie chiaramente indicate “a caso”). Abbandonando per un momento gli aspetti merceologici del vino per entrare in quelli antropologici (leggi: natura, uomo, ingegno, cuore, fatica, piacere, etc.), temo che agli amanti del vino potrebbe accadere di soffrire molto in un futuro prossimo. Si accettano scongiuri!
*Vicepresidente Associazione Salute e Sanità Trieste (Asst)

Impianto per trattare il vino.

Quel peperoncino così buono e pieno di tante salutari virtù

di Giovanni Oliviero Panzetta*

Come spesso succede, i post di Giuseppe Longo stimolano le mie riflessioni sul legame tra qualche alimento e la salute. L’ultimo post, che riguarda l’iniziativa della Delegazione Friulana dell’Accademia Italiana del Peperoncino a favore dei ristoratori in sofferenza per le restrizioni imposte dal Coronavirus, mi porta a ragionare sulle virtù di salute del peperoncino.
L’Oms (Organizzazione Mondiale della Salute), per sfatare una delle credenze che avrebbero preso piede durante la pandemia, ci fa sapere che il peperoncino è certo molto gustoso nelle nostre mense, ma non previene e non cura l’infezione da Coronavirus. Eppure, recenti ricerche di cristallografia molecolare accreditano la capsaicina (cioè la principale sostanza attiva del peperoncino) come una delle molecole potenzialmente più dotate di proprietà antivirali. Secondo gli studi, la capsaicina è capace di bloccare uno specifico enzima proteasico posseduto dal Coronavirus, la cui attività è indispensabile per la replicazione virale all’interno della cellula infettata.
Diverse sostanze derivate dalle piante (e dalle spezie in particolare) sono ben conosciute per le loro qualità antiinfettive e antivirali. Questi composti servono alle piante stesse per difendersi da germi e virus da cui possono essere attaccate, al pari se non più frequentemente di quanto non capiti all’uomo.
La medicina tradizionale ha imparato ad utilizzare le piante per curare dissenterie, infezioni bronchiali, cistiti e molte altre patologie infettive senza minimamente sapere che i principi attivi contenuti nelle piante hanno nomi come capsaicina, piperina, naringina, quercitina, acido gallico, curcumina, etc.
La capsaicina del peperoncino sta rapidamente guadagnando il favore della ricerca come si evince dal numero dei lavori scientifici recensiti anno dopo anno dalla Biblioteca online PubMed: ben 601 ricerche nel 2020 fanno riferimento alla capsaicina non solo per le sue proprietà antivirali, ma anche per le indicazioni tradizionali (rivisitate in chiave moderna) e per le novità in campo metabolico e antitumorale.
Il nome peperoncino ha un’assonanza con quello del pepe. Si tratta di due spezie molto amate anche perché accomunate dal sapore piccante, ma mentre la prima è giunta dall’India in tempi remotissimi, la seconda proviene dall’America centrale a partire dalla scoperta di Cristoforo Colombo, sebbene fosse ben conosciuta dai Maya e dagli Aztechi.


Botanicamente le due piante sono diverse. Il piper nigrum (pepe) è una pianta arbustiva, il capsicum (peperoncino) appartiene alla famiglia delle solanacee come la melanzana e il pomodoro. Il nome capsicum richiama la forma a capsula del frutto, che al suo interno racchiude i semi avvolti da una speciale membrana che è depositaria della capsaicina.
La proprietà più nota del peperoncino, perché correlata alla sua piccantezza, è quella di stimolare prima e di anestetizzare poi le terminazioni nervose sensitive. Per questo motivo il peperoncino è stato utilizzato fin dall’antichità a scopo antidolorifico sotto forma di decotti e cataplasmi ed oggi è usato come unguento, pomate e cerotti per le nevralgie (es. da herpes zoster) e per i dolori muscolari e articolari (trova applicazione anche nell’artrite reumatoide).
I recettori della sensibilità sui quali agisce la capsaicina (in sigla TRVP1) non sono presenti solo sulla cute, ma sono diffusi praticamente in tutto l’organismo. I TRVP1 ricevono informazioni sullo stato di salute degli organi interni e fanno partire segnali verso i centri cerebrali. Questi segnali possono anche giungere alla coscienza come per il dolore intestinale e urologico o possono non giungere alla coscienza, come per il polmone e il sistema circolatorio, ma in ogni caso evocano risposte neurologiche automatiche, non sempre positive a lungo andare.
Poiché i TRVP1 assumono un ruolo importante nel funzionamento degli organi interni, si comprende come la capsaicina (che è in grado di influenzare la sensibilità dei TRVP1) stia guadagnando la fama di sostanza dotata di molte proprietà di salute.
E così il peperoncino è considerato un buon decongestionante (oltre che antisettico) nel raffreddore, nelle riniti e nel mal di gola; è un buon digestivo e preserva l’integrità dello stomaco e dell’intestino (mentre più discusso è il suo uso nei pazienti già affetti da gastrite e ulcera); agisce sull’apparato urinario riducendo l’eccitazione e attenuando l’incontinenza vescicale; migliora la circolazione del sangue ed è considerato un cardioprotettore.
La capsaicina condivide con altri composti di origine alimentare la capacità di stimolare la produzione della Sirtuina che è una molecola capace di potenziare molte vie metaboliche utili per le cellule. La Sirtuina accelera il consumo di grassi e zuccheri, favorisce la riparazione dei danni cellulari e agisce come molecola anti invecchiamento.


E’ forse su questa base che possono essere spiegati alcuni effetti biologici del peperoncino come il controllo del colesterolo, l’azione antiglicemica, l’accelerazione del metabolismo e il consumo dell’eccesso del grasso (le prove della capacità lipolitica della capsaicina sono verificate a breve termine, ma non cronicamente, sebbene sia noto che i consumatori di peperoncino tendano a mantenere più corretto il peso corporeo).
Da qualche tempo la capsaicina è studiata come possibile molecola anticancro: riduce la proliferazione delle cellule patologiche, stimola l’apoptosi ovvero l’autoeliminazione delle cellule che hanno subito danni genomici pericolosi, blocca la proliferazione delle cellule tumorali in sede di metastasi e stimola l’attività di geni anti-cancro. Resta tuttavia da definire la reale valenza clinica della capsaicina nella cura dei tumori o almeno come terapia adiuvante.
Maggiori sono invece i riscontri clinici sui benefici cardiovascolari del peperoncino. Lo studio italiano sugli abitanti del Molise, particolarmente vasto (ben 22.811 cittadini) e con osservazione media di 8.2 anni, ha dimostrato che le persone che assumono il peperoncino 4 volte la settimana o più hanno un rischio di mortalità cardiovascolare ridotto del 44% rispetto a chi non fa uso del peperoncino. Con riferimento alla mortalità globale, il rischio è risultato ridotto del 33% in maniera indipendente da fattori come il colesterolo, la pressione arteriosa o il soprappeso delle persone (ML. Bonaccio et al. “Chili Pepper consumption and mortality in italian adults”. J Am. Coll. Cardiology 2019). Certamente, un’assunzione di peperoncino quattro volte la settimana può sembrare esagerata per le persone comuni, ma non così per i Molisani, dei quali si dice che durante il pasto alternino un boccone di pane a uno di peperoncino.
A conti fatti, anche la capsaicina, come altre sostanze alimentari, pare dimostrare la sua utilità più nella prevenzione delle condizioni patologiche che come farmaco curativo. Tuttavia o proprio per questo, una maggiore attenzione in favore del peperoncino potrebbe essere benvenuta per tutti.
*Vicepresidente Associazione Salute e Sanità Trieste (Asst)

 

Vino nocivo alla salute? L’abuso è da condannare, ma no a quelle etichette

di Giovanni Oliviero Panzetta*

Ammettiamolo, ne abbiamo bevuto più del solito! Per superare la noia dei confinamenti in casa, per attenuare la depressione, per calmare lo stress, per favorire il sonno. Dal consumo di un bicchiere a tavola siamo passati a quantità crescenti anche fuori pasto, associate al consumo di altri alcolici e superalcolici (+180%) anche ordinati online e/o ricevuti a domicilio.
Un fenomeno, ovviamente, che non è solo italiano, ma che è esteso a tutti i Paesi d’Europa, con l’eccezione di quelli del Nord, forti consumatori di superalcolici, nei quali le restrizioni agli spostamenti hanno invece ridotto le possibilità pratiche di accesso alle bottiglie da parte dei bevitori.
Anche negli Stati Uniti d’America l’acquisto diretto di alcol è aumentato del 54%, mentre le vendite online sono salite del 262%.
Tutte le Nazioni sono consce che l’eccessivo consumo di alcol stia già mostrando (e mostrerà ancor più in un prossimo futuro) i suoi effetti deleteri sia sulla salute fisica, sia sui comportamenti sociali delle persone.

Giovanni Oliviero Panzetta


Negli Stati Uniti d’America un’Organizzazione civica per la Salute ha recentemente presentato al Governo Federale una petizione sostenuta da tre Società medico-scientifiche perché sulle bottiglie contenenti alcol sia apposta la scritta “Attenzione, può causare il cancro, specie del colon e della mammella”.
L’organizzazione mondiale della Sanità (Oms) con le sue sezioni europea e nordamericana ha varato un Piano di contrasto al cancro diffondendo tra gli Stati membri una Guida che mette bene in risalto le capacità cancerogene dell’alcol e suggerisce di limitare la circolazione dell’alcol con l’adozione di specifiche misure restrittive doganali e fiscali.
Ormai da tempo l’alcol è riconosciuto come uno dei “fattori ambientali” più pericolosi per la salute. In Italia, secondo i dati Istat, 40 mila persone vengono accolte ogni anno nei Pronto Soccorso per emergenze causate dall’abuso di alcol e 18 mila persone decedono per patologie alcol-correlate, che giustificano quasi il 3% della mortalità globale del Paese.
Una delle patologie più frequenti tra quelle causate all’alcol è, purtroppo, il cancro che ormai da anni è all’attenzione dell’Oms che si adopera per ridurne l’incidenza anche attraverso la riduzione dell’eccessivo consumo.
Secondo i dati della Società Americana per il Cancro, l’abuso di alcol rende conto del 4,8% di tutti i casi di tumore e del 3,2% della mortalità conseguente, con particolare importanza per i tumori del tratto digestivo (10%) e della mammella per le donne (11.1%).
Il post di Giuseppe Longo recentemente pubblicato sul sito del Gruppo Nutrizione e Salute porta all’attenzione la presa di posizione dell’Oms sezione europea (3 febbraio 2021) che vorrebbe l’apposizione di etichette sulle bottiglie di alcolici con simboli e/o scritte di avvertimento, del tipo “Nuoce gravemente alla Salute” o “Causa il Cancro” a somiglianza di quanto avviene per i pacchetti delle sigarette.
E così, dopo la pizza, il formaggio grana, il prosciutto di Parma e persino dopo l’olio di oliva sarebbe giunto il momento della demonizzazione anche del vino che, insieme agli altri prodotti già minacciati di proscrizione, costituisce uno dei caposaldi della Dieta mediterranea, dieta con la quale il popolo italiano è divenuto uno dei più longevi al mondo, nonostante qualche deriva inappropriata dell’alimentazione negli ultimi anni.
La proposta dell’etichetta appare ai miei occhi inaccettabile non tanto e non solo perché danneggerebbe il commercio di uno dei prodotti di riferimento del nostro Paese, ma perché colpirebbe la storia stessa dell’uomo (si potrebbe dire l’anima dell’uomo) che con la cura del vino ha percorso un viaggio millenario alla ricerca del bello e del buono. Il vino è portatore di una grande valenza naturale, umana e culturale che travalica il concetto di vino come alimento, facendolo assurgere a simbolo da rispettare. La storia della vite e del vino e la storia dell’uomo hanno sempre camminato insieme. L’etichetta avrebbe la potenzialità di rescindere questo legame.
L’uomo ha sempre saputo che l’eccesso di alcol è pericoloso, prima perché causava azioni inconsulte (vedi Noè “addormentato, nudo, tra i fumi dell’alcol”) e ora anche perché può causare malattia.


Nel “Piano Europeo” contro il Cancro (quello, appunto, che prevede l’etichettatura del vino) vengono riportate anche le ricerche degli studiosi sulla cui base sono state programmate le azioni che gli Stati membri dovrebbero intraprendere per il contrasto ai tumori, avendo come punti di forza l’adozione di stili di vita corretti da parte dei cittadini in un contesto ambientale il più sano possibile.
Si precisa infatti che il cancro deriva dall’interazione di fattori genetici (60%) e di fattori ambientali (40%) che direttamente o indirettamente hanno la capacità di favorire l’insorgenza di mutazioni genomiche irreversibili nelle nostre cellule e quindi lo sviluppo dei tumori. Le radiazioni ionizzanti e molti prodotti chimici (compresi quelli che si producono dal tabacco, dall’alcol, dalle ciminiere, dagli scarichi delle automobili o riversati sul terreno dall’industria -vedi la “terra dei fuochi) hanno capacità mutagene dirette, mentre le abitudini di vita scorrette (dall’alimentazione eccessiva o errata alla sedentarietà) esercitano azioni indirette, ma non meno importanti, nello sviluppo delle alterazioni genomiche irreversibili.
Nel documento si ricorda che la nutrizione corretta, l’attività fisica regolare e il mantenimento del peso corporeo costituiscono fattori protettivi che riducono la probabilità di danno delle cellule e si accompagnano ad una riduzione significativa dell’insorgenza dei tumori. Ed è qui il caso di precisare che la Dieta mediterranea, base culturale della nostra alimentazione che non esclude un bicchiere di vino al pasto, porta con sé una minor incidenza dei tumori (come è dimostrato da una larga messe di studi).
Si comprende quindi come il “Piano Europeo” contro il Cancro sia esteso praticamente a tutti gli ambiti che impattano sulla salute dal momento che un gran numero di fattori possono influire negativamente o positivamente sull’equilibrio tra noxae oncogenetiche e protezione, da cui derivano eventualmente i tumori.
L’abuso dell’alcol è sempre da condannare perché è gravato da vari effetti negativi per la salute, tra i quali spicca la maggiore incidenza dei tumori. L’uso moderato e consapevole dell’alcol deve invece essere valutato nel contesto dei diversi fattori che incidono sulla comparsa dei tumori: l’alcol è un fattore importante tra quelli che favoriscono i tumori, ma non è l’unico, non è sempre il più potente e si misura comunque con i fattori protettivi. Tra i fattori protettivi, la qualità della nutrizione ha un ruolo di primo piano nel proteggere dai tumori, come la storia della nostra dieta si è incaricata di dimostrare.
In una visione così manichea del problema dei tumori, l’etichetta “Nuoce gravemente alla salute” dovrebbe essere, per esempio, applicata ai camini di molte industrie, alle discariche non controllate, alle colonnine quando segnalano concentrazioni di particelle sottili fuori scala, agli alimenti coltivati irregolarmente con pesticidi, agli alimenti troppo ricchi di grassi saturi (magari perossidati) o alla carne rossa (magari trattata con conservanti) o alle torte ricche di zuccheri semplici e, infine, alle poltrone, ai televisori e ai computer che ci condizionano verso una vita sedentaria.
Auspico un ripensamento dell’iniziativa dell’etichettatura delle bottiglie di vino da parte della Commissione europea dell’Oms non solo per effetto delle giuste rimostranze che gli “addetti ai lavori” cercheranno di esercitare, ma soprattutto per un’opportuna resipiscenza della Commissione stessa nei confronti di un proposito così ingrato.
*Vicepresidente Associazione Salute e Sanità Trieste (Asst)

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In copertina, un brindisi con i grandi vini bianchi friulani: un consumo moderato fa sempre bene alla salute.