Cia Fvg: aziende agricole montane in gravissima difficoltà per il taglio drastico dell’indennità compensativa

«L’agricoltura di montagna è fondamentale per la vita delle comunità alpine: garantisce il sostentamento a chi vive nelle terre alte, fornisce cibo, plasma il paesaggio, favorisce il turismo e conserva tradizioni e saperi – afferma Franco Clementin, presidente di Agricoltori Italiani Fvg-Cia -. Tuttavia, l’agricoltura di montagna affronta molteplici sfide, dovute innanzitutto alle difficili condizioni naturali e alle sfide strutturali del territorio, caratterizzato da una limitata disponibilità di terre coltivabili, pendii ripidi che rendono la coltivazione particolarmente impegnativa e scarsità di infrastrutture adeguate a una efficiente mobilità. Per tali motivi esiste l’”indennità compensativa” che consiste in un sostegno economico annuale basato sulla superficie posseduta, calcolato sulla base dei maggiori costi e minori ricavi dell’attività agricola esercitata in aree svantaggiate di montagna, rispetto ai costi e ricavi della medesima attività svolta in aree non soggette a disagi naturali».

Franco Clementin


«Ebbene, quest’anno i nostri agricoltori in montagna, per una serie di fattori tecnici e burocratici e per una evidente miopia della Comunità Europea, si vedranno ridotta l’indennità in una misura che, in taluni casi, è ben superiore al 50%. In conseguenza a ciò – denuncia il presidente regionale di Cia – molte aziende in Carnia, già in difficoltà, rischiano di chiudere. Della questione abbiamo interessato l’assessore regionale alle Risorse agroalimentari, Stefano Zannier, affinché intervenga con il ministro Francesco Lollobrigida e, quest’ultimo, si faccia parte attiva presso l’Ue per riparare, almeno in parte, alle storture create dagli euroburocrati. L’agricoltura sembra tremendamente facile quando il tuo aratro è una matita e sei lontano migliaia di chilometri dal campo di grano – chiosa infine Clementin con una citazione -, è questo che a Bruxelles continuano a non capire».

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In copertina, bovine al pascolo sulla montagna friulana: gli allevatori sono custodi di questi territori.

Prepotto e i Racconti dello Schioppettino: fino al 31 gennaio per la giuria dei lettori

(g.l.) C’è tempo fino al 31 gennaio per chiedere di far parte della giuria dei lettori del concorso letterario “Prepotto. I racconti dello Schioppettino” giunto alla terza edizione. La sua organizzazione si è infatti appena messa in moto scegliendo, per quest’anno, un tema molto significativo “Fuorilegge/Fuori legge”, con un rimando agli anni Settanta, quando il celebre vitigno autoctono, tipico di questo territorio, fu messo al bando dalla Comunità Europea. Il concorso letterario è inserito nel programma 2023 di “Duino&Books, storie di pietra”, che sostiene l’iniziativa fin dal primo anno.
L’edizione 2022, rivelatasi di grande successo (come peraltro la precedente, che avviava l’iniziativa del Comune di Prepotto), aveva invece per tema “Terra di confine” (vista la particolare posizione geografica a due passi dalla Slovenia) e aveva contato la partecipazione di 165 racconti: al primo posto si era classificato Renzo Brollo di Gemona, al secondo Sandra Puccini di Pistoia e al terzo Giuseppe Filigenzi di Latina. Padrino della premiazione era stato Angelo Floramo. Triplice lo scopo dell’iniziativa: promuovere il luogo da un punto di vista turistico; esaltare il valore del brand di questo vino unico; favorire la creatività di coloro che amano la scrittura.
Si può, dunque, partecipare – informa Barbara Pascoli, “anima” del concorso letterario – con un racconto inedito dal 22 gennaio al 2 luglio prossimi. Come ogni anno, i dodici racconti finalisti saranno pubblicati nell’antologia del concorso. I tre vincitori, scelti dalla giuria dei tecnici, riceveranno un premio in denaro. A scegliere i finalisti sarà invece la giuria dei lettori, alla quale ci si può candidare, come detto, fino al 31 gennaio prossimo. La cerimonia di premiazione si terrà a Prepotto il 7 ottobre.
«Un premio letterario – afferma l’avvocato Mariaclara Forti, sindaco di Prepotto – non è mai fine a sé stesso, ma è momento di cultura territoriale, di divulgazione di ricchezze storiche, sociali, paesaggistiche e occasione di illuminare realtà che, per quanto piccole e defilate, rappresentano veri gioielli della nostra nazione». Una iniziativa, dunque, che ha fatto centro fin dalla prima edizione quando c’era stata la partecipazione di ben 180 concorrenti e pure nel 2022, come appena detto, con 165. E di certo si ripeterà anche quest’anno!

Il bando ed informazioni più dettagliate si trovano sul sito https://i-racconti-dello-schioppiettino.webnode.it

 

Viti resistenti, il plauso dell’Europa a Università di Udine e Vivai Rauscedo

«Il Friuli Venezia Giulia ha dimostrato in questi anni una capacità di ricerca e innovazione nel settore agroalimentare di qualità eccellente, tale da diventare patrimonio dell’intero Paese. La sfida principale è trasferire la ricerca al settore produttivo, guardando in particolare alle soluzioni nel settore vitivinicolo che rispondono meglio alla sostenibilità ambientale delle colture e alla resistenza ai cambiamenti climatici». È quanto ha detto l’assessore regionale alle Risorse agroalimentari, Stefano Zannier, nel corso della tavola rotonda organizzata dall’Università di Udine in occasione della visita di Francesco Mattina, presidente del Community Plant Variaty Office (Cpvo), l’ufficio della Comunità europea per le varietà vegetali.

Ecco l’incontro con Zannier a Udine.

Zannier, come riferisce Arc, ha ricordato che «il Friuli Venezia Giulia con il 13 per cento di superficie vitata sull’intera superficie agricola supera di molto la media italiana, la quale si attesta sul 5 per cento. Numeri che danno conto dell’interesse con cui i produttori locali guardano alla ricerca in questo settore e ripongono fiducia nelle ulteriori innovazioni attese, ma che richiamano anche alla necessità di attivare eventuali inserimenti dei vini derivanti da queste nuove varietà nei disciplinari Igt, attività questa che potrà avvenire solo a fronte di una iniziativa dei produttori vinicoli nel rispetto delle normative statali».
Il presidente del Cpvo si è detto sorpreso della qualità dell’attività vitivinicola in regione, in particolare di quanto fatto dall’Ateneo friulano, dall’Istituto di genomica applicata e dai Vivai cooperativi Rauscedo per la creazione, lo sviluppo e la valorizzazione delle nuove varietà di vite resistenti alle malattie, considerandolo un caso esemplare di collaborazione tra ricerca pubblica e privata.
La delegazione comunitaria ha incontrato a palazzo Antonini Maseri il rettore Roberto Pinton e i professori Michele Morgante, Silvia Bolognini, Francesco Marangon e Claudio Cressati, nonché il direttore del centro ricerca di Rauscedo, Eugenio Sartori. L’Università di Udine ha costituito 25 nuove varietà vegetali protette con privative comunitarie, di cui 15 varietà di vite resistenti alle malattie, 8 varietà di kiwi (uno con brevetto nazionale) e 2 di girasole. Le privative vegetali rappresentano un fattore strategico della proprietà intellettuale generata dalla ricerca universitaria e proprio su queste si è concentrata la delegazione comunitaria preposta alla tutela di queste nuove varianti.

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In copertina,  Fleurtai  e qui sopra Cabernet Eidos: sono due dei vitigni resistenti prodotti dai Vivai Cooperativi Rauscedo.

Vitigni resistenti, via libera europeo all’inserimento nei disciplinari Doc

«È una bella notizia quella che arriva da Bruxelles e che è stata comunicata dal professor Attilio Scienza, neo presidente del Comitato Nazionale Vini. Parliamo della possibilità introdotta, anche per l’Italia, di poter inserire nei Disciplinari delle Doc i vitigni resistenti alle fitopatie», dice Venanzio Francescutti, presidente regionale di FedAgriPesca, che poi aggiunge: «Un’importante decisione non solo per i Vivai Cooperativi Rauscedo (Vcr) che, da molti anni, sono impegnati nella ricerca sul fronte della viticoltura sostenibile e che si sono dedicati a moltiplicare e diffondere queste varietà più sostenibili che rispettano l’ambiente e che riescono a far risparmiare agli agricoltori fino all’80 per cento di trattamenti sulle viti e le uve, con le relative positive conseguenze per la salubrità dei vini prodotti».
«I responsabili di Consorzi e Denominazioni – ha poi raccomandato Scienza – si mettano in fila per chiedere al Comitato l’inserimento dei vitigni resistenti nei loro vini».
Il progetto sui vitigni resistenti è stato avviato nel 1998, in collaborazione con l’Università di Udine, l’Istituto di Genomica Applicata (che, per primo al mondo, ha sequenziato il genoma della vite) e alcuni privati. La realizzazione dei primi vitigni è datata 2011 (oggi sono già 15), da parte dei Vcr che, attualmente, li riproducono e li esportano in oltre 20 Paesi del mondo (in primis, la Francia), con una certa diffusione anche in Friuli Venezia Giulia dove sono già stati autorizzati dalla Regione Fvg (assieme ad altre cinque Regioni italiane) e sono circa una ventina le aziende che li hanno piantati. Una diffusione che ora potrà aumentare (attualmente, in Italia, si stimano circa 1.000 ettari investiti), grazie a questa decisione della Comunità Europea. Del resto, in altri Paesi europei (Austria, Francia, Germania, Danimarca, Ungheria) le Doc sono già autorizzate a inserire le varietà resistenti nei loro disciplinari mentre, in molte regioni d’Italia, la loro coltivazione è ancora limitata al solo “vino da tavola” o Igt.

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In copertina e qui sopra due dei nuovi vitigni resistenti ottenuti in Fvg: il Cabernet Eidos e il bianco Soreli.

 

 

 

Verso il vino senza alcol (e anacquato) ma l’Unione europea non ci potrà obbligare

di Giovanni Oliviero Panzetta*

Nelle scorse settimane, televisioni, web e giornali sono stati inondati dalle notizie sconcertanti che riguardano gli ultimi provvedimenti che la Comunità Europea vorrebbe far approvare dagli Stati membri in campo alimentare: l’etichetta “Nutriscore” con le indicazioni di appropriatezza nutrizionale per gli alimenti confezionati e il vino senza alcol. Oggi ci occuperemo proprio di quest’ultima questione.
In premessa, vale la pena di ricordare la lamentela che gli addetti ai lavori cominciano a fare, con qualche buona ragione, verso le iniziative della Comunità Europea in campo alimentare: da ente facilitatore del commercio tra le Nazioni aderenti e con l’Estero, la Comunità sta trasformandosi in ente regolatore delle politiche di produzione degli alimenti per motivi che non hanno più a che vedere con l’economia. Gli ultimi progetti hanno, infatti, lo scopo di orientare le scelte nutrizionali dei cittadini per motivi di salvaguardia della salute e per esigenze di carattere etnico e religioso.
In particolare, il vino dealcolato dovrebbe servire per ridurre i danni causati dall’alcol (compreso il rischio di tumori per il quale sarebbero pronte le famose scritte sulle bottiglie “nuoce gravemente alla salute e causa il cancro”) e dovrebbe essere utilizzato per dare anche ai musulmani la possibilità di bere il vino, visto che il loro credo religioso vieta l’assunzione di alcol.
I primi esperimenti di dealcolazione del vino (o dealcolizzazione, se si preferisce) risalgono a diversi anni orsono quando venivano usati macchinari che, filtrando i mosti, rimuovevano l’alcol assieme all’acqua in cui l’alcol è disciolto. E’ evidente che, per evitare la riduzione del volume dei mosti a causa della rimozione dell’acqua, si dovesse poi procedere all’aggiunta di acqua pura dall’esterno. Oggi le macchine tolgono solo l’alcol perché immettono acqua in automatico durante il processo o provvedono all’eliminazione dell’alcol con l’evaporazione “a freddo” senza estrarre l’acqua dal mosto o dal vino.
Nel corso dei negoziati di Bruxelles per definire la nuova Pac (Politica agricola comune), che disporrà di un finanziamento miliardario per sostenere soprattutto il “Green Deal” per la protezione dell’ambiente e la lotta al cambiamento climatico, il Consiglio dell’Unione Europea ha inserito la richiesta agli Stati membri di giungere entro il 2023 alla specifica regolamentazione della dealcolazione del vino. Nel documento, si leggerebbe della possibilità di aggiungere acqua al vino, pratica che oggi è, invece, espressamente vietata in Europa.
In realtà, la locuzione inglese utilizzata nel documento è “to restore water” che significa “reintegrare l’acqua” nei vini dealcolizzati, evidentemente ove dovesse verificarsi una riduzione del volume degli stessi durante le procedure. Da questa frase è nato l’equivoco che si volesse abbassare il tasso alcolico del vino attraverso il suo annacquamento e conseguentemente la levata di scudi a difesa del vino non solo da parte degli addetti ai lavori, ma anche di tutta l’umanità amante del buon vino.
La reazione al putativo “sacrilegio” dell’aggiunta dell’acqua al vino ha rischiato persino di mettere in secondo piano l’oggetto del contendere, cioè la produzione di vino analcolico (pazienza, lo berrà chi vorrà berlo!) e, quel che è peggio, la dealcolazione anche dei vini di gran pregio come quelli con denominazione di origine controllata (Doc) e con indicazione geografica tipica (Igp). Il Consiglio Europeo ha giustificato la richiesta con il fatto che i prodotti “alcohol-free” possono rappresentare un’importante opportunità di mercato per il settore vitivinicolo dell’Ue (anche aprendo al bacino vergine del Medio oriente) e con la necessità di regolamentare un settore già attivo, ma privo di regole (i vini senza alcol sono prodotti e venduti ormai da alcune aziende).
E, in effetti, l’idea del vino analcolico, simile alla birra analcolica, non dispiace a tutti i referenti del settore vitivinicolo e potrebbe costituire una scelta ben accetta da parte di qualche produttore in ossequio alla modernità e al profitto. Ciò non toglie che la richiesta di produrre vini analcolici partendo da vini Doc e Igt gridi vendetta al cospetto della tradizione, del buon gusto e soprattutto del buon senso.
Sono contrari la maggior parte dei produttori italiani, francesi e tedeschi, ma non si può dire altrettanto dei loro rappresentanti politici in seno all’UE, naturalmente con l’eccezione di quelli italiani. La proposta è sostenuta senza remore dai Paesi del Nord Europa che hanno a cuore soprattutto i severi effetti dell’eccesso di alcol assunto dai loro cittadini e non possono vantare tradizione e cultura del vino.
Il parlamentare europeo Paolo De Castro – già ministro dell’Agricoltura italiana – ha spiegato a “Wine News” che la Commissione agricoltura del Parlamento europeo ha difeso la sua posizione che prevede la dealcolazione solo dei vini cosiddetti da tavola, ma che il Consiglio Europeo sembra ugualmente determinato a far approvare la dealcolazione anche dei vini pregiati. Pochi giorni fa anche il nostro titolare delle Politiche agricole, Stefano Patuanelli, ha dovuto confermare nella sua audizione al Senato che questo è l’orientamento del Consiglio europeo, nonostante gli sforzi contrari che l’Italia, quasi da sola, continua a compiere.
E’ palese che spinte di natura commerciale, il proposito di salvaguardare a tutti i costi la salute dei cittadini e il desiderio di favorire il godimento del vino anche da parte del mondo islamico possano fare agio sopra le ragioni del buon gusto e del buon senso. E’ chiaro che, se anche si giungesse all’approvazione della proposta, nessuno potrebbe obbligare il nostro Paese a modificare le regole della produzione dei vini Doc e Igt per farceli produrre senza alcol.
Stando così le cose, potrebbero sembrare esagerate le proteste dei nostri rappresentanti di categoria e dei cronisti in difesa dei nostri vini pregiati, di cui si fornisce una breve rassegna.
• L’introduzione della dealcolazione parziale e totale è un inganno legalizzato, un rischio ed un precedente pericolosissimo
• Ciascuno può produrre quel che vuole, basta che non lo chiami vino
• No a procedimenti che stravolgerebbero le caratteristiche organolettiche e comprometterebbero il legame con il territorio che è una delle caratteristiche distintive delle nostre produzioni
• Sull’onda di politiche sempre più indirizzate al salutismo, l’Europa sta in ogni caso cercando di scoraggiare il consumo delle bevande alcoliche.
• Che fine farebbe il nostro patrimonio di Docg, Doc, Igt? Difendiamo tutte le denominazioni che fanno grande il Made in Italy e che tutto il mondo ci invidia
Si teme fondamentalmente il pregiudizio che una simile iniziativa potrebbe arrecare al nostro commercio del vino che ormai è primo al mondo e vale la ragguardevole cifra di oltre 6.000 miliardi di euro all’anno.
Secondo il mio parere, il rischio di dover arrivare alla dealcolazione dei nostri vini Doc e Igt non è affatto teorico, anche se nessuno ci obbligherà a farlo. Quando in commercio si troverà uno Chateau Roques Mauriac o un Alvaro Palacios analcolico, è difficile credere che non ci sarà anche un Brunello di Montalcino o un Barolo analcolico (due bottiglie chiaramente indicate “a caso”). Abbandonando per un momento gli aspetti merceologici del vino per entrare in quelli antropologici (leggi: natura, uomo, ingegno, cuore, fatica, piacere, etc.), temo che agli amanti del vino potrebbe accadere di soffrire molto in un futuro prossimo. Si accettano scongiuri!
*Vicepresidente Associazione Salute e Sanità Trieste (Asst)

Impianto per trattare il vino.

Vini e agroalimentare: l’Ue vuole rivedere la normativa delle Dop

di Giuseppe Longo

Quando parliamo soprattutto di vino, siamo ancora abituati a distinguere quello di qualità da quello da tavola con la sigla Doc, quella cioè che risale alla legge del lontano 1963 istitutiva delle denominazioni di origine controllata (e garantita), prima che ancora se ne occupasse la Comunità europea che poi le fece rientrare sotto l’ombrello dei Vqprd. E proprio a quella storica normativa si attinse per istituire dapprima la Doc Collio e quindi tutte le altre che hanno via via ricoperto il territorio del Vigneto Fvg, fino a giungere alle Docg Ramandolo, Picolit e Rosazzo.
Ma con l’evoluzione delle norme comunitarie, anche i vini sono stati trasferiti sotto la sigla Dop, denominazione di origine protetta, anche se tutti – compreso chi scrive – continuiamo ostinatamente chiamarli Doc. E fra i Dop rientrano anche i prodotti agroalimentari di pregio, come il prosciutto di San Daniele e il formaggio Montasio, mentre il prosciutto di Sauris è fra gli Igp. L’Unione Europea ritiene, però, che la normativa sia superata, tanto che intende ripensare appunto la disciplina che sovrintende alle Dop, fruendo a tale riguardo di un sondaggio d’opinione che ha appena avviato sulla rete. “L’attuale modello è datato rispetto agli attuali stili di consumo e all’evoluzione del mercato”, conferma anche Claudio Filipuzzi, presidente di Agrifood Fvg.

Il presidente Claudio Filipuzzi.

La Commissione europea ha pertanto lanciato a inizio mese una consultazione pubblica sulle indicazioni geografiche (IG) e le specialità tradizionali garantite (STG), entrambi elementi chiave della politica europea sulla qualità dei prodotti agroalimentari. Sta raccogliendo cioè spunti su una revisione di tutta la disciplina che circa 3.000 prodotti agroalimentari, dagli alimenti Dop alle Igt, e appunto ai vini. Un patrimonio che rappresenta anche per il Friuli-Venezia Giulia una importante componente storica ed economica della propria produzione agroalimentare.
Questa consultazione, nello specifico, si rivolge al pubblico e agli stakeholder (produttori, trasformatori di prodotti agroalimentari, autorità nazionali e mondo della ricerca). L’obiettivo della consultazione consiste nel raccogliere feedback da parte degli interessati sulla comprensione delle politiche messe in campo dall’UE per la tutela degli operatori e sulla percezione da parte di questi ultimi dei sistemi di qualità in vigore. Alla consultazione on line possono rispondere tutte le parti interessate: Regioni, produttori, trasformatori, centri di ricerca, università ed esperti di IG, ma anche privati cittadini. Avranno tempo di farlo fino al 27 gennaio prossimo.

“L’attuale modello si sta dimostrando datato rispetto agli stili di consumo alimentare, all’evoluzione dei mercati internazionali, alle tecniche produttive  oltre che ai moderni sistemi di tracciabilità che si stanno affermando – commenta appunto il presidente  Filipuzzi –, non a caso in molti casi di Dop e Igp, anche nella nostra regione, i disciplinari oggi appaiono più come zavorre che come vantaggi competitivi per l’adeguata remunerazione del produttore e per la garanzia di qualità del consumatore. Qualche innovazione recentemente c’è stata, come l’unificazione dell’attività ispettiva nelle aziende da parte delle autorità sanitarie e di controllo delle indicazioni geografiche… finora si lavorava a comparti stagni e un produttore riceveva tante visite quante sono le autorità. Questo non è certo sufficiente e anche l’Unione Europea evidentemente si è accorta che è giunto il momento storico per una rivisitazione complessiva del sistema”.
Per cui è arrivata l’ora, secondo appunto l’Ue, anche in questo settore di una profonda revisione per adeguare la normativa alle nuove realtà e alle evoluzioni che il comparto agroalimentare – cominciando proprio dai vini – ha registrato anche in Italia e pure in Friuli Venezia Giulia. E le indicazioni che saranno fornite soprattutto dal mondo produttivo, che più di altri conoscono i problemi dell’importante comparto economico, saranno utili per giungere a una normativa più adatta ai tempi. E soprattutto che sia effettivamente di sostegno alla produzione e alla sua valorizzazione.

Prosciutto di San Daniele e formaggio Montasio, prodotti Dop.

 

Indirizzo web della consultazione:
https://ec.europa.eu/info/news/european-commission-seeks-feedback-geographical-indications-and-traditional-quality-scheme-2019-nov-04_en

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In copertina, vini bianchi Fvg: anche per questi cambierà la normativa.