Su Agenda Friulana 2024 anche un’ampia “finestra” dedicata al Ramandolo Docg

di Giuseppe Longo

«”Oro di Ramandolo”. Non poteva essere definito in modo migliore il grande vino bianco, “dolce-non dolce”, tannico, passito, aromatico con una sinfonia di profumi che lo rende unico. E giallo, appunto, come l’oro antico. “Oro di Ramandolo” è il nome che un gruppo di produttori lungimiranti ha voluto dare a una manifestazione che celebrasse questo nettare, orgoglio e vanto dei viticoltori di Nimis che hanno voluto difenderlo tenacemente, ottenendo con fatica, ma alla fine con immensa soddisfazione, la prima Docg del Friuli Venezia Giulia. Come dire che proprio in questi vigneti coltivati non senza sacrifici – c’è chi l’ha definita “viticoltura eroica”! – sulle pendici del monte Bernadia e sulle colline più prossime si ottiene un vino che ha avuto il privilegio di essere contrassegnato con il marchio di qualità più prestigioso, cioè la denominazione di origine controllata e garantita».

Prima scheda sul Ramandolo Docg.

Così comincia la prima delle sei schede (che si sviluppano su ben dodici pagine) che ho dedicato al Ramandolo Docg su Agenda Friulana 2024 che Chiandetti Editore ha appena presentato nella sede della Regione Fvg a Udine, dove la sala più grande ricorda l’avvocato Antonio Comelli, illustre figlio di Nimis, assessore regionale all’agricoltura, prima. e presidente della ricostruzione, poi, oltreché uno dei protagonisti della tutela di questo prezioso e inimitabile vino. Un esordio che prende lo spunto dalla manifestazione che, nei giorni della ricorrenza di San Martino, ha richiamato un pubblico foltissimo di enoappassionati, anche dall’estero.
«Un riconoscimento ottenuto – si legge ancora in questa prima scheda dell’ampia “finestra” dedicata dalla storica (nata l’anno del terremoto) pubblicazione annuale della casa editrice di Reana – nell’ormai lontano 2001, dopo un iter legislativo molto complesso, che nel suo ventennale si desiderava festeggiare adeguatamente. Ma l’emergenza sanitaria scatenata dal Covid o Coronavirus che dir si voglia – i nomi con cui sarà tristemente ricordato il tremendo morbo che ha sconvolto per tre anni le vite di noi tutti – ha impedito ogni iniziativa. Come pure non è stato possibile celebrare il mezzo secolo di vita dei Colli orientali del Friuli – nel cui lembo più settentrionale si trova proprio il “cru” del Ramandolo vegliato dalla storica chiesetta-simbolo di San Giovanni Battista -, la seconda Doc nata nella nostra regione, era il 1970, dopo quella del Collio che aveva fatto da coraggioso apripista all’indomani dell’approvazione della legge istitutiva – la famosa 930 del 1963 – delle denominazioni di origine italiane. Ma al di là dei festeggiamenti mancati – e che, comunque, possono essere recuperati nel venticinquesimo della Docg, quindi fra due anni -, il dato che conta è quello di poter fruire di uno straordinario strumento di tutela che mette al riparo da frodi o sleali concorrenze, riconoscendo altresì i meriti di questi produttori che, pur rimanendo fedeli alla tradizione, hanno saputo soprattutto in questi due decenni crescere e innovarsi, dando vita a un vino fra i più prestigiosi del Vigneto Fvg e che proprio la definizione “Oro di Ramandolo” fotografa nel migliore dei modi. Veramente bravi quanti hanno avuto questa geniale intuizione!».
L’insieme della trattazione va sotto il titolo generale “Il primato del Ramandolo Docg” perché fa appunto riferimento al primo vino della nostra regione contrassegnato dal marchio della Docg, il più importante riconoscimento per il prodotto della vite, a Nimis storica Città del vino Fvg: più tardi sarebbero arrivati il Picolit e i colli di Rosazzo. Quindi ecco le sei schede contrassegnate ognuna da un sottotitolo: “Come l’oro antico”, “Tutto cominciò 40 anni fa”, “La battaglia legale”, “La piramide della qualità”, “La vigna-giardino”, “Un vino che piace a tutti”. E allora buona lettura: Agenda Friulana 2024 si trova in tutte le librerie ed edicole.

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In copertina, bellissimi grappoli di Verduzzo dal quale si ottiene il Ramandolo Docg.

Nimis ricorda il 1944: la vendemmia in regime cosacco

di Giuseppe Longo

Tempo di vendemmia a Nimis che oggi, 29 settembre, ricorda l’incendio del paese e la deportazione nei Lager nazisti avvenuti nell’ormai lontano 1944. E allora, proprio ricorrendo l’annuale commemorazione indetta dal Comune e dalla sezione ex Internati, ricordiamo come avvenne la stagione dei raccolti nel paese pedemontano, da sempre rinomato per la produzione del vino, durante la profuganza. La popolazione e quindi anche gli agricoltori, che allora erano la stragrande maggioranza degli abitanti, furono infatti costretti a lasciare in poche ore le proprie case che stavano per essere date alle fiamme. Lo facciamo pubblicando integralmente il capitolo intitolato “La vendemmia in regime cosacco”, tratto dal libro “L’incendio e il martirio di Nimis” scritto da monsignor Beniamino Alessio, pievano per oltre mezzo secolo (1912-1962) e testimone di quelle giornate rimaste scolpite nella storia del paese. Un prezioso volumetto che la civica amministrazione, guidata dal sindaco Giovanni Mattiuzza, ripubblicò in forma anastatica nel 1984, nel quarantesimo anniversario della distruzione del paese, con una presentazione dell’allora presidente della Regione Fvg e concittadino, Antonio Comelli, protagonista nella Resistenza nelle file della Brigata Osoppo. Vediamo allora cosa scriveva l’indimenticabile parroco.

“Per ottenere il permesso della vendemmia ci vollero forti pressioni sul Berater di Udine, e venne prospettata la penosa situazione alimentare del popolo di Nimis. Il merito di tale autorizzazione spetta a S.E. Mons. Arcivescovo che, con lettere e colla parola viva, perorò la nostra causa. La vendemmia doveva svolgersi nel periodo di pochi giorni, ma in causa del maltempo, il termine venne prorogato. I cosacchi però videro di mal occhio questa intrusione nelle faccende loro. Colle armi in pugno per due giorni consecutivi, ricacciarono indietro gli invasori. E dal loro punto di vista non avevano tutti i torti. Si era fatto loro capire che ormai erano essi i padroni di Nimis: i vendemmiatori quindi venivano a usurpare i loro diritti. E allora si rese necessario l’intervento delle truppe germaniche. La vendemmia si svolse in un clima ostile, e con ritmo accelerato. Invece di canti festosi si udivano, a intervalli, gli spari rabbiosi dei cosacchi che così esprimevano il loro malumore. Durante la vendemmia, e precisamente il 15 ottobre, furono uccisi a bruciapelo due cari giovani, Gervasi Mario di Egidio e Gervasi Domenico fu Basilio per il semplice sospetto di essere partigiani.
Fu un abuso di potere perché i cosacchi dovevano, se mai, consegnare i colpevoli alle autorità tedesche. Così mi dissero ufficiali austriaci ai quali mi ero rivolto per la loro liberazione. Le due salme, sepolte provvisoriamente in un campo, e rinvenute più tardi furono riesumate e trasferite in cimitero. Questo tragico episodio, che troncò la vita a due innocenti, gettò l’ombra del lutto su tutta la popolazione. Si cercò di attenuare l’impressione spargendo la voce che erano andati a lavorare in Germania.
I vigneti, situati lungo la strada e a portata di mano, furono alleggeriti, in tutto o in parte dell’uva. Abbastanza rispettati furono invece gli altri. Anche il raccolto del granoturco in certe zone fu magro perché serviva da mangime ai cavalli che ci sguazzavano dentro da padroni: altrove invece fu discreto. Ai cosacchi del Don si associò qualche cosacco indigeno. Quando ci sono predisposizioni naturali certi esempi  tornano contagiosi  e… comodi. Questa genia di cosacchi è cosmopolita e non è facile a spiantarli.
Però, tutto sommato, questi raccolti furono di grande sollievo morale e materiale, per affrontare l’inverno che fu più lungo e più rigido del solito”.

Questo, dunque, il drammatico racconto di monsignor Alessio e che, ricorrendo, appunto, il tempo della vendemmia – oggi molto più anticipata rispetto ad allora –, abbiamo voluto riproporre per inquadrare quelle difficili giornate di 75 anni fa, con un paese completamente raso al suolo come testimoniano anche le foto contenute nello stesso libro, alcune delle quali pubblichiamo a corredo di questo articolo rievocativo. Un paese distrutto, ma anche colpito duramente negli affetti tante furono le vittime: 14 morti durante il bombardamento o in seguito a ferite riportate o vittime dei cosacchi; 40 morti in Germania mentre altri 8 non fecero ritorno da quel Paese, né inviarono corrispondenze; 12 Caduti in guerra; 6 non tornarono dalla Russia e altri 3 all’epoca della stesura del libro figuravano ancora fra i dispersi; 12 partigiani Caduti; 2 operai morti ancora in Germania. “Purtroppo – avvertiva però monsignor Alessio – il martirologio non è ancora completo”. E a questo tragico elenco l’arciprete annotò puntigliosamente anche la devastazione del patrimonio edilizio: incendiate 452 case e 318 stalle, con la perdita del 70 per cento dei bovini. E naturalmente non si contano le cantine, all’epoca quasi sempre associate alle stesse abitazioni, per cui è facile immaginare in che “clima” avvenne quella vendemmia, sulla quale, come se non bastasse, gravò anche il maltempo.

Tornando alla odierna commemorazione, la cerimonia comincerà alle 11 con la Messa di suffragio celebrata in Duomo. Al termine, nel vicino Parco della Rimembranza, omaggio ai Monumenti ai Caduti e ai morti nei campi di concentramento. Dopo la deposizione delle corone di fiori e la consueta lettura dei nomi dei deportati Caduti nei Lager – ognuno scandito da un rintocco della campana grande della chiesa di Centa, unica salvata dal terremoto -, seguirà la commemorazione ufficiale del sindaco Gloria Bressani.

Tre immagini contenute nel libro.

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In copertina e all’interno foto della vendemmia di un tempo tratte dal libro “Nimis, un calvario nei secoli” del cavalier Bruno Fabretti.