Dopo il riconoscimento Unesco l’annuncio di Casa Artusi: ora nascerà un Osservatorio internazionale sulla cucina e il buon gusto italiano

La Cucina italiana è stata, dunque, iscritta – come riferiamo nei due articoli precedenti – nella Lista Rappresentativa del Patrimonio Culturale Immateriale dell’Umanità dell’Unesco con l’elemento denominato “Italian cooking, between sustainability and biocultural diversity” (“La cucina italiana tra sostenibilità e diversità bioculturale”). La decisione è stata assunta nel corso della XX sessione del Comitato intergovernativo per la salvaguardia del patrimonio culturale immateriale, riunito oggi a New Delhi, in India. La candidatura era stata promossa dal Governo italiano – attraverso il Ministero della Cultura e il Ministero dell’Agricoltura, della Sovranità alimentare e delle Foreste – su impulso di tre comunità proponenti: Fondazione Casa Artusi di Forlimpopoli, Accademia Italiana della Cucina e rivista “La Cucina Italiana”.
«Il riconoscimento Unesco alla Cucina Italiana Patrimonio immateriale dell’umanità – dichiara Andrea Segrè, presidente di Casa Artusi – è meritato. Da Pellegrino Artusi, il padre della cucina italiana moderna, questo patrimonio si è arricchito in biodiversità culturale e sostenibilità. Adesso, però, dobbiamo mantenerlo e per questo la Fondazione Casa Artusi annuncia proprio oggi la nascita dell’Osservatorio internazionale sulla cucina e il buon gusto italiano, istituito per monitorare e valorizzare al massimo questo patrimonio. Attraverso indagini, ricerche e rapporti, l’Osservatorio sarà strumento e opportunità concreta per comunicare in chiave nazionale ma anche internazionale i valori identitari della cucina italiana – gusto, salubrità, sostenibilità – così come per riflettere sulle sfide del nostro tempo intorno alla produzione e fruizione del cibo: dall’efficienza delle risorse al cambiamento dei modelli di consumo, ai valori etici e sociali legati alla tradizione alimentare mediterranea».

Il ruolo centrale di Casa Artusi – Fin dall’avvio del percorso, Casa Artusi è stata riconosciuta come uno dei motori della candidatura: la Fondazione, dedicata alla figura di Pellegrino Artusi, ha contribuito in modo determinante alla stesura del dossier per mano di Massimo Montanari, al coinvolgimento delle comunità della cucina di casa e alla messa a disposizione delle proprie esperienze didattiche e di ricerca sulla cucina domestica italiana.

Cosa significa essere Patrimonio culturale immateriale Unesco – Secondo la Convenzione UnescoO del 2003, per patrimonio culturale immateriale si intendono le pratiche, rappresentazioni, espressioni, conoscenze, saper fare che le comunità riconoscono come parte del proprio patrimonio.

Il dossier: cucina di casa, sostenibilità e diversità bioculturale – Il dossier presentato descrive la cucina italiana come un mosaico di tradizioni: un sistema di pratiche sociali, rituali e saperi che intrecciano biodiversità agricola, prodotti tipici, artigianato alimentare, mercati rionali, ricettari familiari e convivialità.

Un iter partito nel 2020 – Il percorso è iniziato nel 2020 e ha richiesto oltre cinque anni di lavoro. Nel marzo 2023 il Governo italiano ha presentato ufficialmente la candidatura. Il 10 novembre 2025 l’organo di valutazione Unesco ha espresso il parere favorevole che ha portato alla decisione adottata, appunto, oggi dal Comitato Intergovernativo.

Le altre cucine già riconosciute dall’Unesco – Tra le principali tradizioni gastronomiche già iscritte: la cucina tradizionale messicana (2010), il “pasto gastronomico dei francesi” (2010), il Washoku giapponese (2013) e la Dieta Mediterranea (dal 2010).

L’impegno futuro di Casa Artusi – Per Casa Artusi il riconoscimento rappresenta una responsabilità e un’opportunità per intensificare programmi di educazione alimentare, formazione, ricerca, documentazione e sviluppo di progetti di cooperazione nazionale e internazionale.

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In copertina, il presidente Andrea Segre davanti al ritratto del grande Pellegrino Artusi padre della cucina italiana moderna.

La Cucina italiana trionfa a livello mondiale: è la prima a essere proclamata dall’Unesco Patrimonio dell’Umanità. Il Governo: un riconoscimento che premia qualità e tradizione, una festa che appartiene a tutti perché valorizza il nostro modello identitario

di Giuseppe Longo

GORIZIA – Proprio una bella, anzi bellissima notizia! Quella che ci voleva in questi momenti difficili e pieni di rischi e incertezze.. La Cucina italiana – la maiuscola ci sta proprio tutta! – è stata dichiarata Patrimonio mondiale culturale immateriale dell’Umanità. Dopo il sì di un mese fa, quando la richiesta aveva ottenuto dall’Unesco il primo via libera verso il riconoscimento – l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Educazione, la Scienza e la Cultura aveva pubblicato la valutazione tecnica del dossier, raccomandando l’iscrizione nella Lista dei patrimoni immateriali – oggi è stata presa la decisione definitiva da parte del Comitato intergovernativo dell’Unesco che si è riunito in India, a New Delhi, per deliberare sulle nuove iscrizioni. Stamattina ero, a Gorizia nella sede di Ad Formandum, al tavolo della giuria di un importante concorso enogastronomico rivolto ai giovani del Friuli Venezia Giulia, il Gran Prix Flambè Amira, e quando è arrivata la notizia si è levato un calorosissimo applauso, a cominciare da Giacomo Rubini, il famoso maitre gradese appassionato regista della manifestazione. Segno che il pronunciamento Unesco era molto atteso!

IL PRIMATO – È la prima cucina al mondo ad avere ottenuto tale prestigioso riconoscimento. Si tratta, secondo l’Organizzazione planetaria, di una «miscela culturale e sociale di tradizioni culinarie», «un modo per prendersi cura di se stessi e degli altri, esprimere amore e riscoprire le proprie radici culturali, offrendo alle comunità uno sbocco per condividere la loro storia e descrivere il mondo che li circonda». Quello italiano figurava tra i 60 dossier in valutazione provenienti da 56 Paesi. L’Unesco, motivando la sua attesissima decisione, ha sottolineato che il cucinare all’italiana «favorisce l’inclusione sociale, promuovendo il benessere e offrendo un canale per l’apprendimento intergenerazionale permanente, rafforzando i legami, incoraggiando la condivisione e promuovendo il senso di appartenenza». Il cucinare è per gli italiani, «un’attività comunitaria che enfatizza l’intimità con il cibo, il rispetto per gli ingredienti e i momenti condivisi attorno alla tavola. La pratica è radicata nelle ricette anti-spreco e nella trasmissione di sapori, abilità e ricordi attraverso le generazioni. Essendo una pratica multigenerazionale, con ruoli perfettamente intercambiabili, la cucina svolge una funzione inclusiva, consentendo a tutti di godere di un’esperienza individuale, collettiva e continuo di scambio, superando tutte le barriere interculturali e intergenerazionali».
Nella decisione, si sottolinea anche come il dossier di candidatura, curato dal giurista Pier Luigi Petrillo, dimostra “gli sforzi significativi compiuti dalle comunità negli ultimi sessant’anni, in particolare da organismi rappresentativi chiave come la rivista La Cucina Italiana, l’Accademia Italiana della Cucina, la Fondazione Casa Artusi”. Con l’iscrizione della cucina italiana come patrimonio dell’Unesco, l’Italia conquista il record mondiale di riconoscimenti nel settore agroalimentare in proporzione al numero dei riconoscimenti complessivi ottenuti. Delle 21 tradizioni iscritte nella Lista dei patrimoni culturali immateriali, nove sono infatti riconducibili all’agroalimentare. Ecco le reazioni a caldo del Governo, a cominciare dal premier Giorgia Meloni per passare al ministro dell’Agricoltura, della Sovranità alimentare e delle Foreste, Francesco Lollobrigida, e al ministro del Turismo Daniela Santanché.

MELONI – «Siamo i primi al mondo ad ottenere questo riconoscimento, che onora quello che siamo, che onora la nostra identità. Perché per noi italiani la cucina non è solo cibo, non è solo un insieme di ricette. È molto di più: è cultura, tradizione, lavoro, ricchezza. La nostra cucina nasce da filiere agricole che coniugano qualità e sostenibilità. Custodisce un patrimonio millenario che si tramanda di generazione in generazione. Cresce nell’eccellenza dei nostri produttori e si trasforma in capolavoro nella maestria dei nostri cuochi. E viene presentata dai nostri ristoratori con le loro straordinarie squadre. È un primato che non può che inorgoglirci, che ci consegna uno strumento formidabile per valorizzare ancor di più i nostri prodotti, proteggerli con maggiore efficacia da imitazioni e concorrenza sleale. Già oggi esportiamo 70 miliardi di euro di agroalimentare, e siamo la prima economia in Europa per valore aggiunto nell’agricoltura. Questo riconoscimento imprimerà al Sistema Italia un impulso decisivo per raggiungere nuovi traguardi. Il Governo ha creduto fin dall’inizio in questa sfida e ha fatto la sua parte per raggiungere questo risultato, e ringrazio prima di tutto i Ministri Lollobrigida e Giuli che hanno seguito il dossier. Ma è una partita che non abbiamo giocato da soli. Abbiamo vinto questa sfida insieme al popolo italiano, insieme ai nostri connazionali all’estero, insieme a tutti coloro che nel mondo amano la nostra cultura, la nostra identità e il nostro stile di vita. Oggi celebriamo una vittoria dell’Italia. La vittoria di una Nazione straordinaria che, quando crede in sé stessa ed è consapevole di ciò che è in grado di fare, non ha rivali e può stupire il mondo».

LOLLOBRIGIDA – «Oggi l’Italia ha vinto ed è una festa che appartiene a tutti perché parla delle nostre radici, della nostra creatività e della nostra capacità di trasformare la tradizione in valore universale”. Così il Ministro dell’Agricoltura, della Sovranità alimentare e delle Foreste, Francesco Lollobrigida, commentando il riconoscimento dell’Unesco alla Cucina Italiana Patrimonio dell’Umanità. Questo riconoscimento celebra la forza della nostra cultura che è identità nazionale, orgoglio e visione. La Cucina Italiana è il racconto di tutti noi, di un popolo che ha custodito i propri saperi e li ha trasformati in eccellenza, generazione dopo generazione. È la festa delle famiglie che tramandano sapori antichi, degli agricoltori che custodiscono la terra, dei produttori che lavorano con passione, dei ristoratori che portano nel mondo il valore autentico dell’Italia. A loro e a chi ha lavorato con dedizione a questa candidatura va il mio più profondo ringraziamento. Questo riconoscimento è motivo di orgoglio ma anche di consapevolezza dell’ulteriore valorizzazione di cui godranno i nostri prodotti, i nostri territori, le nostre filiere. Sarà anche uno strumento in più per contrastare chi cerca di approfittare del valore che tutto il mondo riconosce al Made in Italy e rappresenterà nuove opportunità per creare posti di lavoro, ricchezza sui territori e proseguire nel solco di questa tradizione che l’Unesco ha riconosciuto come patrimonio dell’Umanità».

SANTANCHÈ – «L’Unesco celebra il modello identitario della cucina italiana. Esprimo la più profonda soddisfazione per il raggiungimento di un obiettivo storico: la cucina italiana è stata insignita del titolo di Patrimonio Immateriale dell’Umanità dall’Unesco. Si tratta, infatti, del riconoscimento mondiale di un modello culturale che è parte integrante della nostra identità nazionale e, allo stesso tempo, un asset strategico di grande rilevanza per il tessuto economico italiano. Il successo delle nostre eccellenze culinarie risiede in un apparato vincente e inossidabile in cui tutti gli elementi operano in sinergia. Il suo cuore è la convivialità e il valore sociale, che lega famiglie e comunità e che si unisce indissolubilmente alla ricchezza dei nostri territori, promuovendo la tutela dei prodotti locali».

UN MODELLO – Ma cos’è il Patrimonio Culturale Immateriale Unesco? E l’insieme di pratiche, rappresentazioni, espressioni, conoscenze e abilità che le comunità riconoscono come parte del loro patrimonio culturale. Non si tratta di oggetti, ma di tradizioni vive che si trasmettono di generazione in generazione. Il 23 marzo 2023, il Ministero dell’Agricoltura, della Sovranità Alimentare e delle Foreste e il Ministero della Cultura avevano lanciato la candidatura della Cucina Italiana a Patrimonio Immateriale dell’Umanità Unesco. La candidatura non riguardava un singolo piatto o una ricetta, ma un modello culturale condiviso, fatto di esperienze comunitarie, scelta consapevole delle materie prime, convivialità del pasto, trasmissione dei saperi alle nuove generazioni e rispetto delle stagioni e dei territori. La cucina italiana è la ‘cucina degli affetti’: trasmette memoria, cura, relazioni e identità, raccontando storie di famiglie e comunità attraverso il cibo. Riflette il legame tra paesaggi naturali e comunità, incarnando memoria, quotidianità e cultura dei territori. Comunità promotrici e partner sono stati l’Accademia Italiana di Cucina (1953), Fondazione Casa Artusi (2007) e la Rivista La Cucina Italiana (1929).

DIETA MEDITERRANEA – Il prestigioso riconoscimento ottenuto oggi in India dalla Cucina italiana segue quello, altrettanto importante, che ottenne esattamente quindici anni fa la Dieta Mediterranea. Il 16 novembre 2010 a Nairobi, Capitale del Kenya in Africa, il Comitato Intergovernativo della competente Convenzione Unesco aveva approvato, infatti, l’iscrizione della Dieta Mediterranea nella Lista del Patrimonio Culturale Immateriale, riconoscendo con questa definizione le pratiche tradizionali, le conoscenze e le abilità che sono passate di generazione in generazione in molti Paesi mediterranei fornendo alle comunità un senso di appartenenza e di continuità. Il riconoscimento del 2010 aveva così accolto la candidatura transnazionale di Italia, Spagna, Grecia e Marocco, che nel 2013 è stata estesa anche a Cipro, Croazia e Portogallo. Ricordiamo, al riguardo, che la Dieta Mediterranea è molto più di un semplice elenco di alimenti o una tabella nutrizionale. È uno stile di vita che comprende una serie di competenze, conoscenze, rituali, simboli e tradizioni concernenti la coltivazione, la raccolta, la pesca, l’allevamento, la conservazione, la cucina e soprattutto la condivisione e il consumo di cibo. Mangiare insieme è la base dell’identità culturale e della continuità delle comunità nel bacino mediterraneo, dove i valori dell’ospitalità, del vicinato, del dialogo interculturale e della creatività, si coniugano con il rispetto del territorio e della biodiversità.

Sacile oggi mette in scena fotografia e buona tavola con degustazione finale

Ultimo evento divulgativo per il progetto “Retro…Scenario 2025 Oltre l’immaginario: il mondo in scena fra teatro e fotografia”, promosso dal Piccolo Teatro Città di Sacile grazie al contributo della Regione Friuli Venezia Giulia, della Fondazione Friuli e del Comune di Sacile per la Settimana della Cultura.

Danilo Freguja

Gianfranco Cassin

Oggi, alle 18, nel Salone delle Feste di Palazzo Ragazzoni, il segmento “A Tavola con” proporrà l’incontro dal titolo “Una scena per uno scatto”, che porterà all’attenzione gli aspetti “teatrali” della fotografia e dell’arte culinaria, grazie agli esperti che condurranno la prolusione, realizzata in collaborazione con Accademia Italiana della Cucina, PordenonewithLove e Etica del Gusto, conclusa da una degustazione dolce con brindisi finale.
Nella prima parte dell’evento il fotografo Walter Criscuoli ci guiderà alla conoscenza della “Staged Photography”, un particolare genere fotografico che da molti anni occupa un posto di rilievo nel panorama internazionale dell’Arte contemporanea. Gli autori, come dei registi, allestiscono una scena nella quale dirigono la presenza di una o più figure, tutto per un solo scatto fotografico; così personaggi e sfondo, intrecciando i loro significati, si ritrovano fissati insieme in quello che sembra diventare un fotogramma dell’esistenza o, talvolta, di un sogno.
Nella seconda parte, il tema sarà declinato a tavola, con una lezione-degustazione moderata dal giornalista Gabriele Giuga che porterà alla ribalta il cibo nella sua “messa in scena” visiva ed estetica. Il Pastry Legend Danilo Freguja, “maestro dei maestri” della cioccolateria e della pasticceria a livello mondiale, introdurrà alle precise regole dell’impiattamento con l’intervento dal titolo “L’arte nel piatto”, mentre il maestro pasticcere Gianfranco Cassin, presidente di “Etica del Gusto” (rete di artigiani del Fvg nei settori della pasticceria, gelateria, panificazione e cioccolateria che pongono una particolare attenzione sull’aspetto etico del loro lavoro) fornirà un esempio pratico in visione, e ovviamente in degustazione, con un dessert dai colori, profumi e sapori di sicuro effetto, che porta il nome di “Dolce Aida”. Il tutto concluso dal consueto aperitivo con i vini della cantina di Piera Martellozzo, partner del Piccolo Teatro.
Anche in questa occasione, sarà aperta in via straordinaria dalle ore 17.30 la mostra “Oltre l’immaginario. Il mondo in scena” con le foto di Daniele Indrigo, allestita nella nuova ala espositiva del Palazzo come parte integrante del progetto (la mostra resterà aperta fino al 29 giugno nei weekend: ven e sab ore 16-19 – domenica ore 10-12 e 16-19, catalogo Antiga Edizoni).

Walter Criscuoli

La partecipazione agli eventi è a ingresso libero.
Info sul web: www.piccoloteatro-sacile.org – Facebook@piccoloteatrosacile

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In copertina, dolce “in posa” (strudel scomposto) in una delle creazioni fotografiche.

“Mangiare con gli occhi”, oggi a Sacile una conversazione foto-gastronomica (ma anche con un po’ di teatro)

Prosegue con successo a Sacile il percorso divulgativo del progetto “Retro…Scenario 2025 Oltre l’immaginario: il mondo in scena fra teatro e fotografia”, promosso dal Piccolo Teatro Città di Sacile negli spazi di Palazzo Ragazzoni, grazie al contributo della Regione Friuli Venezia Giulia, della Fondazione Friuli e del Comune di Sacile per la Settimana della Cultura. Per gli ultimi due eventi in calendario, il focus del progetto sposa anche gli aspetti legati all’arte culinaria, grazie al segmento “A Tavola con…”, realizzato in collaborazione con PordenonewithLove e con la Delegazione di Pordenone dell’Accademia Italiana della Cucina.


Oggi, alle 18, nel Salone delle Feste di Palazzo Ragazzoni, il nuovo incontro avrà per titolo “Mangiare con gli occhi, recitare con gusto”, mettendo insieme una conversazione foto-gastronomica con una breve pièce teatrale, entrambe incentrate sul tema del “gusto”, declinato in arte visiva e performativa. L’artista ospite sarà Roberto Pastrovicchio, fotografo triestino specialista della “Food Photography”. Un genere che non è solo documentazione, ma una vera e propria arte che trasforma il cibo in emozione visiva. Ogni piatto racconta una storia, ogni ingrediente possiede una sua anima, e il compito del fotografo è esaltarne la bellezza. Si potrà quindi a apprezzare come questo genere fotografico non si limiti a catturare un piatto, ma sappia esprimere la qualità delle materie prime, la cura degli chef e il fascino di un universo fatto di sapori, profumi e suggestioni, trasformando un semplice scatto in un’esperienza sensoriale ed estetica.
A completare il dittico, il Teatro dei Pazzi di San Donà di Piave metterà in scena il reading letterario-musicale “Ode all’ebbrezza”, con la voce e la chitarra di Giovanni Giusto, la narrazione di Giuseppe Marra e Alvise Stiffoni al violoncello. Starà a loro guidare il pubblico attraverso poesia e storia, curiosi aneddoti e tradizione, per celebrare il prezioso frutto della vite e quell’inebriante e sfrontata sensazione di ebbrezza che da sempre accompagna l’uomo nei momenti più importanti della sua vita. Finale in brindisi con i vini della cantina di Piera Martellozzo, partner del Piccolo Teatro.
In occasione dell’evento, sarà aperta dalle ore 17.30 anche la mostra “Oltre l’immaginario. Il mondo in scena” con le foto di Daniele Indrigo, esposte nella nuova ala espositiva del Palazzo come parte integrante del progetto (mostra aperta fino al 29 giugno nei weekend: ven e sab ore 16-19 – domenica ore 10-12 e 16-19, catalogo Antiga Edizioni).

Ingresso libero. Info sul web: www.piccoloteatro-sacile.org – Facebook@piccoloteatrosacile

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In copertina, Sardoni barcolani (photo Roberto Pastrovicchio); all’interno, il Teatro dei Pazzi nel reading letterario-musicale “Ode all’ebbrezza” (Giovanni Giusto chitarra e voce, Giuseppe Marra narrazione, Alvise Stiffoni violoncello).

Sipario sulla Festa della Verza a Feletto manifestazione dal sapore antico ma che sa anche rimanere al passo con i tempi

Per la Festa della Verza di Feletto, nata nel 2001, l’edizione che si è svolta nell’ultimo weekend è stata “quasi un Giubileo”. Il riferimento all’evento religioso non vuol essere irriverente, semmai tende a sottolineare il legame che esiste da sempre tra l’evento laico, incentrato sulla gastronomia (e non solo) della verza e degli ortaggi invernali, e la ricorrenza di Sant’Antonio Abate (17 gennaio) patrono della comunità felettana al quale è dedicata la chiesa parrocchiale.


Un legame che è stato ribadito dal sindaco di Tavagnacco, Giovanni Cucci, nell’aprire i lavori del tradizionale convegno svoltosi nella sala consiliare “Egidio Feruglio” dal titolo appunto “Un quarto di secolo di verza a Feletto”. A celebrare l’umile brassicacea sono intervenuti lo scrittore e comunicatore Matteo Bellotto, il gastronomo Roberto Zottar, delegato onorario di Gorizia dell’Accademia italiana della cucina, lo chef stellato Emanuele Scarello (trattoria Agli Amici di Godia). Con loro, al tavolo dei relatori, il moderatore Bepi Pucciarelli – che dal 2001 cura annualmente la pubblicazione del “verzino”, opuscolo nel quale la verza da semplice ortaggio diviene prodotto culturale –, l’assessore Ornella Comuzzo (che ha curato la regia della Festa della Verza assieme al presidente della Pro Loco Cil Feletto Nicolò Sgarellino), ed il “padre nobile”
della manifestazione, lo storico Giannino Angeli. Presenti a portare i loro saluti anche Paola Cargnelutti, in rappresentanza del Comitato Commercianti Feletto Centro, e l’ingegner Giorgio Arpino per la Lilt di Udine.


«La Festa della Verza rappresenta per la comunità di Feletto un’occasione per ricordare tradizioni, storie e ricette, ma anche per confermare un impegno a livello sociale: i proventi della festa verranno devoluti, come sempre è accaduto, alla sezione di Udine della Lega italiana per la lotta contro i tumori», ha osservato l’assessore Comuzzo, sottolineando anche l’importante sinergia e collaborazione tra i promotori dell’evento. Ricco, infatti, era il programma dei festeggiamenti: menù a tema per tutto il fine settimana nei locali aderenti per una ”sagra diffusa”, il convegno che ha previsto anche il riconoscimento di “Cittadino benemerito del Comune di Tavagnacco “ a Gianni Arteni, per la sua attività di imprenditore illuminato, e il concerto del “Lûs ensemble” al teatro Maurensig nella giornata di sabato. Domenica, invece, la parte più strettamente religiosa, con la Messa in lingua friulana, la distribuzione del “pane di Sant’Antonio” e la benedizione del paese da parte del parroco don Marcin Gazzetta, cui è seguito il discorso del sindaco. Entrambi hanno sottolineato il valore di questi eventi per mantenere salde le radici della Comunità rafforzandone l’identità e il sentimento di unione. L’esibizione della banda Congedati Divisione Mantova e l’assaggio di ”verze e luianie” preparate dalla Pro Loco di Feletto con il supporto di quella di Tavagnacco hanno concluso nel migliore dei modi una manifestazione dal sapore antico che sa mantenersi al passo con i tempi.

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In copertina, un momento della benedizione del paese nella ricorrenza di Sant’Antonio Abate mentre parla il sindaco Giovanni Cucci; all’interno, i relatori del convegno sulla verza e un’altra immagine della sentita cerimonia religiosa a Feletto.

Ritorna a Feletto la Festa della Verza: un convegno e menu a tema nei locali. Gianni Arteni sarà “cittadino benemerito”

Torna a Feletto Umberto la Festa della Verza, una delle poche, se non l’unica sagra del mese di gennaio. Era, infatti, il 17 gennaio del 2001 (il primo anno del terzo millennio) quando nella frazione-capoluogo di Tavagnacco si celebrava la sua prima edizione. Una festa nuova ma con radici antiche, perché legata alla festa del Patrono di Feletto, Sant’Antonio Abate (in Friuli conosciuto anche come “Sant’Antoni dal purcìt”).
Nella prima edizione della Festa veniva anche presentata una pubblicazione di ricette (e non solo), iniziando una serie che continua tuttora. Il libretto – scherzosamente chiamato “verzino” – sarà presentato e distribuito durante il convegno “Un quarto di secolo di verza a Feletto” che si terrà sabato 18 gennaio, alle ore 17, nella sala consiliare a Feletto e che vedrà come relatori Matteo Bellotto, scrittore di vino e di poesia, Roberto Zottar, dell’Accademia Italiana della Cucina – delegato onorario di Gorizia, Emanuele Scarello, chef e patron del ristorante Agli Amici di Godia.

Gianni Arteni


Nel corso dell’incontro verrà anche attribuito il riconoscimento di “cittadino benemerito” all’imprenditore Gianni Arteni, figura molto nota del panorama economico-produttivo del territorio di Tavagnacco. «È un’iniziativa deliberata lo scorso dicembre dal consiglio comunale – ha spiegato il sindaco Giovanni Cucci, alla presentazione della Festa – che intendiamo ripetere anche negli anni a venire». Sempre sabato, alle 20.30, si terrà il concerto del Lûs ensemble “Baroque e celtique” nel teatro Paolo Maurensig, sempre a Feletto, ultimo appuntamento della rassegna “Natale a Tavagnacco”. Domenica 19 poi alle 10,30 nella Chiesa di Sant’Antonio Abate sarà celebrata una Messa solenne in lingua friulana, cui seguiranno la distribuzione del pane benedetto, il saluto del sindaco e l’intervento della banda Congedati Divisione Mantova. Al termine, la degustazione di “verze e luianie”, a cura delle Pro Loco di Feletto e di Tavagnacco a Villa Tinin. Verranno anche distribuiti ad offerta libera le verze e il Calendario della Lilt.
Da venerdì a domenica, nei locali pubblici di Feletto e Tavagnacco sarà, inoltre, possibile degustare assaggi, piatti o menù completi con protagonista la verza o altri ortaggi della medesima famiglia. Sui canali social del Comune di Tavagnacco è possibile trovare l’elenco completo degli esercizi di ristorazione aderenti all’iniziativa “La Verza in osteria” coordinati dal Comitato commercianti Feletto Centro.
«Quella della Verza – hanno spiegato il sindaco Cucci e l’assessore alla Cultura, Ornella Comuzzo – è una festa che partendo dalla tradizione e dal momento religioso ha saputo attirare l’attenzione della comunità con temi di attualità e di interesse generale. A cominciare da quello della salute: già nelle passate edizioni è stato più volte ribadito il concetto della sana alimentazione (e la verza, come tutte le altre crucifere, rientra tra gli alimenti che fanno bene). Ci auguriamo che anche l’edizione di quest’anno rispetti le caratteristiche di Festa di una Comunità che si ritrova su tematiche di interesse generale, con momenti che recuperano convivialità e tradizioni legate al territorio».

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In copertina, le verze “regine” dell’inverno pronte per l’acquisto al mercato.

Il sistema delle latterie turnarie nell’arco alpino raccontato agli accademici della Cucina. Mostra a Udine fino a domenica

Resterà aperta fino a domenica 2 giugno la mostra documentaria “Latte, Mleko, Milk. Il sistema turnario nell’arco alpino”, allestita nel Museo Etnografico del Friuli di Udine e curata dall’Ecomuseo delle Acque del Gemonese, che da oltre 15 anni è impegnato per salvaguardare ciò che resta dell’esperienza delle latterie turnarie. Una specie (quasi) in via di estinzione: in Friuli nel 1960 erano 652, vent’anni dopo meno della metà (298), oggi ne restano solo otto. Se può essere una consolazione – magra – in Veneto e in Trentino ne sono rimaste solo una per regione. Sono quelle di Valmorel, provincia di Belluno, e di Peio (Trento), protagoniste della mostra (fotografie di Graziano Soravito) assieme al sistema di piccoli alpeggi del Monte Nero in Slovenia, dove pure è ancora in uso il modello turnario, basato sulla cooperazione e condivisione.


Un gruppo di soci della Delegazione di Udine dell’Accademia Italiana della Cucina, guidati dalla delegata Annalisa Sandri e dal suo predecessore Massimo Percotto (da pochi giorni eletto nella Consulta nazionale dell’Accademia) ha visitato la mostra, che era stata inaugurata il 15 marzo scorso. A far gli onori di casa, il direttore dell’Ecomuseo delle Acque Maurizio Tondolo ed il fotografo Soravito. Prima di guidare gli accademici (ai quali si è aggregato un gruppo di soci dell’Onaf, Organizzazione Nazionale Assaggiatori Formaggi) nella visita alla mostra, Tondolo ha illustrato il modello ecomuseale (“l’Ecomuseo è un museo eretico”, ha affermato) ed il progetto turnarie partito da Campolessi (il formaggio della frazione di Gemona è oggi un Presidio Slow Food) e poi allargato alle altre realtà dell’arco alpino.
Al termine della visita, il gruppo si è spostato nelle sale poco distanti della Trattoria All’Allegria, dove gli assaggiatori Onaf Roberto Zottar (del Centro Studi Nazionale dell’Accademia) e Antonio Lodedo (giornalista e sommelier Ais) hanno guidato una degustazione di sei formaggi prodotti nelle latterie del progetto turnarie. A conclusione dell’impegnativo pomeriggio, sempre l’Allegria ha ospitato una cena accademica squisitamente friulana: cjarcions, frico con polenta ed un inedito tiramisu con i biscotti Esse di Raveo in luogo dei tradizionali savoiardi.
Ricordiamo, infine, che la mostra “Latte, Mleko, Milk. Il sistema turnario nell’arco alpino” sarà ancora visitabile dalle 10 alle 18 nelle giornate di domani 31 maggio, sabato 1 e domenica 2 giugno.

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In copertina, Annalisa Sandri (a sinistra) consegna il gagliardetto dell’Accademia ad Angela e Emilio Innocente, titolari dell’Allegria. All’interno,  Maurizio Tondolo durante la sua introduzione; Roberto Zottar (a sinistra) e Antonio Lodedo guidano la degustazione dei formaggi di turnaria.

“Mama Moja”, a Corno di Rosazzo giovedì 101 ricette della cucina popolare friulana

Il Circolo culturale Corno, in collaborazione con la Società Filologica Friulana, propone per giovedi 15 dicembre, alle 18.30, a villa Nachini Cabassi, a Corno di Rosazzo, la presentazione del volume curato da Lucia Pertoldi “Mama moja – cent ricetis plui une” (edizioni Sff 2022). La pubblicazione è la raccolta – come fa capire subito il titolo – di cento ricette della tradizione gastronomica popolare friulana raccontate dall’autrice nel corso della trasmissione radiofonica della Rai Fvg “Vita nei campi” a cominciare dal settembre 2013 per quattro anni. Più una ricetta che l’autrice ha voluto aggiungere relativa alla gubana e alla putizza.


È stato il giornalista Rai Armando Mucchino a sollecitare la Pertoldi a raccogliere in un libro queste ricette che poi la Società Filologica ha voluto editare. E saranno proprio loro, assieme a Roberto Zottar dell’Accademia italiana della cucina, ad intervenire alla presentazione a Corno di Rosazzo che segue un analogo evento, sempre proposto dal locale Circolo culturale, incentrato su un altro libro gastronomico, “La cucina delle dimore storiche friulane”, sempre edito dalla Filologica.
Mama moja nella parlata slava delle Valli del Natisone sognifica “mia madre” e all’autrice è piaciuto intitolare proprio così il libro a ricordo delle origini della mamma. Nella prefazione, Mucchino paragona le ricette a spartiti musicali a significare la valenza culturale non solo della ricerca storica della Pertoldi, ma anche della sapienza popolare che emerge dalla tradizione contadina della cucina friulana raccontata nel centinaio di ricette.  L’ingresso alla presentazione del libro è libera e per chi vorrà sarà poi possibile degustare a cena un menù ispirato a questo ricettario nel ristorante interno a villa Nachini previa prenotazione al numero 0432.755733 entro un giorno prima dell’iniziativa.

Al Palmanova Village la cucina di Natale fra tradizione friulana e innovazione

Non è Natale senza i piatti della tradizione sulla tavola delle Feste: per questo, Palmanova Village ha organizzato un evento speciale per far conoscere le ricette della tradizione regionale legate al Natale e i mutamenti delle pietanze simbolo delle Feste, con una deliziosa degustazione finale. Appuntamento, pertanto, domenica 4 dicembre dalle ore 11 al civico 87 con la tavola rotonda “La cucina friulana del Natale tra tradizione e innovazione”, in collaborazione con l’Accademia Italiana della Cucina, che dal 1953 tutela le tradizioni culinarie italiane, e la blogger friulana Annalisa Sandri. Un’occasione unica per gli appassionati della buona tavola per scoprire le pietanze regionali simbolo delle Feste e le nuove proposte: il territorio del Friuli Venezia Giulia, infatti, spaziando dalle vette delle Dolomiti e delle Alpi al Mare Adriatico, è uno scrigno di biodiversità e di multietnicità, un patrimonio che trova una delle sue espressioni più̀ evidenti nella cucina e nella produzione agroalimentare.
Interverranno Massimo Percotto, delegato di Udine e coordinatore regionale dell’Accademia Italiana della Cucina, che parlerà de “Le minestre e le paste asciutte: da pietanze di magro della vigilia, a simbolo di opulenza del giorno di festa”; Annalisa Sandri, friulana, accademica e consultrice della delegazione di Udine dell’Accademia Italiana della Cucina, curatrice del blog “Manca il sale” e dell’omonimo libro di ricette che illustrerà “Il pesce della Vigilia e le carni dei pranzi delle Feste: dal baccalà ai salumi tradizionali, al cappone friulano”, e infine Roberto Zottar, delegato di Gorizia e membro del Centro Studi “ Marenghi” dell’Accademia Italiana della Cucina che chiuderà con la parte più golosa e “L’evoluzione dei dolci della tradizione natalizia dalla Contea di Gorizia ad oggi: dal Kugelhupf al Presnitz, al panettone artigianale friulano”.
Al termine degustazione gratuita di alcuni piatti tipici del Natale a cura del ristorante prosciutteria Dok Dall’Ava, di Aiello, con prodotti della Dall’Ava Bakery. Palmanova Village fa parte di Land of Fashion, il gruppo che gestisce i cinque Village posizionati in alcune fra le più belle zone d’Italia e che ha nel proprio dna la volontà di esaltare i territori in cui è presente: non solo diventando destinazione sempre più bella e coinvolgente nella sua archiettura, ma anche attraverso eventi ed attività capaci di enfatizzare cultura e tradizione locale.

L’evento è gratuito con prenotazione obbligatoria: tutte le informazioni su www.palmanovavillage.it

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In copertina, il Kugelhupf dolce natalizio di Gorizia con origini d’Oltralpe.

Tra le 101 ricette di Lucia Pertoldi e i piatti con lo Schioppettino di Prepotto

(g.l.) Due gustosi appuntamenti con la buona tavola, il primo “cartaceo” e il secolo reale, tra oggi e domani a pochi chilometri di distanza, entrambi nel Cividalese, a Bottenicco di Moimacco e a Prepotto.

MOIMACCO – Stamane, infatti, con inizio alle 10, a villa de Claricini a Bottenicco di Moimacco, sarà presentato il volume di Lucia Pertoldi “Mama Moja – Cent ricetis plui une”. Con la moderazione di Massimo Percotto, delegato di Udine per l’Accademia Italiana della Cucina, presente l’autrice, i lavori saranno introdotti dal presidente della Fondazione de Claricini Dornpacher, Oldino Cernoia; quindi, seguiranno gli interventi di Cristina Micheloni, Associazione italiana agricoltura biologica, Armando Mucchino, giornalista Rai, e Roberto Zottar, Accademia Italiana della Cucina – Centro Studi Nazionale. L’iniziativa beneficia di patrocini e sostegni di Ministero della cultura, Regione Fvg, Io sono Friuli Venezia Giulia, Fondazione Friuli ed Ente Friuli nel mondo.

PREPOTTO – Organizzato dal Consorzio fra le Pro Loco Torre Natisone, con il sostegno dell’Unione nazionale delle Pro Loco d’Italia, appuntamento domani con “Degustando Prepotto… Terra dello Schioppettino”. Si tratta di una Passeggiata tra le vigne con pranzo “itinerante” degustando lo Schioppettino di Prepotto e di Cialla. In sostanza, una camminata naturalistica guidata o libera di circa 6 chilometri a tappe dove si gusteranno dei piatti accompagnandoli con il famoso vino – Ribolla nera – protagonista nei giorni scorsi di una importante e riuscitissima manifestazione a Cividale. Ritrovo presso l’azienda Ronc Soreli.

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In copertina, i caratteristici grappoli dello Schioppettino di Prepotto e di Cialla.