Città del vino, le Grandi Verticali 2026 avranno otto tappe da gennaio ad aprile con il via a San Dorligo e a Nimis. Si “giocherà” con gli abbinamenti enogastronomici uscendo dagli schemi

di Giuseppe Longo

BUTTRIO – Saranno le Città del vino di San Dorligo della Valle e di Nimis, nelle province di Trieste e di Udine, ad aprire in gennaio la terza edizione delle Grandi Verticali del Vino. La manifestazione, che nei primi due anni di vita è stata coronata da un grande, crescente successo, registrando sempre una foltissima ed entusiastica partecipazione di “winelovers”, è stata presentata a Buttrio, nella cornice di Villa di Toppo Florio. Si tratta di una serie di tappe sul territorio alla scoperta dei vini autoctoni, organizzate dal Coordinamento regionale delle Città del Vino del Friuli Venezia Giulia. Per questa edizione 2026 – che si svolgerà, appunto, da gennaio ad aprile con otto incontri più una serata da gran finale a Udine – è stato scelto il tema “Abbinalo tu!” in cui il curatore Matteo Bellotto – filosofo ed esperto di vino, che ha brillantemente condotto le prime due edizioni – ha deciso di proporre l’assaggio di vini “alla cieca” abbinati a eccellenze gastronomiche che rispecchino la tipicità del territorio che li produce, per lo più prodotti da micro-aziende di cui non si sente mai parlare, ma che nel circuito dei ricercatori della buona tavola hanno grande successo, tanto che spesso non riescono ad avere abbastanza prodotto per accontentare la clientela.


«Il progetto delle Grandi Verticali del Vino – ha sottolineato il vicepresidente nazionale e coordinatore regionale delle Città del Vino, Tiziano Venturini, che nella sua qualità di vicesindaco di Buttrio ha fatto gli onor di casa a Villa Florio, sede della prestigiosa Fiera regionale dei vini autoctoni, che si rinnova ogni mese di giugno, e di un ricchissimo Museo del vino e della civiltà contadina del Friuli – si sta sviluppando con sempre maggiore interesse da parte dei “winelovers”. Nella prima edizione abbiamo presentato i vini autoctoni regionali proponendo più annate per ogni produttore, mentre nella seconda abbiamo gemellato i nostri autoctoni con quelli di altre regioni d’Italia. Ora per questa terza edizione punteremo sul fondamentale rapporto tra vino e cibo, proponendo in ognuna delle tappe degli abbinamenti tra cantine e produttori agroalimentari del territorio locale. Sarà un viaggio ricco di gusto e di piacevoli scoperte. Inoltre, in questa edizione figurano Comuni che non erano presenti nelle precedenti, e questo con l’intento di coinvolgere il maggior numero di Città del vino Fvg».
Dopo l’intervento introduttivo del coordinatore regionale delle Città del vino, il dottor Bellotto ha illustrato come si svilupperà la manifestazione, parlando di degustazioni e di abbinamenti, appunto “alla cieca”, alle eccellenze gastronomiche presentate dall’esperto agroalimentare Fabrizio Peressutti, che rappresenta l’associazione Degustare in compagnia e che avrà il compito di “scovare” e presentare di volta in volta gli alimenti da accostare ai vini proposti all’assaggio. «Sarà una cosa divertente oltreché interessante e istruttiva – ha anticipato Matteo Bellotto – che condurremo come una sorta di “gioco” che sicuramente appassionerà i partecipanti. Anche perché avremo modo di sperimentare degli abbinamenti che escono dagli schemi classici e che potrebbero anche sembrare ardui e non adatti a quel determinato tipo di vino. Ma non è così e lo dimostreremo. Chi ha detto infatti – ha aggiunto l’esperto – che il Picolit non si possa abbinare anche con la pizza?». Ai benpensanti questa impostazione “originale” e per certi versi “rivoluzionaria” potrebbe sembrare una “bestemmia enogastronomica”, ma Bellotto ha osservato che niente è impossibile, perché tutto è legato anche alla soggettività di chi degusta. «Riusciremo a trasformare i pregiudizi in sorprese», ha detto per esempio riguardo al Ramandolo Docg. E una dimostrazione pratica l’ha data al termine delle presentazioni verbali, quando quattro vini di alta qualità dei Colli orientali del Friuli – un blend bianco di Petrucco, un Pignolo di d’Attimis Maniago, un Picolit di Ermacora e un Tazzelenghe di Marina Danieli – sono stati abbinati con effetti sorprendenti agli assaggi forniti dalla gemonese Pizza Divina e dall’azienda agricola Fabio Pividori di Pagnaccco.
Contestualmente alla presentazione ufficiale, sono state aperte le iscrizioni ai vari appuntamenti delle Grandi Verticali del vino. Costo 35 euro a persona per ogni singolo incontro, contattando la Pro Loco Mitreo Duino Aurisina prolocoaurisina@libero.it – 348.5166126. Ricordiamo che si tratta di un’iniziativa sostenuta dalla Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia, PromoturismoFvg e Banca 360 Fvg in collaborazione con Unione nazionale tra le Pro Loco d’Italia Comitato regionale del Friuli Venezia Giulia, Pro Loco Mitreo di Duino Aurisina e l’associazione Degustare in compagnia. Preziosa l’adesione delle cantine del territorio regionale. E ora ecco le otto tappe (tutte alle 19.30)  a cui sarà aggiunta una serata finale, a Udine, con la riproposizione dei migliori abbinamenti.

LE OTTO TAPPE

San Dorligo della Valle, giovedì 15 gennaio
Il Carso e la sua voce autentica. Tra Terrano, Vitovska e Malvasia ascolteremo in silenzio pesce Zobec, panificati Ota, salumi Merlak.

Nimis, giovedì 29 gennaio
La dolcezza spietata del Ramandolo DOCG e del carattere autentico di Nimis incontrano: salumi Valleombrosa, panificati Pizza in Piazza, formaggi Ravosa o Zore. Riusciremo a trasformare i pregiudizi in sorprese…

Moraro, giovedì 12 febbraio
L’Isonzo ed il suo incessante lavoro tra storia, memoria, aromi e profondità con vini che hanno sempre un enorme carattere fra Friulano, Malvasia, Merlot con un incontro tra sapori forti e delicati insieme: orticole in agrodolce Fornaci del Zarnic e la Rosa dell’Isonzo.

Palazzolo dello Stella, giovedì 26 febbraio
Una terra che guarda le montagne con alle spalle il mare e viceversa, capace di essere commovente e delicata con i suoi aromi salini e la sua leggerezza. Malvasie che sembrano tramonti, Friulano capaci di incantare con la loro freschezza e Refoschi di carattere e sinceri, assieme a Traminer avvolgenti di aromi. Abbineremo con Pesce della Valle del Lovo, le orticole delle Fornaci del Zarnic e i lievitati di Gorgo di Latisana.

Cervignano del Friuli, giovedì 12 marzo
Gli aromi profondi dei vini dell’agro aquileiese alla ricerca dell’abbinamento perfetto con: cioccolato Cocambo, panificati Orso, formaggi Gortani, tra Refoschi, Malvasie, Friulano, Traminer, Pinot bianco…

Torreano, giovedì 26 marzo
Dove il vento va a nascondersi per partire verso la pianura, nel cuore dei Colli orientali del Friuli con vini di enorme carattere e sensualità tra Friulano, Sauvignon, Pinot bianco, Refosco, Verduzzo accompagnati da formaggi caprini, salumi nostrani incontrano l’arte della lievitazione.

Dolegna del Collio, mercoledì 8 aprile
L’eleganza e la freschezza dei vini del Collio sorprenderanno con la pulizia e la potenza abbinati a: panificati Codromaz, salumi Rodaro, formaggi Asan e la Mussa. Tra Sauvignon, Pinot bianco, Uvaggi e molte altre sorprese tutto alla cieca.

San Quirino, giovedì 23 aprile
La delicatezza della pianura friulana d’occidente tra Pinot Grigio, Sauvignon, vitigni dimenticati e molto altro per incontrare salumi Del Norcino, panificati Blamek, formaggi e salumi Al Castelu.

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In copertina, il coordinatore regionale delle Città del vino Tiziano Venturini mentre presenta le Grandi Verticali del vino 2026 con a fianco Fabrizio Peressutti e Matteo Bellotto; all’interno, i due esperti e immagini della degustazione che ha messo assieme vini e alimenti che potrebbero sembrare in contrasto ma che hanno creato un effetto giocoso ed interessante.

Il rilancio della pesca friulana: a Fiumicello il progetto che unisce ricerca, agricoltori e inclusione sociale

Unire scienza, agricoltura e impegno sociale. È questa la sfida del progetto “Miglioramento varietale della pesca friulana”, un percorso iniziato nel 2016 che oggi entra nella sua fase decisiva. Un lavoro che non solo punta a rilanciare la storica peschicoltura della nostra regione, ma rappresenta anche un esempio concreto di come l’agricoltura possa diventare un luogo di crescita, inclusione e formazione per persone fragili. Il progetto nasce dalla collaborazione tra CREA – Centro di Ricerca Olivicoltura, Frutticoltura e Agrumicoltura, Università Politecnica delle Marche, Comune di Fiumicello-Villa Vicentina, aziende agricole del territorio e la Cooperativa Sociale Thiel. È proprio l’intreccio tra ricerca avanzata e dimensione sociale a renderlo un modello innovativo per le aree rurali del Friuli Venezia Giulia e non solo.

Ricerca e tradizione: così rinasce la pesca friulana – L’obiettivo è selezionare nuove varietà in grado di ereditare le qualità organolettiche delle storiche Iris Rosso e Triestina, rendendole però più resistenti alle malattie e ai cambiamenti climatici. Dopo anni di osservazioni e prove in campo, sono state individuate tre selezioni particolarmente promettenti: nei prossimi mesi inizieranno le analisi fitosanitarie e i DUS test necessari per l’inserimento nel registro nazionale delle varietà delle piante da frutto. La rinascita della pesca friulana: a Fiumicello il progetto che unisce ricerca, agricoltori e inclusione sociale
Dopo quasi dieci anni di incroci, selezioni e valutazioni, il progetto “Miglioramento varietale della pesca friulana” sta portando alla definizione della prima nuova varietà del territorio, mentre accanto alla ricerca cresce un modello di innovazione partecipata che coinvolge persone fragili, scuole e imprese agricole nella rinascita della peschicoltura locale. Unire scienza, agricoltura e impegno sociale. È questa la sfida del progetto “Miglioramento varietale della pesca friulana”, un percorso iniziato nel 2016 che oggi entra nella sua fase decisiva. Un lavoro che non solo punta a rilanciare la storica peschicoltura friulana, ma rappresenta anche un esempio concreto di come l’agricoltura possa diventare un luogo di crescita, inclusione e formazione per persone fragili.
Il progetto nasce dalla collaborazione tra Crea – Centro di Ricerca Olivicoltura, Frutticoltura e Agrumicoltura, Università Politecnica delle Marche, Comune di Fiumicello-Villa Vicentina, aziende agricole del territorio e la Cooperativa Sociale Thiel. È proprio l’intreccio tra ricerca avanzata e dimensione sociale a renderlo un modello innovativo per le aree rurali del Friuli Venezia Giulia e non solo.

Ricerca e tradizione: così rinasce la pesca friulana – L’obiettivo è selezionare nuove varietà in grado di ereditare le qualità organolettiche delle storiche Iris Rosso e Triestina, rendendole però più resistenti alle malattie e ai cambiamenti climatici. Dopo anni di osservazioni e prove in campo, sono state individuate tre selezioni particolarmente promettenti: nei prossimi mesi inizieranno le analisi fitosanitarie e i Dus test necessari per l’inserimento nel registro nazionale delle varietà delle piante da frutto. È un passaggio decisivo, che potrebbe segnare la nascita della prima nuova varietà di pesca interamente sviluppata nella Bassa Friulana dopo decenni.

Inclusione sociale: il frutteto come laboratorio di autonomia – La componente sociale è uno dei pilastri del progetto. Grazie al coinvolgimento della Cooperativa Thiel, persone fragili hanno potuto partecipare a tutte le fasi: dalla cura dei frutteti alla selezione delle piante, fino alla presenza nelle sagre e negli eventi pubblici dedicati alla valorizzazione della pesca friulana. Per molti si è trattato della loro prima esperienza reale in un contesto lavorativo. Nel tempo hanno acquisito autonomia, sviluppato capacità relazionali e imparato a lavorare in squadra. Alcuni hanno trovato successivamente impiego in altre realtà del territorio, portando con sé le competenze maturate sul campo. È la dimostrazione di come l’agricoltura sociale possa diventare un motore di cambiamento concreto nella vita delle persone.
Fondata nel 2001, Thiel porta avanti da più di vent’anni un impegno costante per valorizzare territorio, persone e comunità, promuovendo un’integrazione positiva tra individuo e ambiente. Un impegno radicato nel tempo, che continua a generare valore per tutto il territorio. Come spiega Luca Fontana, presidente della Cooperativa Sociale Thiel, «il progetto rappresenta molto più di un intervento tecnico: è l’espressione concreta di un approccio che intreccia innovazione, sostenibilità e valorizzazione del territorio. Le persone coinvolte hanno potuto immergersi nel mondo reale, lavorare nei frutteti, confrontarsi con gli agricoltori, partecipare alle feste della comunità, sviluppare nuove competenze e, in molti casi, trovare lavoro fuori dalla cooperativa. È questa la missione più profonda di Thiel: creare percorsi abilitativi capaci di restituire dignità e futuro”.

Scuole protagoniste: il prossimo anno laboratori, visite nei frutteti e creatività – Un ruolo fondamentale sarà svolto anche dalle scuole del territorio. A partire dal prossimo anno, gli studenti parteciperanno a laboratori didattici sulla biodiversità, visite nei frutteti e attività sensoriali dedicate alla scoperta delle pesche locali. Saranno inoltre chiamati a proporre il nome della nuova varietà e a creare il logo che identificherà la futura linea di pesche friulane. Un coinvolgimento che intende educare le nuove generazioni alla sostenibilità e rafforzare il legame tra il progetto e la comunità, trasformando i bambini nei primi ambasciatori della rinascita della pesca friulana.

Verso una filiera sostenibile che unisce territorio e comunità – Il progetto si propone di ricostruire una filiera agricola capace di valorizzare il territorio, generare nuove opportunità per gli agricoltori e restituire dignità a un prodotto che è parte integrante della storia della Bassa Friulana. Una filiera sostenibile non solo sul piano ambientale, ma anche sul piano umano, grazie a un modello in cui la ricerca scientifica e l’inclusione sociale procedono nella stessa direzione. Il progetto è stato finanziato da Cassa Rurale Fvg, che con il proprio sostegno ha riconosciuto il valore agricolo, sociale e comunitario dell’iniziativa, contribuendo a renderne possibile la crescita e l’impatto sul territorio.

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In copertina e all’interno la peschicoltura nella zona di Fiumicello.

La Cantina di Ramuscello e San Vito presenta Vino Terre 2025 ripercorrendo la storia di Gherardo Freschi con il libro di Stefano Cosma e Cristina Burcheri

(g.l.) “Gherardo Freschi. Un friulano dell’Ottocento, tra scienza, visione europea e azione concreta”: questo il titolo del libro di Stefano Cosma e Cristina Burcheri, che sarà presentato domani, 13 dicembre, alle ore 10, nell’auditorium centro culturale Burovich a Sesto al Reghena – Città del vino del Friuli Venezia Giulia – nell’ambito del progetto Vino Terre 2025 della Cantina Produttori di Ramuscello e San Vito. Con i due autori interverrà anche il collega giornalista Walter Tomada, che ha scritto la prefazione del libro. Quindi, sarà proprio il presidente della storica cooperativa vitivinicola Gianluca Trevisan a dare il via alla presentazione del progetto Vino Terre 2025, realizzato con la regia del direttore Rodolfo Rizzi. Con lui ci saranno i ragazzi dell’Istituto artistico Galvani di Cordenons (autori delle 11 etichette) e la Comunità di Sant’Egidio di Roma (Corridoi Umanitari), destinataria di un importante aiuto economico. I lavori saranno moderati dal giornalista Adriano Del Fabro, mentre alcuni momenti musicali saranno proposti dalla fisarmonica del maestro Paolo Forte.

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In copertina, Gherardo Freschi in uno storico ritratto; qui sopra, nel libro di Stefano Cosma e Cristina Burcheri.

“A cena con il mais”, oggi a Mortegliano il nuovo libro di Germano Pontoni: un’occasione anche per festeggiare la Cucina italiana Patrimonio Unesco

(g.l.) “A cena con il mais – A Mortegliano un itinerario di sapori della tradizione lungo 30 anni” è il titolo del nuovo libro di enogastronomia – ne ha fatti veramente tanti! – curato da Germano Pontoni, maestro della cucina italiana. L’opera verrà presentata questa sera, 11 dicembre, alle 18.30, nella sala consiliare del Comune di Mortegliano. Con il sindaco Roberto Zuliani, che farà gli onori di casa, interverranno il presidente di “Blave i Mortean” Edi Gomboso, il ristoratore concittadino Ivan Andrea Uanetto del famoso ristorante Da Nando e, ovviamente, il curatore del volume. Nell’occasione, verrà proiettato un cortometraggio dal titolo “Blave di Mortean” a cura di Sergio Negro. Modererà l’incontro la giornalista Ria Bragagnolo.


L’incontro è stato organizzato dal Comune di Mortegliano e da Quattro Stagioni Aps e avviene in un momento particolare, davvero molto importante. Appena ieri, infatti, la Cucina italiana è stata proclamata ufficialmente dall’Unesco Patrimonio mondiale dell’Umanità, premiando così gli sforzi e l’impegno di quanti lavorano in questo affascinante settore. Come, appunto, Germano Pontoni la cui vita è stata spesa tutta a vantaggio della nostra cucina che, sapientemente e con efficacia, coniuga la tradizione, e quindi i preziosi insegnamenti del passato, con l’innovazione. Come dire che questo non è un settore statico, bensì in continua evoluzione. E l’impegno di Pontoni continua incessantemente, anche con la pubblicazione di questi preziosi testi che esaltano e valorizzano la cucina del nostro Friuli. Tutti gli dobbiamo essere grati!

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In copertina, il maestro di cucina Germano Pontoni; all’interno, la coltivazione del mais “oro” di Mortegliano.

Città del vino Fvg, ritornano le Grandi Verticali: oggi presentazione a Buttrio. Tutti i premiati ai Vivai di Rauscedo nella Giornata mondiale dell’enoturismo

Grandi Verticali delle Città del vino Fvg alla terza edizione. La manifestazione sarà presentata ufficialmente questa sera, alle 18.30, in villa di Toppo Florio a Buttrio, durante un incontro convocato dal coordinatore regionale Tiziano Venturini. Sono annunciate delle novità che saranno svelate proprio nell’occasione, ma in ogni caso si tratta di “otto appuntamenti ed un gran finale sui territori del vino della regione, all’insegna del buon bere e della convivialità, alla scoperta di prodotti e storie spesso poco conosciute”. Come dire che il programma sarà anche, questa volta, all’altezza delle attese.

Sindaci delle Città del vino Fvg a Rauscedo.


L’incontro odierno corona, dunque, l’intensa attività che le Città del vino Fvg hanno realizzato nel corso del 2025 prossimo alla conclusione. L’ultimo importante appuntamento, come si ricorderà, era stato quello organizzato poco più di un mese fa ai Vivai Cooperativi Rauscedo quando, in occasione della Giornata mondiale dell’enoturismo, l’Associazione aveva riunito la propria assemblea annuale. Presente anche l’assessore regionale alle Politiche agricole Stefano Zannier, oltre a fare il punto su un’annata record per il numero di eventi enoturistici organizzati (ben 60 compreso il gran finale del 23 novembre a Prepotto lungo il Cammino celeste con il nuovo format di uscite con degustazioni in bici e a piedi “Gli itinerari dell’Identità agricola collettiva”), è stato presentato il programma di appuntamenti per il 2026 (con le Grandi Verticali  i cui si parlerà, appunto, questa sera a Buttrio torneranno anche le Notti del Vino), nonché lo stato dell’arte sull’enoturismo. Un fenomeno che in Italia, secondo i dati più recenti dell’Osservatorio Nazionale del Turismo del Vino, vale oltre 2,9 miliardi di euro, con una crescita del 16% nel 2004 sul 2023 e con una spesa media, per singolo turista, che può arrivare fino a 400 euro sommando tutte le voci di spesa. L’identikit vede in prevalenza turisti stranieri (primo posto la Germania seguita dagli Usa e Austria) o italiani provenienti da un’altra regione. Il segmento più promettente tra quelli proposti ai visitatori è quello della vendemmia turistico-didattica, di cui il Friuli Venezia Giulia è tra le regioni all’avanguardia. Le altre voci di spesa del turista sono acquisto vino, pernottamento, degustazione in cantina, cibo e altre attività esperienziali (compresi spa o centri benessere come anche visite culturali). Sicuramente un’opportunità di differenziazione degli introiti per le cantine in questa era segnata da dazi e inflazione (in media le cantine ottengono il 7% del fatturato da iniziative enoturistiche).
Ricordiamo, pure, che la giornata ai Vivai Cooperativi Rauscedo si era aperta con i saluti istituzionali da parte del vicepresidente nazionale delle Città del Vino e coordinatore regionale del Friuli Venezia Giulia, Tiziano Venturini, e del sindaco di San Giorgio della Richinvelda Michele Leon, mentre gli onori di casa  erano stati fatti dal vicepresidente Mauro Cesarini e dal consigliere Morgan Lovisa. La prima parte della mattinata era stata dunque dedicata, come detto, alla Giornata mondiale dell’enoturismo con un approfondimento sul tema: “Il futuro della proposta enoturistica: cambiamenti in atto e buone prassi”. Erano intervenuti su questo argomento Iole Piscolla, responsabile Progetti speciali e Turismo di Città del Vino, e il professor Francesco Marangon, docente dell’Università di Udine e Ambasciatore delle Città del Vino, che avevano condiviso analisi e prospettive per un settore in continua evoluzione. Tra gli spunti emersi un cambio dell’età media degli enoturisti, che se prima del Covid erano in maggioranza pensionati ora vedono anche famiglie di trentenni con i figli, e la richiesta da parte loro di esperienze immersive.
Le Città del Vino godono del sostegno della Regione Friuli Venezia Giulia, rappresentata come detto dall’assessore Zannier, il quale nel suo intervento aveva sottolineato la collaborazione tra settori economici nel richiamare i turisti sul territorio, osservando tra l’altro come da parte del settore agricolo sia necessario puntare a una diversificazione dei propri mercati.

Relatori e pubblico…


Successivamente, l’incontro era proseguito con l’Assemblea delle Città del Vino del Friuli Venezia Giulia, durante la quale si era tracciato un bilancio delle iniziative passate e si era guardato al programma per il 2026. Il coordinatore regionale e vicepresidente nazionale delle Città del Vino, Tiziano Venturini, aveva quindi raccontato di come questa sia un’Associazione in crescita sia per le adesioni che per gli eventi e progetti realizzati. Per il Coordinamento regionale erano intervenuti Giorgio Cattarin che ha presentato il bilancio della passata edizione de Le Grandi Verticali delle Città del Vino condotte da Matteo Bellotto; lo stesso Venturini aveva illustrato il programma dell’evento estivo Notti del Vino 2025; Silvia Parmiani il Festival Vini Gusti in Musica 2025 con concerti di musica classica nelle cantine; Luigino Zucco l’iniziativa Un calice a teatro; il vicecoordinatore regionale Maurizio D’Osualdo la Vendemmia turistica didattica 2025 basato sul primo regolamento d’Italia sul tema redatto proprio in Friuli Venezia Giulia e che ora ha ispirato anche l’associazione amica delle Città dell’Olio. Tutti eventi di successo che segneranno, dunque, anche il programma 2026.
La parte conclusiva era stata dedicata alla premiazione delle cantine regionali (assieme ai rispettivi sindaci e amministratori) che hanno ottenuto riconoscimenti al Concorso Internazionale Città del Vino, premio raccontato alla platea da Floriano Zambon, già presidente nazionale dell’Associazione. Erano stati inoltre nominati i nuovi Ambasciatori delle Città del Vino Fvg, riconoscimento che è andato ad Attilio Vuga e a Valter Pezzarini. A premiarli, con la consegna della medaglia, è stato l’ambasciatore decano Claudio Colussi, sindaco di Casarsa, assieme al sindaco Leon e a Venturini.
Infine, lungo questo 2025 che va a chiudersi la rete delle Città del Vino in Friuli Venezia Giulia si è allargata. Per cui era stato dato il caloroso benvenuto a Moimacco, rappresentata dal sindaco Enrico Basaldella, e Remanzacco, rappresentata dal sindaco Daniela Briz. Saluto all’assemblea anche da parte di Pietro De Marchi, presidente del Comitato regionale Unpli Fvg (infatti in un Comune membro delle Città del Vino può associarsi anche la Pro Loco, e il Friuli Venezia Giulia è leader in questa doppia affiliazione con sette Pro Loco aderenti). Era stata anche ricordata la vicinanza di Banca 360 Fvg. A conclusione della intensa mattinata era seguita una visita alla cooperativa vivaistica e al suo avanzato centro di ricerca – dal quale escono anche le cosiddette “viti resistenti” – coronato da un brindisi con le sue microvinificazioni d’eccellenza. A tutti i partecipanti era stata donata una barbatella, simbolo bene augurante per il futuro.

… ai Vivai Cooperativi.

Queste, dunque, le aziende regionali che hanno ottenuto riconoscimenti alla 23ma edizione del Concorso Enologico Internazionale delle Città del Vino e che erano state premiate a Rauscedo.

L’Azienda agricola Battista II° di Lorenzonetto Mauro di Latisana ha avuto un notevole successo, aggiudicandosi ben quattro medaglie: il premio Generale oro per il vino Friulano Doc Friuli, il premio Gerelae oro e Forum oro per il Prosecco Doc Extra 2024 e un altro premio Forum oro per la Ribolla Gialla Millesimato 2024.
L’Azienda agricola “La Magnolia” di Cristina Cozzarolo di Cividale del Friuli si è distinta, vincendo il premio Generale oro per il Sauvignon Doc Friuli e il premio Generale oro per l’Ubi Que Igt 2023.
L’Azienda agricola Bagnariol Franco & Css di San Vito al Tagliamento ha ottenuto il premio Generale oro con il Refosco Dal Peduncolo Rosso Dop Friuli 2023 e il Forum oro con il vino bianco spumante Millesimato Extra Brut Solef.
L’Azienda agricola Lorenzon di San Canzian d’Isonzo ha vinto il premio Forum oro e generale oro con i Feudi di Romans Rosé Brut 2023.
L’Azienda agricola Magnan Alex – Rocca del Sole di Corno di Rosazzo si è aggiudicata il premio Merlot argento con il Merlot 2023 e con il Ros dal cont Merlot 2022.
L’Azienda agricola Scubla Roberto di Premariacco ha vinto il premio Generale oro per il Verduzzo Friulano Passito “Cràtis” 2021 Doc Fco.
L’Azienda agricola Trebes di Princic Mitja di San Floriano del Collio ha ottenuto due premi con la Ribolla Gialla Brut Millesimato 2022, sia Generale oro che Forum oro.
La Cantina Produttori di Cormons ha ricevuto due premi: il premio Generale oro per il Prosecco Doc Brut 2023 e il premio Forum oro per lo stesso vino.
La Cantina Produttori di Ramuscello e San Vito ha vinto il premio Forum oro con il Prosecco Rosé Brut 2024 e il Forum argento con la Ribolla gialla Extra dry.
I Magredi di Domanins di San Giorgio della Richinvelda ha vinto il premio Merlot argento per il Merlot 2024.
La Reguta Soc. Agr. S.S. di Pocenia si è distinta con due premi Generale oro al Pinot Nero Igp Trevenezie 2024 e il Sauvignon Igp Trevenezie 2024.
La Tenuta Stella di Dolegna del Collio ha trionfato con il premio Merlot argento e il premio Generale oro per il Collio Doc Merlot Riserva 2021 e il premio Bio oro per il Collio Doc Ribolla Gialla Riserva 2021.
Infine Valentino Butussi di Corno di Rosazzo ha vinto il premio Forum oro con la Ribolla Gialla Metodo Classico Millesimato 2019.

Una Verticale nel 2025.

Ambasciatori Città del Vino in Fvg:
Bertossi Piero, Vocci Marino, Zucco Ornella, Colussi Claudio, Colecchia Gianpietro, Francescutti Venanzio, Venturini Tiziano, Basso Loris, Cattarin Giorgio, Longo Giuseppe, Pezzarini Valter, Vuga Attilio.
Emeriti Fvg Soini Luigi, Fabbro Claudio, Menotti Gianni, Marangon Francesco.

Sono oltre 200 mila, più del 15% del totale della popolazione del Friuli Venezia Giulia, le persone che risiedono in uno dei 41 Comuni che si fregiano del titolo di Città del Vino (new entry Moimacco e Remanzacco).  In totale i Comuni aderenti alle Città del Vino in regione sono 41: Aquileia, Bertiolo, Buttrio, Camino al Tagliamento, Capriva del Friuli, Casarsa della Delizia, Cividale del Friuli, Cervignano del Friuli, Chiopris Viscone, Codroipo, Cormòns, Corno di Rosazzo, Dolegna del Collio, Duino Aurisina – Devin Nabrežina, Gorizia, Gradisca d’Isonzo, Latisana, Manzano, Mariano del Friuli, Moimacco, Moraro, Nimis, Monrupino – Repentabor, Muggia, Palazzolo dello Stella, Povoletto, Pocenia, Premariacco, Prepotto, Remanzacco, Ronchi dei Legionari, San Dorligo della Valle-Dolina, San Floriano del Collio – Števerjan, San Giorgio della Richinvelda, San Giovanni al Natisone, San Quirino, San Vito al Tagliamento, Sequals, Sesto al Reghena, Sgonico – Zgonik, Torreano.
Aderiscono anche 7 Pro Loco attive in altrettanti Comuni già Città del Vino: Casarsa della Delizia, Buri Buttrio, Mitreo Duino Aurisina, Risorgive Medio Friuli Bertiolo, Ronchi dei Legionari, Manzano e Latisana.

Dopo il riconoscimento Unesco l’annuncio di Casa Artusi: ora nascerà un Osservatorio internazionale sulla cucina e il buon gusto italiano

La Cucina italiana è stata, dunque, iscritta – come riferiamo nei due articoli precedenti – nella Lista Rappresentativa del Patrimonio Culturale Immateriale dell’Umanità dell’Unesco con l’elemento denominato “Italian cooking, between sustainability and biocultural diversity” (“La cucina italiana tra sostenibilità e diversità bioculturale”). La decisione è stata assunta nel corso della XX sessione del Comitato intergovernativo per la salvaguardia del patrimonio culturale immateriale, riunito oggi a New Delhi, in India. La candidatura era stata promossa dal Governo italiano – attraverso il Ministero della Cultura e il Ministero dell’Agricoltura, della Sovranità alimentare e delle Foreste – su impulso di tre comunità proponenti: Fondazione Casa Artusi di Forlimpopoli, Accademia Italiana della Cucina e rivista “La Cucina Italiana”.
«Il riconoscimento Unesco alla Cucina Italiana Patrimonio immateriale dell’umanità – dichiara Andrea Segrè, presidente di Casa Artusi – è meritato. Da Pellegrino Artusi, il padre della cucina italiana moderna, questo patrimonio si è arricchito in biodiversità culturale e sostenibilità. Adesso, però, dobbiamo mantenerlo e per questo la Fondazione Casa Artusi annuncia proprio oggi la nascita dell’Osservatorio internazionale sulla cucina e il buon gusto italiano, istituito per monitorare e valorizzare al massimo questo patrimonio. Attraverso indagini, ricerche e rapporti, l’Osservatorio sarà strumento e opportunità concreta per comunicare in chiave nazionale ma anche internazionale i valori identitari della cucina italiana – gusto, salubrità, sostenibilità – così come per riflettere sulle sfide del nostro tempo intorno alla produzione e fruizione del cibo: dall’efficienza delle risorse al cambiamento dei modelli di consumo, ai valori etici e sociali legati alla tradizione alimentare mediterranea».

Il ruolo centrale di Casa Artusi – Fin dall’avvio del percorso, Casa Artusi è stata riconosciuta come uno dei motori della candidatura: la Fondazione, dedicata alla figura di Pellegrino Artusi, ha contribuito in modo determinante alla stesura del dossier per mano di Massimo Montanari, al coinvolgimento delle comunità della cucina di casa e alla messa a disposizione delle proprie esperienze didattiche e di ricerca sulla cucina domestica italiana.

Cosa significa essere Patrimonio culturale immateriale Unesco – Secondo la Convenzione UnescoO del 2003, per patrimonio culturale immateriale si intendono le pratiche, rappresentazioni, espressioni, conoscenze, saper fare che le comunità riconoscono come parte del proprio patrimonio.

Il dossier: cucina di casa, sostenibilità e diversità bioculturale – Il dossier presentato descrive la cucina italiana come un mosaico di tradizioni: un sistema di pratiche sociali, rituali e saperi che intrecciano biodiversità agricola, prodotti tipici, artigianato alimentare, mercati rionali, ricettari familiari e convivialità.

Un iter partito nel 2020 – Il percorso è iniziato nel 2020 e ha richiesto oltre cinque anni di lavoro. Nel marzo 2023 il Governo italiano ha presentato ufficialmente la candidatura. Il 10 novembre 2025 l’organo di valutazione Unesco ha espresso il parere favorevole che ha portato alla decisione adottata, appunto, oggi dal Comitato Intergovernativo.

Le altre cucine già riconosciute dall’Unesco – Tra le principali tradizioni gastronomiche già iscritte: la cucina tradizionale messicana (2010), il “pasto gastronomico dei francesi” (2010), il Washoku giapponese (2013) e la Dieta Mediterranea (dal 2010).

L’impegno futuro di Casa Artusi – Per Casa Artusi il riconoscimento rappresenta una responsabilità e un’opportunità per intensificare programmi di educazione alimentare, formazione, ricerca, documentazione e sviluppo di progetti di cooperazione nazionale e internazionale.

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In copertina, il presidente Andrea Segre davanti al ritratto del grande Pellegrino Artusi padre della cucina italiana moderna.

Cucina italiana Patrimonio Unesco: grande soddisfazione dell’Associazione Città del Vino. Radica: determinante un efficace gioco di squadra

(g.l.) «Esprimiamo soddisfazione per il riconoscimento di Patrimonio culturale immateriale ottenuto per la cucina italiana da parte dell’Unesco. E’ un risultato di grande prestigio, ottenuto in primis grazie all’impegno del Ministero guidato da Francesco Lollobrigida, e a un efficace gioco di squadra, possibile perché sono stati da subito evidenti i benefici che sarebbero arrivati dal raggiungimento di un traguardo così prestigioso»: è quanto ha dichiarato, appena appresa la importante notizia del riconoscimento mondiale, Angelo Radica, presidente dell’Associazione Nazionale Città del Vino, di cui fanno parte oltre 500 Comuni a vocazione vitivinicola. Fra questi, una quarantina sono quelli del Friuli Venezia Giulia.
«Città del Vino – ha aggiunto Radica – ha svolto un ruolo attivo nel percorso, un lavoro di impegno e promozione intrapreso dal ruolo, conferito dal ministro Lollobrigida, di “Ambasciatore della Qualità” della candidatura. Una nutrita delegazione di sindaci dell’Associazione era presente oggi 10 dicembre all’evento istituzionale che si è svolto a Roma, all’Auditorium Parco della Musica». Radica ha, infine, sottolineato che «lo spirito e l’approccio alla base della candidatura sono perfettamente in linea con la mission dell’Associazione Nazionale Città del Vino, profondamente convinta della centralità del legame tra produzione e cultura, tra sviluppo ed identità».

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In copertina, il presidente nazionale delle Città del vino Angelo Radica.

La Cucina italiana trionfa a livello mondiale: è la prima a essere proclamata dall’Unesco Patrimonio dell’Umanità. Il Governo: un riconoscimento che premia qualità e tradizione, una festa che appartiene a tutti perché valorizza il nostro modello identitario

di Giuseppe Longo

GORIZIA – Proprio una bella, anzi bellissima notizia! Quella che ci voleva in questi momenti difficili e pieni di rischi e incertezze.. La Cucina italiana – la maiuscola ci sta proprio tutta! – è stata dichiarata Patrimonio mondiale culturale immateriale dell’Umanità. Dopo il sì di un mese fa, quando la richiesta aveva ottenuto dall’Unesco il primo via libera verso il riconoscimento – l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Educazione, la Scienza e la Cultura aveva pubblicato la valutazione tecnica del dossier, raccomandando l’iscrizione nella Lista dei patrimoni immateriali – oggi è stata presa la decisione definitiva da parte del Comitato intergovernativo dell’Unesco che si è riunito in India, a New Delhi, per deliberare sulle nuove iscrizioni. Stamattina ero, a Gorizia nella sede di Ad Formandum, al tavolo della giuria di un importante concorso enogastronomico rivolto ai giovani del Friuli Venezia Giulia, il Gran Prix Flambè Amira, e quando è arrivata la notizia si è levato un calorosissimo applauso, a cominciare da Giacomo Rubini, il famoso maitre gradese appassionato regista della manifestazione. Segno che il pronunciamento Unesco era molto atteso!

IL PRIMATO – È la prima cucina al mondo ad avere ottenuto tale prestigioso riconoscimento. Si tratta, secondo l’Organizzazione planetaria, di una «miscela culturale e sociale di tradizioni culinarie», «un modo per prendersi cura di se stessi e degli altri, esprimere amore e riscoprire le proprie radici culturali, offrendo alle comunità uno sbocco per condividere la loro storia e descrivere il mondo che li circonda». Quello italiano figurava tra i 60 dossier in valutazione provenienti da 56 Paesi. L’Unesco, motivando la sua attesissima decisione, ha sottolineato che il cucinare all’italiana «favorisce l’inclusione sociale, promuovendo il benessere e offrendo un canale per l’apprendimento intergenerazionale permanente, rafforzando i legami, incoraggiando la condivisione e promuovendo il senso di appartenenza». Il cucinare è per gli italiani, «un’attività comunitaria che enfatizza l’intimità con il cibo, il rispetto per gli ingredienti e i momenti condivisi attorno alla tavola. La pratica è radicata nelle ricette anti-spreco e nella trasmissione di sapori, abilità e ricordi attraverso le generazioni. Essendo una pratica multigenerazionale, con ruoli perfettamente intercambiabili, la cucina svolge una funzione inclusiva, consentendo a tutti di godere di un’esperienza individuale, collettiva e continuo di scambio, superando tutte le barriere interculturali e intergenerazionali».
Nella decisione, si sottolinea anche come il dossier di candidatura, curato dal giurista Pier Luigi Petrillo, dimostra “gli sforzi significativi compiuti dalle comunità negli ultimi sessant’anni, in particolare da organismi rappresentativi chiave come la rivista La Cucina Italiana, l’Accademia Italiana della Cucina, la Fondazione Casa Artusi”. Con l’iscrizione della cucina italiana come patrimonio dell’Unesco, l’Italia conquista il record mondiale di riconoscimenti nel settore agroalimentare in proporzione al numero dei riconoscimenti complessivi ottenuti. Delle 21 tradizioni iscritte nella Lista dei patrimoni culturali immateriali, nove sono infatti riconducibili all’agroalimentare. Ecco le reazioni a caldo del Governo, a cominciare dal premier Giorgia Meloni per passare al ministro dell’Agricoltura, della Sovranità alimentare e delle Foreste, Francesco Lollobrigida, e al ministro del Turismo Daniela Santanché.

MELONI – «Siamo i primi al mondo ad ottenere questo riconoscimento, che onora quello che siamo, che onora la nostra identità. Perché per noi italiani la cucina non è solo cibo, non è solo un insieme di ricette. È molto di più: è cultura, tradizione, lavoro, ricchezza. La nostra cucina nasce da filiere agricole che coniugano qualità e sostenibilità. Custodisce un patrimonio millenario che si tramanda di generazione in generazione. Cresce nell’eccellenza dei nostri produttori e si trasforma in capolavoro nella maestria dei nostri cuochi. E viene presentata dai nostri ristoratori con le loro straordinarie squadre. È un primato che non può che inorgoglirci, che ci consegna uno strumento formidabile per valorizzare ancor di più i nostri prodotti, proteggerli con maggiore efficacia da imitazioni e concorrenza sleale. Già oggi esportiamo 70 miliardi di euro di agroalimentare, e siamo la prima economia in Europa per valore aggiunto nell’agricoltura. Questo riconoscimento imprimerà al Sistema Italia un impulso decisivo per raggiungere nuovi traguardi. Il Governo ha creduto fin dall’inizio in questa sfida e ha fatto la sua parte per raggiungere questo risultato, e ringrazio prima di tutto i Ministri Lollobrigida e Giuli che hanno seguito il dossier. Ma è una partita che non abbiamo giocato da soli. Abbiamo vinto questa sfida insieme al popolo italiano, insieme ai nostri connazionali all’estero, insieme a tutti coloro che nel mondo amano la nostra cultura, la nostra identità e il nostro stile di vita. Oggi celebriamo una vittoria dell’Italia. La vittoria di una Nazione straordinaria che, quando crede in sé stessa ed è consapevole di ciò che è in grado di fare, non ha rivali e può stupire il mondo».

LOLLOBRIGIDA – «Oggi l’Italia ha vinto ed è una festa che appartiene a tutti perché parla delle nostre radici, della nostra creatività e della nostra capacità di trasformare la tradizione in valore universale”. Così il Ministro dell’Agricoltura, della Sovranità alimentare e delle Foreste, Francesco Lollobrigida, commentando il riconoscimento dell’Unesco alla Cucina Italiana Patrimonio dell’Umanità. Questo riconoscimento celebra la forza della nostra cultura che è identità nazionale, orgoglio e visione. La Cucina Italiana è il racconto di tutti noi, di un popolo che ha custodito i propri saperi e li ha trasformati in eccellenza, generazione dopo generazione. È la festa delle famiglie che tramandano sapori antichi, degli agricoltori che custodiscono la terra, dei produttori che lavorano con passione, dei ristoratori che portano nel mondo il valore autentico dell’Italia. A loro e a chi ha lavorato con dedizione a questa candidatura va il mio più profondo ringraziamento. Questo riconoscimento è motivo di orgoglio ma anche di consapevolezza dell’ulteriore valorizzazione di cui godranno i nostri prodotti, i nostri territori, le nostre filiere. Sarà anche uno strumento in più per contrastare chi cerca di approfittare del valore che tutto il mondo riconosce al Made in Italy e rappresenterà nuove opportunità per creare posti di lavoro, ricchezza sui territori e proseguire nel solco di questa tradizione che l’Unesco ha riconosciuto come patrimonio dell’Umanità».

SANTANCHÈ – «L’Unesco celebra il modello identitario della cucina italiana. Esprimo la più profonda soddisfazione per il raggiungimento di un obiettivo storico: la cucina italiana è stata insignita del titolo di Patrimonio Immateriale dell’Umanità dall’Unesco. Si tratta, infatti, del riconoscimento mondiale di un modello culturale che è parte integrante della nostra identità nazionale e, allo stesso tempo, un asset strategico di grande rilevanza per il tessuto economico italiano. Il successo delle nostre eccellenze culinarie risiede in un apparato vincente e inossidabile in cui tutti gli elementi operano in sinergia. Il suo cuore è la convivialità e il valore sociale, che lega famiglie e comunità e che si unisce indissolubilmente alla ricchezza dei nostri territori, promuovendo la tutela dei prodotti locali».

UN MODELLO – Ma cos’è il Patrimonio Culturale Immateriale Unesco? E l’insieme di pratiche, rappresentazioni, espressioni, conoscenze e abilità che le comunità riconoscono come parte del loro patrimonio culturale. Non si tratta di oggetti, ma di tradizioni vive che si trasmettono di generazione in generazione. Il 23 marzo 2023, il Ministero dell’Agricoltura, della Sovranità Alimentare e delle Foreste e il Ministero della Cultura avevano lanciato la candidatura della Cucina Italiana a Patrimonio Immateriale dell’Umanità Unesco. La candidatura non riguardava un singolo piatto o una ricetta, ma un modello culturale condiviso, fatto di esperienze comunitarie, scelta consapevole delle materie prime, convivialità del pasto, trasmissione dei saperi alle nuove generazioni e rispetto delle stagioni e dei territori. La cucina italiana è la ‘cucina degli affetti’: trasmette memoria, cura, relazioni e identità, raccontando storie di famiglie e comunità attraverso il cibo. Riflette il legame tra paesaggi naturali e comunità, incarnando memoria, quotidianità e cultura dei territori. Comunità promotrici e partner sono stati l’Accademia Italiana di Cucina (1953), Fondazione Casa Artusi (2007) e la Rivista La Cucina Italiana (1929).

DIETA MEDITERRANEA – Il prestigioso riconoscimento ottenuto oggi in India dalla Cucina italiana segue quello, altrettanto importante, che ottenne esattamente quindici anni fa la Dieta Mediterranea. Il 16 novembre 2010 a Nairobi, Capitale del Kenya in Africa, il Comitato Intergovernativo della competente Convenzione Unesco aveva approvato, infatti, l’iscrizione della Dieta Mediterranea nella Lista del Patrimonio Culturale Immateriale, riconoscendo con questa definizione le pratiche tradizionali, le conoscenze e le abilità che sono passate di generazione in generazione in molti Paesi mediterranei fornendo alle comunità un senso di appartenenza e di continuità. Il riconoscimento del 2010 aveva così accolto la candidatura transnazionale di Italia, Spagna, Grecia e Marocco, che nel 2013 è stata estesa anche a Cipro, Croazia e Portogallo. Ricordiamo, al riguardo, che la Dieta Mediterranea è molto più di un semplice elenco di alimenti o una tabella nutrizionale. È uno stile di vita che comprende una serie di competenze, conoscenze, rituali, simboli e tradizioni concernenti la coltivazione, la raccolta, la pesca, l’allevamento, la conservazione, la cucina e soprattutto la condivisione e il consumo di cibo. Mangiare insieme è la base dell’identità culturale e della continuità delle comunità nel bacino mediterraneo, dove i valori dell’ospitalità, del vicinato, del dialogo interculturale e della creatività, si coniugano con il rispetto del territorio e della biodiversità.

Trieste città del caffè, al liceo Oberdan la “premiere” dei nuovi Cenacoli che partono giovedì per parlare della moka inventata da Alfonso Bialetti nel 1933

Con un incontro specificamente dedicato al mondo della scuola, si è inaugurato nell’aula magna del Liceo Scientifico “Oberdan” il ciclo 2025-2026 dei “Cenacoli del Caffè”, organizzati dall’Associazione Museo del Caffè di Trieste e giunti ormai alla nona edizione. E protagonisti principali di questo primo appuntamento sono stati proprio gli studenti e i docenti dell’Istituto che, sulla base delle loro dirette esperienze, sono intervenuti sul tema “Trieste Città del caffè. Un percorso per le competenze trasversali e per l’orientamento degli studenti del Liceo Oberdan”.

Il prossimo “Cenacolo” avrà luogo giovedì 11 dicembre, alle ore 17.30, ritornando nella tradizionale sede dell’Hotel Savoia Excelsior (Riva del Mandracchio 4), e vedrà ancora una volta graditissimo ospite della Amdc il collezionista Lucio del Piccolo che tratterà uno dei temi di sua maggior esperienza e specializzazione: “Design e tradizione nella moka: un simbolo di cultura italiana”, soffermandosi sul grande successo della grande invenzione di Alfonso Bialetti che risale al lontano 1933: la pratica caffettiera è stata infatti prodotta in ben 320 milioni di esemplari! Il nuovo ciclo dei “Cenacoli”, organizzato stavolta attorno al tema-guida “Oltre l’Espresso: Viaggio nelle Culture del Caffè”, rientra anch’esso nel progetto di divulgazione umanistica “Il Caffè, una storia di successo nella cultura regionale ed europea”, promosso dalla Amdc, con il finanziamento della Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia e i contributi de “Le Fondazioni Casali ETS” e Banca 360 FVG. Il programma si dispiegherà con otto incontri a cadenza mensile fino a giugno del prossimo anno, coordinato da Nicoletta Casagrande (responsabile dell’InfoLibro-Salotto multimediale del libro italiano di Capodistria) assieme al vicepresidente di Amdc Doriano Simonato.

Alfonso Bialetti


Questa particolare “premiere caffeicolo-scolastica”, aperta dai saluti del dirigente vicario Denis Greco Gambino, a nome della dirigente scolastica Chiara Cacucci, del presidente dell’Associazione Gianni Pistrini e del presidente del Consiglio comunale Francesco Di Paola Panteca – che ha sottolineato l’eccellenza del glorioso Istituto “Oberdan” con i suoi oltre 100 anni di vita, nonché la grande importanza del caffè nello sviluppo dei traffici commerciali e portuali di Trieste, elogiando in tale contesto «la meritoria azione divulgativa e informativa condotta dall’Associazione Museo del Caffè» -, è quindi entrata nel vivo con le relazioni di quattro studenti che hanno dettagliatamente illustrato il percorso conoscitivo avviato nel mondo della “preziosa bevanda” con l’ausilio di ricerche storiche e di appositi viaggi di approfondimento. Ha introdotto Tommaso Albino spiegando “Perché questo progetto al Liceo Oberdan di Trieste?”, seguito da Mia Mathee che ha parlato su “Il caffè nella storia di Trieste” e da Laura Lucchetta che ha raccontato “L’esperienza alla Scuola Superiore SZU (Schulzentrum Ungargasse) di Vienna”; infine Anja Devescovi su “La scoperta di Vienna e dei suoi Caffè”. E’ seguita una interessante discussione con i docenti Erminio Murano e Massimo De Forville nel corso della quale è stata comunemente rimarcata la positività dei nuovi rapporti instaurati con i coetanei austriaci. Da rilevare come, nell’ambito del medesimo progetto, era giunto in precedenza a Trieste un gruppo di studenti viennesi, svolgendo allo stesso Liceo “Oberdan” analoghe attività e visitando la città e i suoi caffè.
Le conclusioni dell’incontro sono state tratte dal “vice” di Amdc, Doriano Simonato, che ha messo in luce la «significativa validità di un’iniziativa che si è rivolta in special modo a quel nostro mondo giovanile e della scuola che, fino dalla costituzione della Amdc, è uno degli obiettivi e fini statutari precipui dell’Associazione», indirizzando quindi un sentito ringraziamento alla direzione dell’Istituto di via Paolo Veronese per la disponibilità dimostrata alla realizzazione dell’evento.In copertina e a qui sopra, la preparazione del caffè con la moka; all’interno, due immagini dell’incontro al Liceo Oberdan di Trieste.

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In copertina e a qui sopra, la preparazione del caffè con la moka che fu ideata da Alfonso Bialetti nel 1933; all’interno, due immagini dell’incontro al Liceo Oberdan.

Transizione energetica, nel Vigneto Fvg la norme allo studio mettono a rischio Colli orientali, Collio e Carso. Otto le proposte di modifica che le Città del vino hanno presentato con Angelo Radica anche per la tutela dei siti Unesco

(g.l.) Ci sono rischi di compromissione paesaggistica e produttiva, alla luce degli obiettivi stabiliti dalla normativa sulla transizione energetica, per gli ambiti vitivinicoli di pregio del Friuli Venezia Giulia, come Colli orientali, Collio e Carso. E questi rischi fanno parte dei punti critici conntenuti nelle osservazioni che le Città del vino hanno presentato nei confronti della normativa in esame al Senato. Un giudizio in chiaroscuro, infatti, quello dell’Associazione nazionale, di cui fanno parte oltre 500 Comuni a vocazione vitivinicola – una quarantina quelli del Vigneto Fvg -, che è stata audita dall’ottava commissione del Senato “Ambiente, Transizione ecologica, Energia, Lavori pubblici, Comunicazioni, Innovazione tecnologica”, sul decreto “Transizione 5.0” e sulla disciplina delle aree idonee all’installazione di impianti di produzione di energia rinnovabile. L’Associazione ha, pertanto, consegnato un documento in cui vengono illustrate otto proposte di emendamenti per migliorare la normativa.

«Un passo in avanti rispetto alla normativa precedente è il chiarimento del divieto di realizzare impianti nelle aree agricole – ha affermato il presidente di Città del Vino, Angelo Radica -, ma dall’altro lato riteniamo che la quota del tre per cento di superficie agricola utilizzabile a livello regionale, fissata dal provvedimento, sia eccessiva, così come un vulnus è l’assenza di una disciplina transitoria che è stata una delle ragioni per le quali la legge precedente fu annullata dal Tar del Lazio. Ancora: la definizione dell’agrivoltaico c’è, ma rischia di non essere sufficientemente chiara e di lasciare spazio ad interpretazioni, e sull’eolico si dice poco. Riteniamo poi che la disciplina della distanza dagli impianti industriali e dalle autostrade per realizzare fotovoltaico nelle aree agricole sia inadeguata».
Otto, dunque, le proposte di modifica contenute nel documento consegnato dalle Città del Vino ai componenti della Commissione di Palazzo Madama, in cui si chiede di: «dare maggiore spazio ai Comuni nei processi decisionali; gerarchizzare le aree idonee mettendo in testa le superfici artificiali, poi le infrastrutture esistenti e quindi le coperture e i parcheggi; condizionare l’idoneità delle fasce agricole contigue agli impianti industriali e alle autostrade a una valutazione di basso valore e pregio; rendere più restrittiva la disciplina delle deroghe al divieto all’installazione di fotovoltaico a terra su aree agricole; introdurre criteri nazionali uniformi per la definizione delle aree agricole di pregio, da tutelare; ridurre o almeno lavorare per diversificare e rendere meno impattante la soglia massima regionale del tre per cento di superficie agricola utilizzabile; tutelare l’integrità visiva e il valore universale eccezionale dei siti Unesco». Come si diceva all’inizio, vengono anche segnalati i rischi di compromissione paesaggistica e produttiva, alla luce degli obiettivi stabiliti dalla normativa, per gli ambiti vitivinicoli di pregio del Friuli Venezia Giulia (Colli Orientali, Collio, Carso). Come pure nelle aree riconosciute Patrimonio dell’Umanità che fanno capo ad Aquileia, Cividale e Palmanova, città che sorgono all’interno di prestigiose aree vitivinicole. Per cui servono correttivi atti a ridurre le negative eventualità evidenziate dalle Città del vino.

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In copertina, una splendida veduta dei Colli orientali del Friuli; all’interno, altre bellissime immagini di Collio e Carso; al centro, il presidente nazionale delle Città del vino Angelo Radica.